La nave dell’ong tedesca, dopo aver soccorso 90 persone nel Mediterraneo centrale, è stata attaccata dai guardacoste libici con raffica di mitra e minacce di abbordaggio e dirottamento. In tutto 166 naufraghi in salvo, sbarcati a Brindisi. Il capitano «ha agito anteponendo la protezione delle persone a bordo sotto la sua responsabilità»
Il capitano della Sea-Watch 5, nave dell’ong tedesca, è indagato con l’accusa di «favoreggiamento dell’ingresso illegale». È l’esito dell’ultima missione di Sea-Watch che ha soccorso nel Mediterraneo centrale 166 persone, sbarcate al porto di Brindisi. Una missione complicata per l’attacco subito da quella che gli Stati europei considerano la guardia costiera libica: una raffica di mitra, minacce di abbordaggio e dirottamento.
La notizia dell’indagine è arrivata venerdì, quando verso mezzogiorno, fa sapere l’organizzazione, gli agenti della guardia costiera italiana e della polizia sono saliti sull’imbarcazione della flotta civile. Sono rimasti sul ponte di comando per dodici ore, sequestrando documenti e attrezzature, per poi condurre alla stazione di polizia due membri dell’equipaggio per l’interrogatorio.
Il capitano «ha agito anteponendo la protezione delle persone a bordo sotto la sua responsabilità, rifiutandosi di compiere una grave violazione del diritto internazionale se si fosse reso complice di un respingimento», ha dichiarato in una nota Sea-Watch.
«Un altro feroce attacco alla solidarietà e un’aggressione allo Stato di diritto», denuncia la portavoce Giorgia Linardi, che considera paradossale l’azione delle autorità italiane: «Invece di fare luce sulle responsabilità dell’attacco contro i civili sulla nostra nave, lo stato prima manda i militari italiani a Tripoli a riparare i motori delle motovedette che compiono azioni criminali in mare, e poi accusa chi ha soccorso vite in mare».
Per Linardi è chiaro il tentativo del governo di «etichettare a tutti i costi la società civile come trafficanti» mentre continua a garantire finanziamenti e protezione ai «veri responsabili della tratta di esseri umani, come i ricercati internazionali pluriomicidi Bija e Almasri». Il primo, ucciso in Libia nel 2024, ufficiale della cosiddetta Guardia costiera libica, era considerato il numero uno tra i trafficanti di esseri umani ed era venuto in visita ufficiale in Italia per un corso di formazione organizzato dal Viminale. Il secondo, oggi detenuto dalle autorità tripoline e ricercato dalla Cpi per crimini contro l’umanità, è stato liberato dal governo italiano e riportato in Libia con un volo di Stato.
Le motovedette donate dall’italia
Gli attacchi subiti dai membri dell’equipaggio dell’ong sono infatti partiti da motovedette donate a Tripoli dall’Italia nel quadro dell’intesa tra i due paesi. Nel primo attacco, poco dopo il soccorso di 90 persone in acque internazionali, l’unità coinvolta era scortata dalla Murzuq 662, spiega Sea-Watch, una motovedetta donata alle autorità tripoline dall’Italia nel 2023, nell’ambito del quadro di cooperazione Ue-Libia SIBMMIL. Anche l’altra imbarcazione che ha inseguito «più tardi quel giorno» la Sea-Watch 5 è stata ceduta da Roma nel 2017. Si tratta della Ras Jadir 648, «coinvolta in diversi casi documentati di violenza in mare».
L’uso di indagini penali è per l’organizzazione un modo «per tenere lontane dal Mediterraneo centrale le navi di soccorso e criminalizzare il soccorso civile»: era già accaduto all’ong in una missione capitanata da Carola Rackete nel 2019. Ci sono poi stati oltre venti casi di indagini per favoreggiamento e, in alcune vicende, anche associazione per delinquere. Nella grande maggioranza dei casi, segnala Sea-Watch, le indagini sono state archiviate e le accuse non hanno mai portato a nulla.
Questo ultimo caso, conclude Linardi, dimostra che «la criminalizzazione della società civile è ormai prassi, ma anche davanti a questa escalation e non ci lasceremo intimidire».
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