Mancano nove giorni al voto del 22 e 23 marzo e il clima è sempre più incandescente, dal caso Bartolozzi al comizio della premier
Care lettrici, cari lettori
è iniziato il conto alla rovescia verso il referendum: mancano nove giorni al voto del 22 e 23 marzo e il clima è sempre più incandescente. Questa settimana ha avuto al centro la polemica montata dopo il dibattito a Catania cui ha partecipato anche dalla capa di Gabinetto Giusi Bartolozzi ed è proseguita con il comizio della premier Giorgia Meloni all’evento per il Sì organizzato da Fratelli d’Italia, su cui trovate approfondimenti.
Sul referendum ho intervistato anche la storica Benedetta Tobagi, che ha spiegato il suo impegno per il No.
Oggi, 13 marzo, si è svolto anche l’inaugurazione dell’anno giudiziario del Consiglio Nazionale Forense, che inevitabilmente ha toccato la questione referendaria.
Notizia di oggi è anche la morte di Bruno Contrada, il superpoliziotto dei misteri di Palermo negli anni Ottanta, protagonista di una lunga e controversa vicenda giudiziaria.
Infine, per le analisi, Luigi Viola e Gianluca Ludovici analizzano la decisione del tribunale del lavoro di Padova in materia di infortuni in smart working.
La polemica su Bartolozzi
L’intervento in materia di referendum della capa di Gabinetto ed ex magistrata Giusi Bartolozzi sta creando un terremoto politico.
La dirigente è stata in Sicilia – sua terra d’origine – durante il fine settimana e ha partecipato a un dibattito con il consigliere del Csm per il No, Marco Bisogni, poi è intervenuta alla televisione locale Telecolor. Intervenendo in un dibattito, la capa di gabinetto del ministero della Giustizia ha detto: «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Si è trattato di un unicum nel panorama passato e presente di una dirigente ministeriale – pur con nomina fiduciaria – che interviene in pubblico con posizioni politiche.
«Bartolozzi svela ciò che Meloni nasconde», ha commentato il leader 5S Giuseppe Conte. «Fin dall’inizio ho precisato che la riforma è fatta in favore della magistratura per recuperare la credibilità», ha tentato di ridimensionare la diretta interessata.
A intervenire è stato il sottosegretario all’Intelligence Alfredo Mantovano che su Radiouno ha dichiarato: «La frase della Bartolozzi è infelice, come lo stesso ministro Nordio ha sottolineato. Ma la cosa importante è esaminare il merito della riforma. Non si tratta di decidere la sorte del governo fino alla fine della legislatura ma di capire se le modifiche alla Costituzione siano condivise o meno dagli italiani».
Il ministro Nordio a invece difeso la sua capa di gabinetto: «Bartolozzi non deve dimettersi» perché “ha chiarito il suo punto di vista, che non si riferiva assolutamente a tutta la magistratura, ma soltanto a quella piccola parte minoritaria, che ha definito politicizzata. Sicuramente, come ho già detto, sono certo che si chiuderà con un’espressione che può essere stata interpretata in modo improprio, ma che, conoscendola anche come magistrato, non rappresenta certamente il suo pensiero».
Il video di Meloni
Due – e con toni in fondo simili – sono stati gli interventi della premier Giorgia Meloni, ormai in campo sul referendum in prima persona.
Il primo è stato con un video di 13 minuti condiviso sui suoi social, in cui ha detto che la riforma «modernizza l’Italia» e «riguarda tutti i cittadini», sostenendo che i magistrati – che hanno «perso autorevolezza» – siano l’unico potere «cui non corrisponde responsabilità», una stortura «che in ottant’anni non siamo mai riusciti a correggere». L’obiettivo della riforma, secondo la premier, è di rendere la giustizia «più meritocratica, autonoma, responsabile e soprattutto libera dai condizionamenti della politica». In realtà alcune sue dichiarazioni presentano imprecisioni che ho evidenziato in questo fact checking.
«liberano gli stupratori»
Il secondo intervento è stato invece di persona, all’evento per il Sì organizzato a Milano da Fratelli d’Italia, in questa sede ha usato toni decisamente apocalittici.
Quanto alla riforma, la premier ha snocciolato casi di malagiustizia che non hanno provocato conseguenze disciplinari nè valutazioni negative di professionalità, sottintendendo che con la riforma questi non dovrebbero più accadere: «Se la giustizia è lenta, inefficiente e ingiusta le conseguenze le pagano tutti», ha ripetuto come nel videomessaggio, dimenticando forse che il suo stesso ministro ha negato che la riforma impatti su velocità ed efficienza e che il disciplinare poco possa fare contro le sentenze errate, per cui esistono le impugnazioni e le richieste di risarcimento.
Nella ricostruzione di Meloni, il vero argomento nuovo è stato però l’attacco alla politica. «La riforma serve a eliminare il controllo dei partiti sulla magistratura», ha detto per spiegare il sorteggio, dicendo che i membri laici del Csm siano espressione dei partiti (oggi sette su dieci sono in quota centrodestra) quanto i togati lo sono delle correnti. E ancora, «io penso che la legge attuativa debba prevedere un periodo di decantazione prima che chi è stato laico al Csm possa entrare in politica», ha aggiunto in un passaggio decisamente significativo e inedito.
Solo alla fine, Meloni non ha rinunciato all’affondo più duro nei confronti delle toghe: scrivono sentenze «surreali», mettendo in libertà «immigrati, stupratori, antagonisti che devastano stazioni» e «strappano i figli alle madri perché non ne condividono lo stile di vita» e, «quando la giustizia non funziona oggi nessuno può fare niente, se non questa volta», ha concluso riferendosi al voto del 22 e 23 marzo: «A chi mi detesta dico che se votate no vi tenete questo governo e anche la giustizia che non funziona, non mi pare un affare».
L’inaugurazione dell’anno giudiziario del Cnf
Si è svolto oggi, 13 marzo, l’inaugurazione a Roma dell’anno giudiziario del Cnf, cui il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato un messaggio: «L'amministrazione della giustizia vede nel diritto di difesa, in cui l'avvocatura è protagonista, un principio essenziale del nostro sistema costituzionale, a tutela della dignità, della libertà e dell'autonomia di ogni persona».
Il presidente del Cnf, Francesco Greco, ha chiesto di «accelerare il percorso di approvazione della riforma forense» e «passato il referendum non attenderemo più un solo giorno. Non siamo più disposti a vedere mortificato il nostro ruolo». Poi è tornato a chiedere «l'abrogazione della 'trattazione scritta' come forma ordinaria di trattazione del processo, che ci ha allontanato dai Palazzi di Giustizia e non consente alle parti che vogliono assistere alla trattazione del loro processo, ove si argomenta dei loro diritti, di avere contezza di come la causa si svolge, di come il giudice esamina e conosce i fascicoli di causa».
Quanto al referendum, il presidente ha precisato che il Consiglio nazionale forense, «nel rispetto del ruolo istituzionale, devo dirlo, a differenza del CSM e dei Presidenti delle Corti di appello, ha scelto di non prendere posizione, lasciando liberi i consiglieri di esprimersi a titolo personale» ma ha rivolto un appello agli avvocati: farsi «portatori, presso i nostri assistiti e i nostri conoscenti, dell’illustrazione tecnica del contenuto della riforma referendaria”, affinché ciascuno possa decidere “senza i condizionamenti, le simpatie e le ideologie della politica».
A margine Greco, che si è personalmente schierato per il Sì, ha detto che «questo non è un referendum contro la magistratura: se fosse contro la magistratura noi avvocati saremmo nettamente contrari», «è una riforma che invece libera il giudice dalla pressione che viene fatta dall'ufficio del pubblico ministero che sottomette l'avvocatura rispetto alle altre due parti del processo. E' una riforma di libertà».
All’evento hanno preso parte anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio (con la capa di gabinetto Giusi Bartolozzi, cui è stato tributato anche un applauso) e il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli.
Nordio ha difeso anche in questa sede la sua riforma, in particolare per quanto riguarda il sorteggio: «Sarà un sorteggio nell'ambito di un canestro di magistrati» e per l’Alta corte «saranno sorteggiati tra magistrati con almeno vent'anni di esperienza e varie valutazioni. Quindi per definizione tutti bravissimi, preparatissimi e diligentissimi. Non c'è quindi il pericolo che questo sorteggio venga a determinare un'assoluta incompetenza o peggio ancora un'indegnità di chi deve giudicare». Il ministro ha poi ripetuto quanto detto anche all’evento di FdI a Milano, negando che «noi vorremmo quasi umiliare, ed è un'offesa anche alla mia persona essendo io entrato in magistratura nel 1976, nel tempo più buio dello Stato, ed essendo stato il primo in lista quando trovavano nei covi delle Brigate Rosse i nomi dei magistrati da uccidere nel Veneto perché come giudice istruttore, diciamo così, ero il capocolonna giudiziario delle Brigate Rosse, avevo tutte le inchieste sulle BR ed ero il primo in lista. Dovessi tornare indietro lo rifarei».
Pinelli ha sottolineato nel suo intervento che «i difensori, pur fisiologicamente critici – nel corso del processo – nei confronti dei provvedimenti giudiziari, devono arginare il dileggio e la delegittimazione della giurisdizione, funzione fondamentale per la democrazia, della quale sono insostituibili coprotagonisti; allo stesso modo, la magistratura deve prendere intransigente posizione critica nei confronti dei linciaggi mediatici cui talvolta vengono sottoposti i difensori».
La frase ha un riferimento chiaro, poi esplicitato: «Queste battaglie di civiltà condotte ovunque vi sia un accusato ed il suo diritto ad un giusto processo e ad una giusta pena. Anche quando l’incolpato sia, per accidente, proprio un magistrato. L’avvocatura non può essere mai partecipe di una narrazione banalizzante ed errata che riconosca il virtuoso o cattivo funzionamento della giustizia misurando la percentuale delle condanne, ogni volta che qualcuno affidi il maggiore o minore apprezzamento del giudice al medievale parametro della esemplarità della pena. Tutto questo vale anche – non può non valere anche – per la giustizia disciplinare, sulla cui natura pienamente giurisdizionale è già intervenuta molti anni addietro la Corte Costituzionale». Un riferimento indiretto ma netto, questo, al dibattito referendario sul funzionamento della sezione disciplinare del Csm.
I numeri del disciplinare degli avvocati
Poiché il tema del disciplinare per la magistratura è molto delicato in questo momento referendario, utile è riportare i dati del disciplinare dell’avvocatura forniti durante l’inaugurazione.
L’avvocatura italiana si articola in 140 Consigli dell’Ordine e 26 Consigli distrettuali di disciplina (Cdd), cui spetta la gestione dei procedimenti disciplinari. Ogni anno i Cdd adottano oltre 1.600 decisioni, delle quali circa una su quattro viene impugnata davanti al Consiglio Nazionale Forense, giudice di secondo grado della giustizia disciplinare forense.
Nel 2025 al Cnf sono stati presentati 437 ricorsi e sono stati trattati 572 procedimenti, di cui 552 definiti. Il 16 per cento dei ricorsi è stato accolto, mentre il 19% ha portato a una riforma parziale, prevalentemente sulla dosimetria della sanzione. L’80 per cento dei ricorsi riguarda sanzioni ablative dell’esercizio della professione.
Solo circa il 10 per cento delle decisioni del Cnf viene impugnato davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione: nel 90 per cento dei casi le decisioni vengono confermate, mentre 7 - 8 sentenze l’anno risultano riformate.
Il congresso di Md
Nel fine settimana si svolge anche il congresso di Magistratura democratica, che ha inevitabilmente al centro il referendum e le polemiche di questi giorni.
Il segretario generale Stefano Musolino ha aperto il congresso parando della riforma: «É l'interpretazione nazionale, più soft e opportunistica, di quello spirito del tempo interpretato in modi più rozzi e visibili dal Presidente statunitense. Nella diversità dei modi, è agevole intravedere una comune prospettiva: l'indebolimento degli organi di rilevanza costituzionale, chiamati a garantirne i principi».. E ancora «l'obiettivo è una magistratura servente al potere esecutivo, grazie a un Csm infiacchito nella sua rappresentanza e dimidiato nella sua funzione (da quella di governo della politica giudiziaria del Paese a quella di mera amministrazione burocratica della magistratura)». Tuttavia, ha aggiunto, «la magistratura ha bisogno di riforme, benché non di questa riforma. All'indomani dell'esito referendario, dobbiamo immaginare e proporre strumenti di autoriforma che ci consentano di restare fedeli alle promesse di prossimità e garanzia dei diritti del più debole con cui ci siamo fatti conoscere nei molteplici luoghi di confronto e dialogo che hanno caratterizzato questa campagna elettorale, qualunque sia il suo esito».
C’è stato spazio anche per una battuta polemica. «Porto il saluto del plotone... ehm, della Procura della Repubblica» è stato l’esordio del procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi, con riferimento alle parole della capa di gabinetto Giusi Bartolozzi. Lo Voi ha parlato della sua esperienza al Csm tra il 2002 e il 2006. «Di quel Consiglio facevano parte il vicepresidente Virginio Rognoni e il professore ed ex ministro Luigi Berlinguer. Ne faceva parte anche il professore Spanger, attuale portavoce dello schieramento del Sì al referendum. Ecco, io faccio fatica, anzi mi riesce impossibile, associare o anche solo accostare i nomi che ho fatto ad un sistema paramafioso, non ce la faccio proprio» e «Vorrei che mi spiegassero cosa ci fosse di paramafioso in quel sistema. Delle due l'una: o si capisce poco di mafia o si capisce poco o nulla di magistratura e di Csm e le due cose insieme vanno decisamente poco bene e certamente non ci fanno bene».
La Scuola superiore della magistratura
Il Csm ha bocciato con 16 voti contrari, 13 favorevoli e un astenuto la proposta di ricollocamento in ruolo del magistrato Roberto Peroni Ranchet, di Magistratura indipendente, il quale era stato nominato nel direttivo della Scuola Superiore della Magistratura al posto di Mario Palazzi, che ha fatto ricorso e vinto ma ha scelto di rinunciare alla nomina per non rinunciare al ruolo di procuratore capo di Viterbo.
Peroni Ranchet aveva manifestato la sua disponibilità a revocare l’istanza di rientro in ruolo, per restare alla Scuola vista l’indisponibilità di Palazzi. Con la bocciatura della delibera, Perroni Ranchet rimane fuori ruolo e rimane aperto l’interrogativo sul suo futuro alla Scuola.
Nomine al Csm
Uffici direttivi
Presidente tribunale Rimini: nominata Monica Galassi, attualmente presidente sezione tribunale Forlì
Procuratore Ferrara: nominato Francesco Caleca, attualmente sostituto procuratore Bologna
Procuratore minorenni Bari: nominato Rosario Plotino, attualmente sostituto procuratore minorenni Bari
Procuratore minorenni Taranto: nominata Daniela Putignano, attualmente sostituto procuratore minorenni Taranto
Uffici semidirettivi
Procuratore aggiunto Foggia: nominata Rosa Pensa, attualmente sostituto procuratore Foggia
Presidente sezione corte appello Milano: nominato Luigi Gargiulo, attualmente consigliere corte appello Milano
Presidente aggiunto sezione GIP tribunale Torino: nominata Manuela Accurso Tagano, attualmente giudice tribunale Torino
Presidente sezione tribunale Torre Annunziata: nominato Francesco Coppola, attualmente giudice tribunale Torre Annunziata
Presidente sezione tribunale Trapani: nominata Roberta Nodari, attualmente giudice tribunale Trapani
Presidente sezione tribunale Trapani: nominato Massimo Giuseppe Corleo, attualmente giudice tribunale Trapani
Presidente sezione lavoro tribunale Catania: nominata Laura Romeo, attualmente presidente sezione lavoro tribunale Messina
Collocamenti fuori ruolo
Anna Carla Mastelli, attualmente giudice tribunale Roma: deliberato il collocamento presso il Ministero della Giustizia, ufficio legislativo
Alfredo Landi, attualmente giudice tribunale Roma: deliberato il collocamento presso il Ministero della Giustizia, ufficio legislativo
Ricollocamenti in ruolo
Stefano Amore, attualmente fuori ruolo presso la Corte costituzionale quale assistente di studio: deliberato il ricollocamento in ruolo quale giudice tribunale Ferrara (posto precedentemente occupato)
Trasferimenti extraordinem
Gabriele Mazzotta, già Avvocato generale procura generale corte di cassazione: deliberata la riassegnazione quale procuratore aggiunto Firenze (posto precedentemente occupato), in esecuzione di giudicato amministrativo
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