Tra Stati Uniti, Messico e Canada sport e cultura pop si intrecciano: dagli Oasis ai cori inglesi, da Muchachos dell’Argentina a Shakira, fino ai jingle degli stadi. Brani senza passaporto uniscono le curve: e, almeno sugli spalti, arriva anche un po’ di Italia
Il Mondiale a 48 squadre, diviso fra Stati Uniti, Messico e Canada, è la competizione più grande e più globale mai organizzata dalla Fifa. Ma la sua dimensione non si misura solo con il numero delle nazionali, degli stadi o dei mercati televisivi. Si misura anche con le lingue cantate sugli spalti, con i brani rilanciati dai social, con le canzoni ufficiali scelte dall’industria dell’intrattenimento e con quelle adottate spontaneamente dai tifosi. Il Mondiale è diventato così una playlist: un luogo dove sport, cultura pop e sport business si incrociano in modo sempre più stretto.
Wonderwall, in questo senso, funziona perché non nasce come canzone calcistica. È un brano del 1995, legato agli Oasis, a Manchester, al Britpop, a una certa idea di nostalgia inglese. Proprio per questo è più efficace di un inno costruito a tavolino. I tifosi non lo cantano perché parla di calcio, ma perché permette di riconoscersi.
Accanto a Wonderwall resta il repertorio tradizionale dell’Inghilterra calcistica: Three Lions dei Lightning Seeds con David Baddiel e Frank Skinner, il suo football’s coming home ripetuto da 30 anni più come attesa che come certezza; World in Motion dei New Order, memoria sonora di Italia ’90; Sweet Caroline di Neil Diamond, diventata ormai un classico trasversale dello sport britannico e, insieme, statunitense.
La musica è parte dello spettacolo
Ma il fenomeno non riguarda solo gli inglesi. Da tempo il calcio usa la musica come lingua supplementare. L’Argentina ha vinto il Mondiale 2022 anche dentro Muchachos, ahora nos volvimos a ilusionar de La Mosca Tsé-Tsé, che ha unito Messi, Maradona, le Malvinas e la rivincita popolare in un unico testo. La Colombia porta con sé Shakira, non solo perché è la più grande star musicale del paese, ma perché con Waka Waka (This Time for Africa), insieme ai Freshlyground, ha prodotto una delle canzoni mondiali più riconoscibili del secolo. Ora il suo nuovo legame con il torneo, accanto a Burna Boy in Dai Dai, conferma che la Fifa, piaccia o meno, non vende più solo partite: vende una piattaforma culturale globale.
Esiste una musica che nasce dal basso, dai tifosi, dagli spogliatoi, dai video improvvisati, e una musica che arriva dall’alto, dalle strategie commerciali, dagli sponsor, dalle cerimonie e dai diritti televisivi. Le due dimensioni non sono separate. Si contaminano. Un coro spontaneo può diventare contenuto virale, un brano ufficiale può entrare nella memoria popolare, una vecchia canzone può essere rilanciata da TikTok e poi finire in curva. Il calcio globale non assorbe la cultura pop: la organizza, la amplifica e la monetizza.
Gli Stati Uniti, paese co-organizzatore, sono il laboratorio più evidente di questa trasformazione. Nel loro sport professionistico, la musica è da tempo parte dello spettacolo: halftime show, jumbotron, playlist da arena, attivazioni commerciali, star system. Il Mondiale americano porta il calcio dentro questo linguaggio. Ma nello stesso tempo il pubblico del soccer sta imparando codici più propriamente calcistici: cori, appropriazioni, parodie, brani adattati ai giocatori. È un passaggio culturale interessante. Il calcio negli Stati Uniti non diventa solo più grande; diventa più “orecchiabile”.
Una patria portatile
Cielito Lindo, invece, offre un’altra prospettiva: non è una canzone da marketing sportivo, è una patria portatile. Quando viene cantata dai tifosi messicani, dentro o fuori dal Messico, richiama lingua, diaspora, orgoglio nazionale, frontiera. È un brano che accompagna il paese ovunque, soprattutto negli Stati Uniti, dove la presenza messicana è parte sostanziale del paesaggio sociale e calcistico. In un Mondiale nordamericano, il Messico non è soltanto una sede: è una delle principali chiavi culturali del torneo.
Poi ci sono i brani senza passaporto. Seven Nation Army dei White Stripes e Freed from Desire di Gala: canzoni nate in contesti diversi e trasformate dagli stadi in formule comuni. Funzionano perché sono semplici, ripetitive, adattabili. Non chiedono appartenenza originaria, ma disponibilità all’uso. Sono materiale perfetto per il calcio globale, dove una melodia può nascere a Detroit, essere cantata in Italia, modificata in Irlanda del Nord e riapparire in un Mondiale dall’altra parte del mondo.
Dentro questa geografia sonora, l’Italia occupa un posto paradossale. Non c’è al Mondiale, ma continua a circolare nella musica degli altri. Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri, uscita nel 1981, è una canzone leggerissima e per questo potentissima: poche parole, andamento corale, emozione immediata. Non spiega nulla, ma crea partecipazione.
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