In una piazza che si nutre di giudizi eccessivi, il tecnico giallorosso sembrava aver smesso i panni dell'incendiario polemico che avevamo imparato a conoscere a Bergamo, per indossare una veste quasi stoica. Lo scontro con il tecnico spagnolo dopo Como-Roma è un ritorno alle origini: la scelta, nel momento del dolore sportivo, della trincea e della delegittimazione dell'altro. Figlia di un nervosismo che, con l'avvicinarsi della primavera, contagia anche altri profili insospettabili del nostro calcio
Quando l'arbitro Massa fischia tre volte, il Sinigaglia smette di essere uno stadio di calcio e diventa il palcoscenico del consueto dramma di costume da Serie A. Cesc Fabregas si gira, cerca lo sguardo del collega e allunga la mano: è il gesto automatico di chi è cresciuto tra l’Academy dell’Arsenal e la Masia, dove il saluto finale è una postura culturale a cui non si sfugge. Ma Gian Piero Gasperini ha già deciso che la sua mano non la tenderà. Il tecnico della Roma tira dritto, punta il tunnel degli spogliatoi con una falcata nervosa, lasciando lo spagnolo fermo sulla linea laterale a collezionare uno sconcerto che, pochi minuti dopo, diventerà un atto d'accusa pubblico.
«Mi intristisce, è una questione di rispetto», dirà poi lo spagnolo davanti alle telecamere, con la voce di chi ancora non riesce a decifrare del tutto il cinismo del nostro calcio. La risposta di Gasperini arriva fredda: «Non stimo i loro comportamenti, in campo e in panchina». Parole sicuramente figlie della rabbia per l'espulsione più che dubbia di Wesley, ma che rappresentano un attacco frontale all'identità del Como, accusato di aver cercato la vittoria con la furba insistenza delle simulazioni.
Il parallelismo tra Como e Atalanta
Il rifiuto di dare la mano all'avversario segna per l'ex demiurgo dell'Atalanta diventata big un ritorno all'ordine: quello di un allenatore che, nel momento del dolore sportivo, sceglie la trincea e la delegittimazione dell'altro. La sconfitta per 2-1, che isola i lariani al quarto posto, ha agito come un detonatore, polverizzando in pochi secondi mesi di pacata gestione comunicativa nella Capitale.
Fino a domenica, infatti, il racconto di Gasperini a Roma era stato quello di una strana, insospettabile luna di miele. In una piazza che storicamente si nutre di giudizi eccessivi, il tecnico sembrava aver trovato il suo centro di gravità permanente. Aveva smesso i panni dell'incendiario polemico, quelli che a Bergamo lo avevano visto protagonista di frizioni celebri con stampa e senatori dello spogliatoio, per indossare una veste quasi stoica.
Una comunicazione asciutta, dritta e secca, finalmente priva di quella tossicità che negli anni, a più riprese, aveva definito il profilo pubblico di un allenatore che è già nella storia del calcio italiano per l'innovazione tattica e la vittoria dell'Europa League alla guida di una ex provinciale.
Insomma, sembrava che l’aria di Trigoria, paradossalmente, lo avesse pacificato: un uomo di campo che spiegava il calcio senza rovistare nelle pieghe delle partite alla ricerca di alibi e giustificazioni.
Poi è arrivato marzo, il mese in cui la Serie A entra nella sua fase patologica. Ogni punto e soprattutto ogni decisione arbitrale iniziano a pesare tanto, troppo, specialmente in un'annata in cui la zona Champions si è trasformata in una tonnara dove nessuno fa prigionieri.
In ballo ci sono decine di milioni da accaparrarsi che possono cambiare volto al prossimo calciomercato estivo. Sotto questa pressione, la "Pax Romana" si è sgretolata. Il vecchio riflesso incondizionato è tornato: se perdo, l'avversario ha barato o almeno non è stato del tutto corretto. Delegittimare ciò che il Como ha fatto in campo, e più in generale fino a qui in campionato e Coppa Italia, è roba da avvelenatore di pozzi, un attacco a un progetto che sta creando qualcosa di stuzzicante in un campionato che tira avanti stancamente, come dimostrano i risultati fallimentari delle italiane in Champions. Questo Como – e qui arriva il paradosso – somiglia tanto all'Atalanta di qualche stagione fa.
Il caso Chivu
Il nervosismo di Gasperini, però, non è un’anomalia solitaria, ma l’epifenomeno di un virus che, con l'avvicinarsi della primavera, contagia anche i profili più insospettabili del nostro calcio. Se dal tecnico della Roma ci si può aspettare la fiammata polemica, l’espulsione di Cristian Chivu durante Inter-Atalanta, poco più di ventiquattr'ore prima, è un segnale ancora più inquietante.
L'ex difensore romeno, lodato per un’integrità quasi d'altri tempi e una comunicazione misurata, ha mostrato i segni di una tensione che logora anche i più equilibrati. La prima crepa nel muro di Chivu si era già intravista qualche settimana fa, sulla gestione del caso Bastoni: in molti si aspettavano da un uomo della sua statura morale una condanna ferma, o almeno un richiamo all’onestà intellettuale che lo ha sempre contraddistinto.
Invece, ha scelto la via della diplomazia cerchiobottista, parlando di un contatto solo accentuato e mai di una simulazione vera e propria.
© Riproduzione riservata


