Oggi, 8 aprile, la prima riunione in Senato del gruppo voluto dalla relatrice Bongiorno (Lega) per modificare il reato di violenza sessuale, dopo il dietrofront sul testo approvato all’unanimità alla Camera. Le posizioni tra maggioranza e opposizione rimangono distanti. Davanti a palazzo Madama la mobilitazione permanente: «Solo consenso libero e attuale»
Con il comitato ristretto la senatrice leghista Giulia Bongiorno mira, almeno ufficialmente, a negoziare con le opposizioni. Ma i movimenti transfemministi, i centri antiviolenza e i partiti di centrosinistra hanno ribadito che sul consenso non ci può essere mediazione, che il sesso senza consenso è stupro e che l’unica modifica possibile è l’introduzione del consenso libero e attuale. Tradotto: piuttosto di un testo peggiorativo, è meglio lasciare l’ordinamento e l’articolo che punisce la violenza sessuale, il 609 bis, così come sono.
Alle 15 di oggi, mercoledì 8 aprile, è stato indetto un presidio davanti al Senato, e in altre città d’Italia, per ricordare a Bongiorno – relatrice del disegno di legge e autrice del dietrofront dopo l’approvazione all’unanimità alla Camera di un testo che conteneva il “consenso” – che la mobilitazione è permanente e che la politica deve rispondere ai cittadini e alle cittadine.
Il comitato
Tutto avviene nel giorno in cui era prevista la prima riunione del comitato ristretto, costituito in Commissione Giustizia al Senato, a cui Bongiorno ha però disertato. Fanno parte del comitato anche la senatrice Erika Stefani, per la Lega, Susanna Donatella Campione per Fratelli d’Italia, Pierantonio Zanettin per Forza Italia. Mentre per l’opposizione partecipano la senatrice del Partito democratico Valeria Valente, Ada Lopreiato per il Movimento 5 stelle, Ilaria Cucchi per Alleanza Verdi e Sinistra e Ivan Scalfarotto per Italia viva. Anche la senatrice del gruppo per le Autonomie Julia Unterberger ne fa parte e ha presentato un’ulteriore proposta con la definizione di «consenso riconoscibile».
L’obiettivo è quello di trovare una sintesi, ma una sintesi era già stata trovata alla Camera, con l’accordo tra le leader dei principali partiti: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein. Il ddl era infatti stato approvato all’unanimità e prevedeva l’introduzione della formula «consenso libero e attuale» nel reato di violenza sessuale. Ma, arrivato al Senato, il 25 novembre scorso – data simbolica, quella della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne – il testo è stato stravolto e la formula originaria cancellata, con sorpresa degli alleati di governo. Della leghista la regia di una mossa politica – forte dei risultati ottenuti dalla Lega alle amministrative in Veneto – nascosta dietro dubbi tecnici.
In Senato si è così riaperta la partita, con un giro di audizioni e un testo base – che porta la firma della relatrice – completamente opposto all’accordo bipartisan raggiunto alla Camera. Bongiorno ha introdotto il concetto della «volontà contraria». Ma per le opposizioni questo non può essere un terreno comune da cui ripartire: «Il testo Bongiorno è irricevibile perché offende le donne. Non c’è nessuna possibilità di arrivare a una sintesi condivisa. L’unica cosa che si può fare è tornare al testo Camera sul consenso libero e attuale», ha detto Cucchi di Avs, al termine della prima riunione del comitato. «Il punto di partenza deve essere il consenso – ha aggiunto a margine dei lavori Lopreiato del M5s – dobbiamo mettere nero su bianco una giurisprudenza che è ormai consolidata ma soltanto in Cassazione».
Non si tratta di una posizione di principio, ha spiegato la dem Valente, «ma di una posizione per cui ci sentiamo supportati dalle moltissime delle audizioni fatte, che hanno convenuto che il concetto di consenso può essere tranquillamente inserito nella norma». Che sia, ha concluso la senatrice del Pd, un aiuto per le donne, costrette «a vivere un calvario giudiziario», e che ne convinca sempre di più a denunciare.
Il gruppo si riunirà ogni giovedì, ma già il primo incontro ha fatto emergere le distanze. Bongiorno assente, mentre Zanettin ha fatto sapere che Forza Italia ha cambiato posizione rispetto a quella adottata nell’altra ala del Parlamento. «La destra si è rimangiata la parola presa alla Camera e questo è grave», ha commentato Cucchi, riconoscendo come a impedire la forzatura della Lega e della destra sia stata la mobilitazione delle donne. Anche Campione di FdI ha fatto sapere di voler ripartire dal testo di Bongiorno, senza escludere però la possibilità di riscriverlo: «Siamo aperti a tutte le possibilità».
Femminicidi
Mentre le posizioni rimangono distanti e la destra lavora in una direzione contraria agli impegni internazionali presi, prima su tutti la ratifica della Convenzione di Istanbul, i dati richiamano la politica alle proprie responsabilità. Dall’inizio dell’anno l’Osservatorio di Non una di meno ha contato 15 femminicidi e 37 tentati femminicidi. Una linea che non accenna a calare, un fenomeno che mostra tratti ormai conosciuti: «Nella totalità dei casi, l’assassino era conosciuto dalla persona uccisa», scrive Nudm.
Quello dei corpi delle donne non è quindi un terreno su cui si può mediare, ricorda la piazza, partecipata anche da associazioni e movimenti tra cui la Casa internazionale delle Donne, Non Una di Meno e Differenza Donna.
Il testo di Bongiorno sottopone a scrutinio il comportamento della persona offesa, denuncia Differenza Donna: «Si indagherà sulle sue reazioni, sulla sua storia personale, sulla sua credibilità. Si chiederà perché non ha reagito, perché non si è opposta “abbastanza”, perché non ha detto no in modo riconoscibile. Questo impianto normativo non rafforza la tutela, ma la indebolisce».
© Riproduzione riservata



