Il 20 luglio del 1969 un essere umano posava per la prima volta il piede sulla superficie della Luna. Da allora quel disco argenteo che tutti conosciamo, e che continuiamo ad ammirare ogni notte ci sembra più vicino. Chiediamoci allora non solo da dove viene la Luna, ma soprattutto dove è diretta: che destino l’attende in un futuro lontanissimo?
Il 20 luglio ricorre un anniversario che vale la pena di ricordare: 57 anni fa, nel 1969, un essere umano posava per la prima volta il piede sulla superficie della Luna. Da allora quel disco argenteo che tutti conosciamo, e che continuiamo ad ammirare ogni notte, ha smesso di essere solo un punto luminoso lontano ed è diventato, almeno per un breve periodo della storia umana, un luogo che qualcuno ha davvero calpestato. Sembra dunque il momento giusto per chiedersi non solo da dove viene la Luna, ma soprattutto dove è diretta: che destino l’attende in un futuro lontanissimo?
Basta alzare gli occhi al cielo in una notte serena per rendersi conto di quanto la Luna sia, in fondo, uno spettacolo straordinario che diamo troppo spesso per scontato. Le grandi macchie scure che ne punteggiano la superficie sono cicatrici di impatti giganteschi avvenuti miliardi di anni fa, ancora perfettamente leggibili oggi. Ma la sua storia non è scritta solo nel passato: è già in corso un lento cammino verso un futuro che porterà la Luna, e l’intero sistema Terra-Luna, verso una fine tutt’altro che scontata.
Una nascita ravvicinatissima
Il quadro generale della nascita della Luna è ormai piuttosto solido tra gli scienziati. Poche decine di milioni di anni dopo la formazione della Terra, un corpo delle dimensioni di un pianeta la colpì di striscio, scagliando enormi quantità di materiale nello spazio circostante. Da quei detriti, un misto di crosta terrestre e resti del corpo impattore, si sarebbe poi aggregata la Luna. Quella Luna neonata, però, non assomigliava affatto a quella che vediamo oggi. Orbitava a soli 20.000 chilometri dalla Terra, una frazione minima rispetto ai 380.000 chilometri di distanza media attuale. Vista da Terra, avrebbe occupato circa 10 gradi di cielo: le dimensioni di un pugno tenuto a distanza di un braccio, un disco enorme che oggi ci sembrerebbe quasi inquietante.
Il lento allontanamento
Quella vicinanza, però, non durò. La gravità terrestre, così intensa a distanza così ravvicinata, generò forze di marea imponenti sulla giovane Luna. Il principio è semplice: la forza di gravità diminuisce rapidamente con la distanza, per cui il lato lunare più vicino alla Terra veniva attratto con più forza rispetto al lato opposto. Questa differenza, distribuita lungo i 3.400 chilometri di diametro del nostro satellite, lo deformò leggermente, trasformandolo da una sfera perfetta in un ovoide con due rigonfiamenti, uno rivolto verso la Terra e uno dalla parte opposta. La Luna, all’epoca, ruotava molto più velocemente di oggi.
Per inerzia, questa rotazione spingeva leggermente in avanti i rigonfiamenti mareali rispetto alla linea ideale che la univa alla Terra. La gravità terrestre, però, tirava costantemente quei rigonfiamenti indietro, cercando di riallinearli: un tiro alla fune che, nel corso di milioni di anni, frenò progressivamente la rotazione lunare, allungandone il “giorno”.
Parte dell’energia sottratta alla rotazione venne trasferita all’orbita, spingendo la Luna sempre più lontano dalla Terra. Il processo fu rapidissimo agli inizi, poi rallentò man mano che la distanza cresceva e le forze mareali si indebolivano, fino a quando la rotazione lunare non rallentò al punto da coincidere esattamente con il tempo impiegato a completare un’orbita attorno alla Terra. È il cosiddetto blocco mareale, il motivo per cui oggi, dalla Terra, vediamo sempre la stessa faccia della Luna.
Il futuro
Il meccanismo, però, funziona in entrambe le direzioni. Anche la Luna genera due rigonfiamenti mareali sulla Terra, che la rotazione terrestre spinge leggermente fuori asse; la Luna, a sua volta, tira su questi rigonfiamenti, frenando gradualmente anche la rotazione del nostro pianeta. Il giorno terrestre si sta effettivamente allungando, anche se di appena circa due millesimi di secondo per secolo: nessun bisogno di correggere gli orologi.
Questo scambio continuo di energia spiega perché, ancora oggi, miliardi di anni dopo la sua formazione, la Luna continui ad allontanarsi dalla Terra a una velocità di circa quattro centimetri l’anno. Seguendo questa logica fino in fondo, il destino della Luna sembrerebbe scritto: l’allontanamento proseguirà, sempre più lentamente, fino a quando la rotazione della Terra non rallenterà abbastanza da eguagliare il periodo orbitale lunare. A quel punto la Terra mostrerebbe sempre la stessa faccia alla Luna, che a sua volta smetterebbe di sorgere e tramontare, restando fissa in un unico punto del cielo per un ipotetico osservatore terrestre.
C’è però un dettaglio non trascurabile: perché questo scenario si realizzi servirebbero miliardi di anni, e la Terra potrebbe semplicemente non arrivarci in queste condizioni.
Gli oceani terrestri giocano infatti, un ruolo decisivo in tutto questo processo, assorbendo gran parte dell’energia delle maree lunari e generando l’attrito che rallenta la rotazione del pianeta. Ma gli oceani non sono eterni. Tra circa un miliardo di anni gli oceani terrestri potrebbero letteralmente evaporare, trasformando il pianeta in un mondo arido e privo d’acqua. Al netto delle drammatiche conseguenze per la vita sulla Terra, la scomparsa degli oceani rallenterebbe bruscamente anche l’intera evoluzione mareale: sia l’allontanamento della Luna sia la variazione della rotazione terrestre subirebbero un forte stallo, allungando i tempi necessari al blocco mareale reciproco di altri miliardi di anni. Un lusso di tempo che, però, il Sole non concederà.
Tra sei o sette miliardi di anni il Sole esaurirà l’idrogeno nel proprio nucleo e si trasformerà in una gigante rossa, gonfiandosi enormemente. Gli astronomi discutono ancora se questa espansione sarà sufficiente a inghiottire la Terra, ma per il destino della Luna la questione è quasi accademica: a quel punto sia il nostro pianeta sia il suo satellite saranno comunque avvolti dal calore della stella morente e l’esito finale, per quanto lentamente scritto dalle maree, diventerà semplicemente irrilevante.
Il cimitero nucleare
A circa 4.700 metri di profondità, in una piana abissale dell’Atlantico nord-orientale, riposa da decenni un’eredità scomoda: oltre 200.000 fusti di scorie radioattive, scaricati in mare tra il 1950 e il 1990 da diversi paesi europei prima che un moratorio internazionale, e poi un divieto definitivo, mettesse fine a questa pratica nel 1993. A lungo quel deposito sommerso è rimasto letteralmente fuori dalla vista e dalla memoria collettiva. Oggi, grazie al progetto Nodssum guidato dal CNRS francese, quei fusti stanno finalmente iniziando a raccontare la loro storia. Tutto è partito circa un anno fa, quando una prima missione, condotta tra il 15 giugno e l’11 luglio del 2025 a bordo della nave oceanografica L’Atalante, si è posta un obiettivo tutt’altro che semplice: localizzare, nel buio più totale, oggetti lunghi appena un metro dispersi su un’area di circa 14.500 chilometri quadrati.
Per riuscirci, i ricercatori hanno affidato la ricerca al veicolo sottomarino autonomo Ulyx, al suo debutto in una missione scientifica di questo tipo. In sedici immersioni, per oltre 800 chilometri percorsi sul fondale, Ulyx ha permesso di individuare e fotografare con precisione 3.355 fusti, spesso semisepolti nei sedimenti, restituendo per la prima volta una mappa dettagliata della zona di smaltimento.
Forti di quella cartografia, i ricercatori del CNRS, in collaborazione con l’Ifremer, l’Autorità di sicurezza nucleare e radioprotezione (ASNR) francese e diversi partner nazionali e internazionali, sono tornati sul posto un anno dopo per una seconda campagna, ancora più ravvicinata. Dal 27 maggio al 28 giugno 2026, circa trenta scienziati sono saliti a bordo della nave Pourquoi Pas?, questa volta per un’esplorazione diretta e non più solo cartografica. Il protagonista, in questa fase, è stato il sommergibile con equipaggio Nautile, parte della flotta oceanografica francese, che ha compiuto venti immersioni in cinque siti di studio selezionati in base ai dati raccolti l’anno precedente, avvicinandosi ai fusti più di quanto fosse mai stato fatto prima.
Fusti squarciati
Le immagini raccolte dal Nautile raccontano uno scenario tutt’altro che rassicurante: diversi fusti mostrano un avanzato stato di deterioramento, e alcuni hanno perso completamente il proprio contenuto, riversandolo sul fondale circostante. I ricercatori hanno potuto identificare i diversi materiali usati all’epoca per incapsulare le scorie, tra cui resina, bitume e cemento, pensati originariamente per garantire un confinamento sicuro per una ventina d’anni: una durata ampiamente superata, considerando che i fusti più vecchi sono immersi da oltre settant’anni. Gli strumenti di misurazione della radioattività imbarcati sul sommergibile hanno rilevato segnali significativi di radionuclidi tipici di questo genere di scorie, tra cui cobalto-60 e niobio-94, oltre a cesio-137 e americio-241 (questi ultimi due sono anche marcatori tipici dei test nucleari atmosferici e di eventuali incidenti, ma qui presenti in quantità ben superiori a quelle attese per una semplice ricaduta di fondo).
In prossimità di alcuni fusti, i livelli di attività registrati sono risultati superiori a quelli normalmente attesi in quest’area degli abissi, un segnale che conferma un rilascio in corso. Va detto, comunque, che la radioattività complessiva misurata resta bassa, tanto da permettere di maneggiare i campioni raccolti senza particolari restrizioni.
Parallelamente all’osservazione diretta dei fusti, il team ha condotto un lavoro di campionamento sistematico: acqua di mare, sedimenti prelevati con un carotiere speciale in grado di preservare intatta l’interfaccia tra acqua e fondale, organismi viventi e persino comunità microbiche, raccolti sia a contatto con i fusti sia negli habitat rocciosi circostanti, per poterli confrontare tra loro. L’obiettivo è capire come i radionuclidi si trasferiscano tra i comparti dell’ambiente marino profondo, dall’acqua interstiziale dei sedimenti fino agli organismi che vivono a stretto contatto con quei relitti tossici.
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