Se accendi una candela e passi un dito sopra la fiamma, volendo, puoi provare a soffermarti più di un attimo. Puoi farlo, ma non ci riuscirai, perché farà già troppo male.

A cavallo con la notte di Capodanno, nella località di Crans-Montana, alcune centinaia di persone molto giovani sono state esposte al fuoco, hanno provato dolore e paura, quaranta sono morte, molte altre sono rimaste gravemente ferite. Questo è accaduto, questo è ciò che ci è dato sapere. Altre cose invece (come è potuto succedere? Di chi è la responsabilità?) andranno accertate. Incapaci di dare un senso a questa vicenda, possiamo invece chiederci che cosa vuol dire sapere che da quella notte è trascorso un mese.

A cosa ci serve misurare la nostra distanza da una tragedia con un’unità di tempo? Trenta giorni da un evento che ha portato l’orrore corrispondono a una maggiorata distanza fisica e mentale dall’orrore stesso e, dunque, all’inizio della possibilità di dimenticarlo.

In questi trenta giorni quaranta persone giovanissime hanno cessato di essere presenti al consesso dei vivi e non potranno più tornare. Il rituale del ricordo, in una società che presume di essere tale, serve a questo, a non dimenticare che è accaduto l’indicibile.

L’indicibile è un concetto su cui vale la pena soffermarsi, perché ha delle caratteristiche tutte sue. Per esempio ha l’abitudine di accadere lontano, in luoghi diversi da quelli che conosciamo o anche solo riconosciamo. Nel caso dell’orrore di Crans-Montana l’indicibile è arrivato in una località sciistica nota per il turismo di lusso, gaia come nei cinepanettoni degli ultimi due decenni del secolo breve, attrezzata e sicura come si confà agli anni Venti del nuovo millennio.

Il nuovo millennio però, ce ne siamo ampiamente accorti, è un posto strano. È un posto in cui il mondo adulto perseguita i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine con arringhe e inviti alla responsabilità della più varia natura.

Gli adulti dicono ai ragazzi non fate cose pericolose, siete una generazione perduta, siete distratti, pigri, incoscienti, sempre attaccati a quel cellulare, deconcentrati, peggiori di noi, noi ai nostri tempi, siete irresponsabili, irresponsabili, irresponsabili. Ma forse non è ai ragazzi che bisogna insegnare la responsabilità e nemmeno che si muore. Ricordare che si muore significa anche ricordare che si può far morire e gli unici irresponsabili a giocare con il fuoco qui, da troppo tempo, sono quelli che si dicono grandi.

Con un’età compresa tra i 14 e i 26 anni, solo due le vittime di 33 e 39 anni, i morti di Crans-Montana sono stati tra gli ultimi agnelli immolati sull’altare di un anno che per ragazzi, giovani adulti e bambini non ha avuto nessuna pietà.

Per mezzo della voce del personaggio immaginario Michael Hanlon, Stephen King scriveva in IT: «Può un’intera città essere posseduta? Posseduta come si dice che siano certe abitazioni?».

Parafrasando questo passaggio che si interroga sulla natura della città di Derry, oggi non sarebbe eccessivo chiedersi: «Può un’intera civiltà essere posseduta?». Può, ogni cosa che creiamo e che tocchiamo, non far altro che generare maledizioni e fantasmi?

Dalla notte dei tempi abbiamo sempre avuto bisogno di storie per rendere noti e affrontabili i mali del mondo, della vita e dell’umano, per esorcizzarli e per tenerli a bada. In parte ci siamo anche riusciti, ma pare che non stia funzionando più, pare che l’acqua del pozzo sia avvelenata, il terreno contaminato e nessuna formula magica e nessun diniego possano evitare che il mostro si porti via i più giovani del villaggio. Come potrebbero, del resto, se il mostro è lo stesso sistema costruito dagli adulti?

Ballando e festeggiando in un locale che si presumeva sicuro, quelle persone ora uscite dalla linea del tempo che scorre, le cui sole immagini sono incastrate nella riproduzione perpetua dei video, non potevano immaginare che la violenza non è solo quella dell’indicibile che accade lontano, in altri luoghi, ad altre persone. La violenza si esprime anche attraverso scelte economiche e imprenditoriali. Che si tratti di un lotto immobiliare in un teatro di guerra o di una speculazione nel cuore dell’Europa, la violenza dell’avidità globale arriva ovunque e non risparmia nessuno. Si esprime anche attraverso un calcolo delle priorità che mette la sicurezza dei più giovani in fondo alla lista delle cose importanti, molto dopo il profitto.

È davvero un tempo strano, quello in cui si è cercato di salutare il futuro che non sarebbe mai venuto in un’amena località svizzera. Un tempo in cui la fame degli adulti ha poco a che fare con la pulsione di vita e la protezione di specie e sembra, piuttosto, il suo contrario. Forse, l’unico modo per salvare ciò che resta è assumersi la responsabilità collettiva del fatto che a volte è troppo tardi, che un fallimento sociale è un fallimento sociale, l’indicibile non torna in bocca, l’irrimediabile una volta fatto non si disfa, e quel che si è perduto in questo mondo lo si è perduto per sempre.

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