Dopo la pubblicazione della bozza delle Indicazioni nazionali, che prevede lo spostamento del capolavoro di Manzoni dal secondo al quarto anno del liceo, nella nostra newsletter Tempo Pieno abbiamo chiesto ai lettori e alle lettrici cosa ne pensino, anche a partire dalla propria esperienza di studente, genitore o docente. È un testo superato o è ancora un «classico contemporaneo»? È indispensabile nel percorso di formazione? E soprattutto: è giusto porre la questione in questi termini?
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Per Italo Calvino, un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. Eppure, nel tempo, il canone può cambiare. E con lui anche le opere da leggere nelle classi di un liceo. È ciò che è accaduto al capolavoro manzoniano I promessi sposi, che nella bozza delle Indicazioni nazionali per i licei viene spostato dal secondo al quarto anno. Il dibattito che ne è scaturito ha portato molti a interrogarsi su cosa abbiano ancora da dire Renzo e Lucia agli studenti di oggi.
Nella nostra newsletter sulla scuola, Tempo Pieno, abbiamo chiesto ai nostri lettori e alle nostre lettrici cosa ne pensino. Anche a partire dalla propria esperienza, di studente, genitore o docente. È un testo superato o è ancora un «classico contemporaneo»? È indispensabile nel percorso di formazione? E soprattutto: è giusto porre la questione in questi termini?
Dipende dal programma
Secondo molti lettori e lettrici, il punto non è quanto sia indispensabile quest’opera in sé, ma quanto lo sia nel programma pensato dal singolo docente. Coerentemente con i principi di autonomia scolastica, spiegano alcuni, ogni docente dovrebbe poter valutare se e quando affrontare le opere letterarie. «Lascerei al mondo della scuola la decisione. Purtroppo l'arroganza parte dall'alto», sottolinea un intervento. Per questo, secondo molti, il dibattito politico rischia di essere fuorviante.
Autonomia? Sì, ma
La decisione, ribadiscono, è dei docenti. Che operano con autonomia, ma dentro dei margini. L’insegnante Chiara Meozzi, ad esempio, rivela che lei già da tempo affronta la lettura del romanzo ottocentesco in quarta liceo. Ciò che non la convince, però, è la modalità con cui sono arrivate le indicazioni: «L'impressione che mi danno è quella di voler trasformare l'autonomia in discrezionalità cosicché ognuno si senta autorizzato a fare un po' come gli pare. Questo, ovviamente, sottintende un reale depotenziamento dell'azione didattica. Tra le righe, "fate come vi pare, tanto non serve a nulla"».
Non sottovalutiamo i ragazzi
Tra gli aspetti sottolineati nelle discussioni intorno al rinvio della sfida manzoniana, c’è stato anche quello della presunta – o effettiva – difficoltà dell’opera. A caldo, c’è chi ha sostenuto che gli adolescenti di oggi non sappiano più cosa sia un ramo (quando non si parla di alberi) o chi sia un bravo.
Ma c’è anche chi ha ribadito che è proprio scontrandosi con la lingua manzoniana – e con i famigerati panni sciacquati in Arno – che lo si impara. Oggi come allora. Dello stesso avviso sono i nostri lettori, che pensano che gli studenti non vadano sottovalutati: «I ragazzi sono sempre pronti ad accogliere gli stimoli che la scuola è in grado di offrire».
Ha ancora qualcosa da dire?
Molte delle considerazioni che i lettori e le lettrici hanno condiviso con noi riguardano l’attualità dell’opera dal punto di vista contenutistico. «È un testo ancora molto attuale. Che si legga al secondo o al quarto anno, penso che sia importante per la formazione», si legge in un contributo. «Bisognerebbe non appesantirne la lettura con troppi approfondimenti critici. A volte per questo gli studenti non riescono ad apprezzarlo».
L’idea di fondo, insomma, è non abbandonare la lettura dell’opera, ma adattare ai bisogni della classe le modalità per renderla ancora appassionante e vicina alle sensibilità del presente. Per questo, secondo un’altra risposta, per comprenderne il senso oggi sarebbe opportuno leggere le avventure di Renzo e l’azzecca-garbugli con la guida del docente: «Il testo non è superato ma va letto insieme in classe a voce alta per calarla poi nei giorni nostri».
Un arricchimento anche linguistico
Sono tante le espressioni e i termini divenuti di uso comune grazie all’estro linguistico e letterario di Alessandro Manzoni. Tra questi, uno su tutti esprime proprio l'utilizzo strumentale e pretenzioso di frasi latine da parte dell’avvocato con cui si ritrova ad avere a che fare Renzo. Espediente linguistico per imbrogliare chi è senza cultura, il termine latinorum è diventato per antonomasia un modo per definire il linguaggio oscuro, involuto o cavilloso.
Arrendersi alla difficoltà della lingua manzoniana, secondo alcuni, sarebbe come rinunciare alla possibilità di comprendere la complessità linguistica. Perdendo, così, un’occasione didattica: «Se guardiamo alla forma, in un momento storico di eccessiva semplificazione della lingua e dell'espressione in generale, I promessi sposi offrono un’importante opportunità per arricchire il bagaglio lessicale dei giovani, per imparare la sintassi e le tecniche di scrittura narrativa».
Ricalibrare i tempi
C’è anche chi, però, sostiene che le ore impegnate nello studio del tomo manzoniano potrebbero essere investite in altro modo.
Tra questi lettori, c’è chi non dimentica l’astio che quelle letture obbligate gli avevano suscitato: «Ricordo ancora quanto li hanno fatti odiare a me: la scuola ha una buona dose di responsabilità sull'opinione negativa che hanno molti studenti o ex studenti riguardo a questo romanzo».
Radici culturali
Eppure, spiega ancora lo stesso lettore, il problema non è la difficoltà dell’opera: «Ritengo assurdo non considerarlo un classico o definirlo troppo difficile, perché allora dovremmo eliminare anche la Divina Commedia o l'Orlando Furioso e I Malavoglia».
Nel complesso, nessuno pensa sia del tutto superato, ma molti concordano sul fatto che si possano «ricalibrare i tempi da dedicare per aprire spazi alla letteratura dell'ultimo secolo». Il tutto, senza però dimenticare che si tratta di «radici culturali indispensabili per la formazione».
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