Pd, Avs, M5s e Italia Viva hanno accolto l’iniziativa della senatrice leghista Bongiorno che aveva fatto saltare il testo approvato all’unanimità alla Camera sulla modifica del reato di violenza sessuale, introducendo il concetto di «volontà contraria». La minoranza: «Altrimenti meglio non avere una legge»
La sconfitta al referendum sulla giustizia ha messo un freno anche al disegno di legge rinominato “ddl Stupri”, dopo il colpo di mano della senatrice Giulia Bongiorno, che ha tradito il patto Meloni-Schlein sulla modifica del reato di violenza sessuale – il 609 bis del codice penale – eliminando dalla norma il concetto di consenso. La strategia è cambiata: al tirare dritto senza alcuna possibilità di mediazione e incontro né ascolto di opposizioni e società civile, forti di una maggioranza che hanno sempre raccontato come compatta, ora con la vittoria del no sembra prevalere una volontà di dialogo.
Se prima Bongiorno, relatrice del provvedimento, aveva stravolto il testo approvato alla Camera e imposto una definizione con il concetto di «volontà contraria», mercoledì ha proposto in commissione Giustizia al Senato di creare un comitato ristretto per riscrivere un nuovo testo che avvicini le posizioni dei partiti di maggioranza e di minoranza.
«Prima di cominciare con le votazioni degli emendamenti, e tenendo conto di quanto emerso nelle ultime audizioni e delle posizioni in campo, in commissione abbiamo deciso di fare un comitato ristretto per cercare di trovare una sintesi tra le parti e per cercare di arricchire il testo», ha detto Bongiorno all’Ansa, auspicando «che ci sia un accordo su testi di così grande importanza». Secondo la leghista in questo modo si proverà a «omogeneizzare le novità introdotte dalla proposta di legge con le altre fattispecie di reati, sciogliere i nodi tecnici e il nodo politico che resta».
L’iniziativa è stata accolta dalle opposizioni che, però, hanno ribadito che «l’unico terreno di confronto rimane il testo approvato all’unanimità alla Camera, che prevede il “consenso libero e attuale” in materia di violenza sessuale», mentre quello proposto da Bongiorno resta irricevibile e il consenso non può essere aggettivato in altro modo. Per i senatori e le senatrici del Partito democratico, di Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Italia Viva solo su queste basi ha senso un comitato ristretto, «altrimenti meglio nessuna legge che una legge sbagliata».
La svolta è stata possibile anche grazie alla mobilitazione permanente e alle manifestazioni indette dai movimenti transfemministi e dalle associazioni che lavorano nel contrasto alla violenza di genere, in oltre cento piazze negli ultimi mesi e in una piazza nazionale per dire che «il consenso non è una formula giuridica», ma «è un diritto, è autodeterminazione, è libertà». «Prendiamo atto che, anche grazie alla mobilitazione delle donne e delle reti antiviolenza nelle piazze, il testo Bongiorno non esiste più», hanno scritto le senatrici e i senatori delle opposizioni.
Non è chiaro quale sia l’obiettivo della relatrice della Lega, se voglia prendere tempo, velocizzare o realmente superare l’impasse, ciò che è certo è invece lo slittamento del passaggio in aula: il ddl era inizialmente calendarizzato l’8 aprile ma il raggiungimento di un accordo, la presentazione degli emendamenti e la votazione necessitano inevitabilmente di più tempo.
I centri antiviolenza
La rete dei centri antiviolenza è sulla stessa linea delle opposizioni: «Non intravede alcun punto accettabile all’interno della proposta avanzata dalla senatrice, che non sembra voler aprire all’inserimento del consenso libero, attuale e revocabile», ha affermato Cristina Carelli, presidente Donne in Rete contro la violenza (la rete DiRe).
Carelli si augura che «pesi la presa di posizione della società civile concretizzata nelle iniziative che dalla fine di gennaio hanno coinvolto territori di tutto il paese». Centinaia di persone si sono opposte con i loro corpi in piazza a una definizione contraria a quella prevista dalla Convenzione di Istanbul, che sancisce il consenso – ricorda la presidente di DiRe – come «concetto necessario, da introdurre come base di nuovi modelli relazionali, vero grimaldello per decostruire la cultura dello stupro alla base del nostro vivere sociale». All’articolo 36, il documento del Consiglio d’Europa definisce «consenso» come «libera manifestazione della volontà della persona», che «deve essere valutato tenendo conto della situazione e del contesto».
È dunque necessario, ha concluso Carelli, che le iniziative politiche si ispirino alle esperienze di aree della società civile che quotidianamente lavorano e contribuiscono all’emersione del fenomeno e alla messa in campo di pratiche efficaci.
Consenso e dissenso
Il testo approvato all’unanimità, sulla base del disegno di legge a prima firma della deputata del Pd Laura Boldrini, voleva introdurre – in linea con la Convenzione di Istanbul ratificata dall’Italia nel 2013 – «il consenso libero e attuale» nel reato di violenza sessuale. Secondo quel ddl, dunque, solo sì è sì e il senso senza consenso è stupro.
Il testo base passato, dopo il dietrofront della Lega, in commissione al Senato prevede invece la «volontà contraria» – da valutare «tenendo conto della situazione e del contesto» – e pene più gravi. Quindi, si legge, «chiunque, contro la volontà di una persona, compie nei confronti della stessa atti sessuali ovvero la induce a compiere o subire i medesimi atti è punito con la reclusione da sei a dodici anni», non più da 4 a dieci anni.
La questione non è solo linguistica, hanno più volte ribadito opposizioni e società civile. L’operazione, oltre a non tener conto della giurisprudenza della Corte di cassazione, è stata politica e simbolica: «Sposta sulla persona offesa il dovere di dimostrare che non c’erano le condizioni per poter dire no, attribuendo così alla donna la responsabilità dell’atto sessuale», aveva detto a Domani Tatiana Montella, avvocata dei Cav di Lucha y Siesta. I due concetti hanno alla base un tipo diverso di relazione: il consenso presuppone un rapporto di parità, il dissenso presuppone uno sbilanciamento di potere, che vede il corpo della donna come un corpo disponibile.
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