Un numero crescente di sportivi condannati a morte dal regime con accuse di appoggio all’opposizione o di sostegno a Reza Pahlavi. Per gli arresti e le esecuzioni non servono neppure prove, e finora nessuno è riuscito a intervenire per fermare queste morti. Gli appelli a Fifa e Cio perché si facciano sentire sono sempre più numerosi
Ali-Sina Mostafavi aveva scalato le montagne dell’Himalaya e il 14 ottobre, a soli 38 anni, è stato impiccato in Iran. Il giorno prima, secondo gli attivisti, era stato trasferito in isolamento e la famiglia convocata per l’ultimo saluto; la Corte suprema aveva confermato la condanna a morte il 28 settembre.
Per la magistratura iraniana era responsabile di attacchi armati a Kerman durante la guerra contro Stati Uniti e Israele. L’agenzia Mizan, legata al potere giudiziario, lo accusava di aver agito a sostegno di Reza Pahlavi, oppositore in esilio, e di Israele. Reuters, invece, ha riportato la versione ufficiale, precisando che non erano stati forniti dettagli sulle prove, mentre le organizzazioni per i diritti umani contestano le garanzie del processo.
La lista è lunga
Mostafavi è uno dei nomi di un elenco che, purtroppo, continua ad allungarsi. Secondo Human rights for sport, organizzazione fondata da sportivi iraniani e con sede in Norvegia, almeno altri sei atleti rischiano la pena capitale dopo le decisioni della Corte suprema, ma non esistono date pubblicamente confermate per le prossime esecuzioni.
C’è Ehsan Hosseinpour, calciatore di 19 anni, arrestato durante le proteste di gennaio. C’è Ali Pishevarzadeh, 28 anni, nuotatore ed ex pallanuotista: secondo IranWire, il suo processo sarebbe durato cinque minuti e altri detenuti avrebbero visto segni di violenza sul suo corpo. C’è Mohammad-Javad Vafaei-Sani, pugile e allenatore di Mashhad, in carcere dal marzo 2020. Ha ricevuto tre condanne a morte: due annullate, la terza confermata nell’ottobre 2025; l’esecuzione è stata sospesa, ma non la sentenza.
Tra i casi documentati figurano anche il kickboxer Benyamin Naqdi e Taraneh Rahimi, vent’anni, cavallerizza. Lei è stata condannata a morte mentre la sorella gemella Romina a 25 anni di carcere: le accuse sono legate alle proteste contro le autorità; familiari e organizzazioni umanitarie denunciano confessioni estorte e torture.
Zohreh Abdollahkhani conosce questo mondo dall’interno. Ex atleta della nazionale iraniana di arrampicata su ghiaccio, oggi collabora con Human Rights for Sport e raccoglie notizie su arresti, processi ed esecuzioni. L’organizzazione riferisce che durante le proteste del gennaio 2026 almeno 217 atleti sarebbero stati uccisi e oltre cento arrestati.
Atleti in pericolo
Al Guardian Abdollahkhani ha raccontato quanto sia difficile raggiungere le famiglie: in un caso, la sorella e il cognato di un detenuto sarebbero stati arrestati e le telefonate sorvegliate. Ha anche riferito che una mobilitazione internazionale ha ottenuto la sospensione temporanea di un’esecuzione.
Il precedente più conosciuto è quello del lottatore Navid Afkari, impiccato il 12 settembre 2020 dopo una condanna per omicidio legata alle proteste del 2018. Gli appelli internazionali non ne impedirono l’esecuzione. Sei anni dopo le associazioni accusano Fifa e Comitato olimpico internazionale di intervenire troppo poco.
Secondo Abdollahkhani, quattro parlamentari europei hanno scritto alla Fifa per segnalare il pericolo corso da alcuni sportivi iraniani, senza ottenere risposta. Interpellato dal Guardian, il governo del calcio mondiale ha dichiarato di conoscere le preoccupazioni sulla situazione e di apprezzare il lavoro di chi richiama l’attenzione su quei casi, senza indicare interventi specifici a favore dei condannati.
Il Cio ha espresso «grave preoccupazione per gli atleti coinvolti negli eventi in Iran», osservando di non avere, come organizzazione non governativa, il potere di modificare le leggi di uno Stato. Ha, inoltre, richiamato il lavoro svolto attraverso federazioni, comitati olimpici e diplomazia sportiva, respingendo l’idea di aver abbandonato gli atleti.
Chiedere garanzie
Fifa e Cio non possono annullare una sentenza iraniana, questo è chiaro, ma possono chiedere pubblicamente garanzie, attivare le federazioni affiliate, rendere conto delle iniziative diplomatiche e valutare misure previste dai rispettivi statuti. La neutralità politica tutela l’autonomia dello sport, ma non cancella gli impegni sui diritti umani contenuti nei suoi ordinamenti. In questi giorni, IranWire ha sostenuto di aver inviato dal 2022 almeno dodici richieste di chiarimento alla Fifa e cinque al Cio, senza ricevere risposta.
Abdollahkhani contesta da tempo l’atteggiamento delle istituzioni sportive: «Non capisco in che modo il silenzio possa giovare al Cio o alla Fifa», dichiarava già nel gennaio 2024 a Play the Game. La sua richiesta è precisa: le federazioni internazionali devono rivolgersi ai rispettivi organismi iraniani, chiedere conto degli atleti incarcerati e seguirne i casi individualmente, ritenendo che la pressione debba esercitarsi sui dirigenti e su chi detiene il potere decisionale.
Intanto le famiglie aspettano notizie dai penitenziari e dagli avvocati. Il trasferimento in isolamento e la convocazione per l’ultimo saluto possono precedere l’impiccagione di poche ore. Per Mostafavi è accaduto il 14 ottobre e il suo nome è ora negli archivi delle esecuzioni. Quelli degli altri, invece, sono ancora negli elenchi dei condannati.
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