Le trattative tra Stati Uniti e Iran sono in stallo. Le parti non solo faticano a trovare l’intesa per un accordo solido e duraturo, ma al momento la difficoltà è anche quella di far riunire le delegazioni dei due paesi sullo stesso tavolo.

Il secondo round di negoziati annunciato e previsto per il 22 e 23 aprile in Pakistan al momento è sospeso. Non avendo conferma dell’arrivo della delegazione iraniana a Islamabad, il vicepresidente degli Usa, scelto da Donald Trump come capo negoziatore, J.D. Vance, non è più partito.

Perché gli iraniani hanno disertato il vertice

L’ambasciatore iraniano presso le Nazioni unite, Amir-Saeid Iravani, ha spiegato che Teheran non ha inviato il proprio team negoziale a causa del blocco navale imposto dalla Casa Bianca. «Gli Stati Uniti devono cessare la loro “violazione del cessate il fuoco” prima di qualsiasi nuovo ciclo di negoziati», ha detto l’ambasciatore.

Il caso è scoppiato dopo che una nave iraniana è stata abbordata dalla Marina Usa al largo delle coste dell’Oman. Secondo alcuni media statunitensi la nave iraniana trasportava armi cinesi, ma al momento non ci sono conferme. In ogni caso, la vicenda (con tanto di video pubblicato online dai marines sull’abbordaggio) ha scatenato una dura reazione da parte di Teheran, che ha deciso di denunciare Washington all’Onu per pirateria.

Questo episodio ha quindi portato allo stallo delle trattative con gli iraniani che minacciano di fermare i colloqui se non viene tolto il blocco navale. Da parte sua, Trump ha deciso di prendere tempo accogliendo la proposta del mediatore pakistano, il generale Asim Munir, di prorogare la tregua.

Ma come era andato il primo colloquio negoziale che si è tenuto proprio in Pakistan ormai quasi due settimane fa?

La questione nucleare

Nonostante Trump abbia più volte affermato che un accordo è vicino, in realtà la distanza tra le parti è più grande di quella che il presidente americano voglia far credere. Gli Stati Uniti vogliono trasferire all’estero tutto l’uranio arricchito a oltre il 60 per cento in mano a Teheran, circa 440 chilogrammi, in modo tale da avere la garanzia che non venga utilizzato per scopi militari.

Gli iraniani hanno più volte affermato che sono disposti a sospendere il proprio programma nucleare per alcuni anni, ma chiedono che venga riconosciuto loro il diritto all’arricchimento per fini civili. Per quanto riguarda invece i 440 chilogrammi al momento non c’è la volontà di consegnarli agli Usa, non è un caso se il Pentagono sta anche opzionando diverse missioni militari sul terreno.

Il programma missilistico

Il tema era all’ordine del giorno delle trattative prima dell’operazione militare statunitense Epic Fury dello scorso 28 febbraio. Da allora la questione non è stata più sollevata pubblicamente, mentre gli iraniani hanno più volte affermato che le proprie capacità missilistiche «non sono negoziabili».

A spingere molto sulla questione è soprattutto il governo israeliano di Benjamin Netanyahu che di fatto vuole una resa totale iraniana e non avrebbe problemi a proseguire il conflitto come fatto finora.

Hormuz

Il dossier sullo Stretto di Hormuz non era presente al tavolo delle trattative prima del conflitto. Ora è diventato quello più impellente da risolvere per sbloccare la crisi energetica mondiale e far ripartire i mercati. Tuttavia, potrebbe essere anche la questione sulla quale è più semplice trovare un accordo. Washington chiede lo smantellamento della rete di mine navali poste sui fondali; il blocco delle imbarcazioni senza pilota nella regione e la garanzia che lo Stretto non venga più richiuso.Teheran non avrebbe problemi a far ripartire il transito delle navi in sicurezza, ma chiede la fine del blocco navale Usa e vorrebbe regolamentare nuove forme di pedaggio per le navi mercantili.

Si tratterebbe di un precedente non irrilevante, in quanto le tasse di passaggio non vengono pagate per gli stretti marittimi naturali come prevedono diverse convenzioni internazionali. Diverso è il caso dei canali artificiali come quello di Suez, che prevede tutta una serie di costi di gestione, e quindi per questo motivo sono a pagamento.

Tuttavia, lo stesso parlamento iraniano ha approvato già nelle scorse settimane una legge per istituire una tassa di transito e regolamentare una serie di questioni intorno al passaggio delle petroliere.

Risarcimenti e sanzioni

L’Iran chiede inoltre dei risarcimenti per la guerra che considera illegale in base al diritto internazionale. Al momento, il costo delle vite umane è altissimo: oltre 3mila persone sono state uccise secondo i dati delle autorità nazionali.

Il governo di Teheran stima perdite e danni per circa 270 miliardi di dollari. Una cifra che irrealisticamente potrà essere risarcita in qualche modo dagli Stati Uniti. Per questo motivo potrebbero entrare in gioco le sanzioni economiche che Teheran vuole azzerare completamente.

La Casa Bianca non è intenzionata a cedere sul punto, ma eliminare qualche sanzione potrebbe garantire al paese maggiori entrate economiche e quindi una sorta di risarcimento per il conflitto subito. Non è la prima volta che Trump eliminerebbe delle sanzioni. Lo ha fatto già in passato nei confronti della Siria, ma anche del Venezuela dopo l’operazione militare con cui ha catturato e arrestato il presidente Nicolas Maduro.

Cosa succede ora

In questo scenario complicato, a meno di colpi di scena, raggiungere un accordo nel breve termine sembra irrealistico. I mediatori pakistani stanno cercando di spingere Teheran a presentare una proposta per tornare al tavolo dei negoziati e nei confronti degli Usa stanno guadagnando tempo.

Per il momento sono riusciti a convincere Trump a estendere il cessate il fuoco. Resta da capire come si comporteranno gli altri paesi arabi della regione, pesantemente danneggiati dalla guerra in corso e con danni economici ancora incalcolabili.

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