I conflitti, il disastro ambientale, la crisi economica. Prima ancora la pandemia. Fino ad arrivare alla minaccia nucleare. Essere informati su ciò che succede intorno (e lontano) da noi può generare reazioni diverse, fino a indurre a informarsi di meno come forma di protezione. Abbiamo chiesto l’opinione dei nostri lettori e delle nostre lettrici
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«La facoltà di non sentire, la possibilità di non guardare [...] non temere il proprio tempo è questione di spazio», cantavano i Csi nel 1996 in Linea Gotica. Se non essere sotto le bombe è sempre stata solo una questione di fortuna – o meglio, di geografia – chi si trova esposto al flusso delle notizie può non sapere come gestire la paura che spesso generano. Scenari figli di racconti distopici sembrano sempre più vicini: il disastro ambientale, le guerre, la crisi economica. Prima ancora la pandemia. Fino ad arrivare alla minaccia nucleare.
E mentre informazioni e immagini corrono veloci, tra capi di Stato che minacciano di «cancellare un’intera civiltà» e bombe che continuano a cadere anche durante le tregue, il presente è sempre più difficile da comprendere. E il futuro più incerto.
Se essere solo testimoni rimane un privilegio, il carico emotivo che comporta l’esposizione continua a notizie può generare reazioni diverse, fino a indurre a informarsi di meno come forma di autotutela. Ma anche l’ansia di leggere il più possibile per provare a dare una spiegazione a ciò che succede nel mondo.
Nella nostra newsletter quotidiana, Oggi è Domani, lo abbiamo chiesto ai nostri abbonati e alle nostre abbonate. Per capire se, nel tempo, il rapporto con le notizie è cambiato e se questo abbia comportato anche scelte per proteggersi.
Il senso di impotenza
«Riconosco che tento la fuga ogni tanto», ci scrive un lettore. Molte e molti spiegano a Domani che, pur restando informati, c’è un momento in cui sentono di dover prendere delle pause, attraversati dal senso di impotenza.
«Non cambia per me il desiderio di informarmi con continuità, ma mi rendo conto in alcuni momenti di aver raggiunto il limite di tolleranza di notizie pesanti», aggiunge un altro utente. «Cerco di mantenere il mio equilibrio gestendo la capacità, non infinita – sottolinea – di preoccupazione e dolore».
Una delle “soluzioni” che funziona per alcuni è alternare la tipologia di contenuti, dedicando il proprio tempo anche a cose più leggere: «Quello che accade nel mondo mi crea ora un’ansia, un senso di smarrimento e frustrazione per quella che io avverto anche come una mia inutilità, che mi induce, soprattutto nella serata, a vedere programmi sciocchi che non avrei mai guardato in precedenza», racconta una lettrice. «Sì, sono seriamente angosciata!», conclude.
L’ansia di non sapere
D’altro canto, alcuni lettori e alcune lettrici raccontano di aver vissuto un movimento inverso: l’aumento di complessità delle questioni li ha indotti ad aumentare ancora di più il tempo dedicato a leggere notizie. Ciò li aiuta a governare l’ansia: «Penso esattamente il contrario: meglio avere informazioni per cercare di comprendere», spiega un lettore.
Lo conferma anche un altro utente: «Anche se le notizie sulle guerre sono obiettivamente ansiogene, preferisco essere informato».
Per alcuni è quasi un’ossessione. «Accade anche a me che forse, in maniera un po’ maniacale, seguo giornalmente ogni forma di informazione (non sui social) dai tg (almeno 4 al giorno), ai quotidiani, ai talk».
Qualcuno sottolinea che uno dei temi centrali è il modo in cui le notizie vengono raccontate. «Penso che i mezzi di informazione debbano vigilare sul modo di comunicare la realtà senza addolcire, ma anche senza drammatizzare senza motivo».
Gli altri sondaggi
Nell’ultimo sondaggio abbiamo chiesto alle nostre lettrici e ai nostri lettori quali possano essere le mosse migliori per rifondare il movimento calcistico italiano dopo la debacle contro la Bosnia agli spareggi per i Mondiali. È emerso che il calcio dovrebbe cambiare radicalmente, partendo dalle giovanili.
Nel sondaggio precedente abbiamo chiesto se abbia senso pensare alle primarie nel centro-sinistra. Tra chi ha sottolineato che «converrebbe solo a Conte» e chi teme sarebbe «un assist al premierato», la proposta, lanciata da Conte e accolta da Schlein, non ha convinto i più.
Prima ancora, il quesito riguardava la Spagna: «Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha fatto bene a opporsi a Trump? I leader europei devono seguire il suo esempio?».
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