I due tecnici differiscono per pensieri, parole, opere e omissioni. Ma soprattutto per le esigenze narrative con cui sono stati raccontati nell’ultimo anno. L’allenatore del Como, dopo aver rifiutato i nerazzurri in estate, è ormai inscalfibile nel suo ruolo di profeta di qualcosa di irripetibile. Quello dell’Inter è stato considerato il simbolo del ridimensionamento dopo l’era Inzaghi, oggi non sente riconosciuti i suoi meriti ma allo stesso tempo sa che, dopo il disastro col Bodø in Champions, lo scudetto non basta più
Due parabole così diverse che hanno finito per diventare opposte. Anzi, alternative. Perché la storia della semifinale di Coppa Italia di stasera, martedì 3 marzo, fra Como e Inter è soprattutto la storia dei due allenatori che si siederanno in panchina. Cesc Fàbregas e Cristian Chivu sono due tecnici che differiscono per pensieri, parole, opere e omissioni. Ma soprattutto per le esigenze narrative con cui sono stati raccontati nell’ultimo anno.
Il guru Fàbregas
Lo spagnolo ha un fascino «charmant» del tutto simile a quello del progetto hollywoodiano del nuovo Como. È il calciatore dalla classe sconfinata che dopo aver dominato nella terra di mezzo del campo da gioco si diletta a modellare la sua squadra intorno ai concetti di un calcio giovane, sofisticato, aggressivo. Come un rabdomante del talento, Fàbregas sembra aver calamitato intorno al Lario ragazzini dalla tecnica affilata e dalla fame sconfinata. La sua squadra viene spesso citata come «esempio», «modello», «unicum» nel paludato panorama calcistico italiano. Tanto che lo spagnolo ha finito con l’assumere con il tempo quasi i contorni del guru, del condottiero capace di trasformare la periferia del calcio in centro. E di portarla anche in Europa.
La scorsa estate, prima di ingaggiare Gian Piero Gasperini, la Roma aveva provato seriamente a metterlo sotto contratto. Solo che Fàbregas proprio non se l’era sentita di lasciare la sua creatura. Grazie, ma no grazie. Poco dopo il niet ai giallorossi, tuttavia, era successo l’impensabile. L’Inter, ossia il club uscito a pezzi tanto dalla finale di Champions League contro il Psg e quanto dal repentino addio di Simone Inzaghi, aveva bussato alla porta dello spagnolo sperando in una risposta diversa. Solo che aveva finito per ottenere la stessa replica toccata ai giallorossi. Grazie, ma no grazie.
Il divisivo Chivu
Con il Mondiale per club alle porte serviva una soluzione rapida e intelligente. Così l'ad Beppe Marotta ha pensato di affidare la prima squadra a Chivu. Una mossa che per tifosi e (alcuni) addetti ai lavori ha significato tante cose e tutte insieme, spesso con un’accezione negativa: dalla confusione che aveva travolto il club fino alla volontà da parte della società di avviare un chiaro ridimensionamento. In un sistema calcio che invoca a gran voce maggior spazio per i giovani per poi non vedere l’ora di guardali cadere, Chivu era stato accolto come se fosse una ruota di scorta.
Le sue 13 partite sulla panchina del Parma erano considerate un cv fin troppo striminzito per poter puntare alla panchina di una squadra che si era appena giocata la coppa con le orecchie. E il no all’Inter pronunciato dallo spagnolo era diventato un peccato originale che il romeno si sarebbe dovuto trascinare dietro per tutta la sua avventura. Un macigno che il tecnico, come un moderno Sisifo, si è portato sulle spalle partita dopo partita. Ora che il tempo dei primi bilanci si avvicina, Chivu si è lamentato pubblicamente. «I miei ragazzi si mettono sempre in discussione, anche perché tanto non basta mai, visto quello che si crea ogni volta intorno all’Inter - ha detto dopo il successo sul Genoa - su di noi si fa una narrativa che è lontana dalla realtà, non va mai bene niente e non ci vengono mai dati i meriti».
Il punto è che il tecnico romeno è polarizzante. Proprio come succede a tutti i neofiti della vittoria in panchina. C’è chi lo considera un santo, chi lo etichetta come eretico. I suoi detrattori affermano che l’Inter è prima in classifica per la mancanza di avversari credibili (il Napoli è stato decimato dagli infortuni, la Juventus paga la sempre maggiore «lontananza» della proprietà e di anni di scelte stravaganti sul mercato, la rosa del Milan ha ancora dei «buchi» da colmare prima per poter ambire davvero al tricolore). In pratica sarebbe più difficile perdere questo scudetto che vincerlo. Per i suoi sostenitori, invece, Chivu è l’uomo che è riuscito a prendere un gruppo che sembrava dilaniato al suo interno (vedere per credere le scintille fra Lautaro Martínez e Hakan Çalhanoğlu dopo il flop con il Fluminense o le voci sulla volontà di Davide Frattesi di cambiare aria) e ricompattarlo con il passare dei giorni.
La posta in palio
Un dettaglio non da poco, visto che con la sua mediazione è riuscito a rimandare a data da destinarsi una rifondazione che sembrava improcrastinabile. Il disastro contro il Bodo/Glimt è stato come una sassata contro i sogni di gloria nerazzurri. E ha finito per far scivolare Chivu all’interno di una situazione ancora più angusta e paradossale. La vittoria (probabile) dello scudetto, da sempre l’autentica ossessione per i club dello Stivale, non basterà più a ottenere un giudizio completamente positivo sull’annata. Serve portare a casa almeno il «double» con la Coppa Italia.
Così la semifinale assume un valore antitetico per i due allenatori. Vincendo Fàbregas potrebbe diventare santone e santino al tempo stesso. Mentre una sconfitta dell’Inter finirebbe per alimentare ancora quella narrazione per sottrazione che proprio non piace al tecnico nerazzurro. Ma d’altra parte l’unico che ha qualcosa da perdere stasera è l’uomo che guida una capolista che viaggia con 10 punti sulla seconda.
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