«L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale». È il giudizio del 55esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese. Secondo il rapporto, «si osserva un’irragionevole disponibilità degli italiani a credere a superstizioni premoderne, pregiudizi antiscientifici, teorie infondate e speculazioni complottiste».

Per il 5,9 per cento delle persone nel nostro paese (circa tre milioni) il Covid non esiste, per il 10,9 per cento il vaccino è inutile, per il 31,4 è un farmaco sperimentale, e le persone che si vaccinano fanno da cavie. Il 5,8 per cento è convinto che la terra sia piatta, per il 10 l’uomo non è mai sbarcato sulla luna, per il 19,9 il 5G è uno strumento sofisticato per controllare le persone.

E ancora, il 39,9 per cento degli italiani crede alla teoria del “gran rimpiazzamento”. È, cioè, convinta del fatto che prima o poi «identità e cultura nazionali spariranno a causa dell’arrivo degli immigrati, portatori di una demografia dinamica rispetto agli italiani che non fanno più figli», e che tutto ciò accada per «interesse e volontà di presunte opache élite globaliste».

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In tutti i casi, tranne che per quanto riguarda l’esistenza del Covid, la percentuale di popolazione italiana che crede in teorie cospirazioniste aumenta al diminuire del grado d’istruzione. Le ragioni di questa deriva, secondo il Censis, vanno ricercate in un disagio sociale profondo. La diminuzione degli investimenti sociali, la difficoltà o impossibilità di trovare lavoro, e le aspettative soggettive tradite dalla pandemia hanno provocato una «fuga nel pensiero magico».

Più dell’80 per cento dei giovani dai 18 ai 34 anni sente infatti di meritare di più dal lavoro e dalla vita in generale, mentre il 70,8 per cento si dice «molto inquieto rispetto al futuro». Le percentuali diminuiscono leggermente, ma restano tra l’80 e il 40 per cento, nelle fasce d’età dai 35 ai 64 anni, e dai 65 anni in su.

I giovani e la pandemia

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La pandemia ha avuto effetti devastanti in particolare sui giovani. «La necessità di garantire pari opportunità generazionali – si legge nel rapporto – è emersa in tutta la sua urgenza in conseguenza della crisi pandemica». Il 74,1 per cento dei giovani dai 18 ai 34 ritiene che ci siano troppi anziani nelle posizioni di potere negli ambiti di economia, società e media.

Il 54,3 per cento crede che si spendano troppe risorse pubbliche per gli anziani, e troppo poche per i giovani. Già nel rapporto del 2020 si osservava come i giovani occupati dai 15 ai 34 anni fossero stati particolarmente colpiti dalla perdita del lavoro in settori come alberghi e ristorazione, industria, attività immobiliari e servizi alle imprese.

«Quando esaurirà la sua onda d’urto – prevedeva il rapporto dell’anno scorso – la pandemia lascerà dietro di sé non solo una società più incerta e impaurita, ma anche una profonda crisi economica e occupazionale, di cui non tutti pagheranno le spese allo stesso modo».

Secondo il 51,2 per cento degli italiani – e il 55 per cento dei giovani – non torneremo più alla crescita economica e al benessere del passato, nonostante il rimbalzo del Pil e dei consumi registrato nel 2021.

La precarietà lavorativa ha influito anche sulla fiducia verso lo stato e le istituzioni: se il 58 per cento della popolazione italiana tende a non fidarsi del governo, questa percentuale sale al 66 per cento tra i giovani.

Il dramma occupazionale delle donne

Assieme ai giovani, le donne si confermano essere la categoria più colpita dalla crisi Covid. Nonostante il rimbalzo economico partito a giugno 2021, le donne occupate hanno continuato a diminuire. Sono 9.448mila alla fine del 2020, mentre alla fine del 2019 erano 9.869mila.

La pandemia ha rappresentato una nuova difficoltà rispetto a quelle abituali per le donne nel mondo dell’occupazione: 421mila donne hanno perso o non sono riuscite a trovare lavoro, e per il 52,9 per cento lo stress e la fatica di coniugare famiglia e lavoro sono aumentate durante l’emergenza sanitaria. Tra gli uomini, solo il 39,3 per cento ha dichiarato lo stesso.

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All’interno dell’insieme “donne e mondo del lavoro”, c’è un sottoinsieme che è ha sofferto di più. Si tratta delle madri occupate con figli in età scolare. La chiusura delle scuole e la didattica a distanza le hanno costrette a rivedere la gestione dei tempi da dedicare al lavoro e alla cura genitoriale, situazione che è andata a svantaggio del tasso di occupazione femminile.

Su questo punto, anche quest’anno l’Italia si conferma tra i paesi peggiori in Europa: siamo al quart’ultimo posto, con il 51,9 per cento delle donne tra 20 e 49 anni che lavorano, ben al di sotto della media europea, che è del 64,7 per cento. Sotto di noi ci sono solo Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria.

Solidarietà e gestione dell’emergenza

Dal rapporto emergono però anche dati positivi. Le forme di solidarietà si sono moltiplicate dall’inizio della pandemia, e «hanno rappresentato uno strumento fondamentale di risposta ai diversi periodi dell’emergenza». Un terzo degli italiani si è impegnato in prima persona in forme d’aiuto collegate alla pandemia, aderendo alle varie raccolte fondi organizzate in quel periodo o facendo volontariato attivo.

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Anche prima del Covid il 43,5 per cento degli italiani aveva partecipato a iniziative d’aiuto in risposta a eventi disastrosi o calamità naturali che hanno colpito il territorio. Tuttavia, la pandemia ha rappresentato una spinta in più: tra il 29,7 per cento di chi si è attivato, il 12,3 non lo aveva fatto in precedenti emergenze.

Risulta positivo anche il giudizio sull’operato delle istituzioni italiane durante la pandemia. Per la maggior parte degli italiani – il 56,3 per cento – la gestione dell’emergenza Covid è stata «abbastanza adeguata alla complessità della situazione». Il 20,7 per cento dichiara di averla trovata adeguata e con buoni risultati, mentre per il 23 per cento non lo è stata, e ha avuto risultati poco o nulla soddisfacenti.

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