Vite di scrittori, totali o parziali: Dostoevskij, Rushdie, Highsmith, D’Annunzio, Mann, Lorca, Bachmann, Hustvedt. Adattamenti da romanzi, una valanga: Ceniza en la boca di Diego Luna pesca da Brenda Navarro, Cambiare l’acqua ai fiori di Jean-Pierre Jeunet da Valérie Perrin, Eurotrash di Frauke Finsterwalder da Christian Kracht, I see buildings fall like lightning di Clio Barnard da Keiran Goddard, Klara and the Sun di Taika Waititi da Kazuo Ishiguro, Whalefall: nella Balena di Brain Duffield da Kraus. Nove film in rassegna sono tratti da romanzi italiani, addirittura due da Erri De Luca (Me, You, di Bille August da Tu, mio, e I pesci non chiudono gli occhi di Audrey Gordon dal libro omonimo). Più i graphic novel. Più i testi teatrali.

Il buono di un cartellone eterogeneo come quello della Festa del Cinema di Roma è che porta a galla i debiti del cinema con la scrittura pregressa, oggi in crescita esponenziale. Non che aiuti i bilanci delle case editrici – o quelli delle istituzioni teatrali, se è per questo – ma ne conferma l’assoluta indispensabilità per la Settima Arte. Ennesimo de profundis sulla carestia di sceneggiature originali?

A talent for murder

A Talent for Murder, che riporta alla regia Anton Corbijn dopo dieci anni di assenza dagli schermi, è stato adattato per il cinema dall’autrice australiana della pièce Switzerland, Joanna Murray-Smith, ed è un seduttivo lavoro di fantasia sul sesto capitolo del ciclo su Tom Ripley, che non è mai stato scritto. Il film è tra le prossime uscite di Lucky Red.

Chi va in sala da appassionato della parola scritta – qualunque sia il genere di predilezione – qui si delizia, e non solo per l’invenzione geniale del personaggio di Patricia Highsmith affidato all’arte di Helen Mirren. L’idea è che nel rifugio isolato sulle Alpi svizzere in cui si è auto-reclusa Highsmith, nel 1995 della sua morte, arrivi un giovane emissario della sua casa editrice, Edward Ridgeway (Alden Ehrenreich), con la mission di farle firmare il contratto per il capitolo finale della serie. Del suo predecessore si sono perse le tracce, forse l’ispida autrice gli ha fatto perdere il senno. La «bisbetica texana» invisa ai vicini è come sogni di immaginartela: look rigidamente maschile da omosessuale ma omofoba, eterna sigaretta ed eterno bicchiere alla mano, occhi a punteruolo e caschetto di chiome grigie.

Misantropa fino allo spasimo: la «feccia» con cui non vuole aver «più nulla a che fare» include tutte le minoranze censite e «gli intellettuali di New York». In cucina ha uno scaffale di veleni assortiti, in salotto un assortimento di armi letali di lusso. Scrive lettere, mai e-mail, perché «non c’è spazio tra il pensiero e l’invio» (Dio benedica l’autrice, è la maledizione di Facebook!).

Al ragazzo Edward, che se non torna col bottino perderà il posto, spiega che «tutti abbiamo un lato oscuro: un giorno ti guarderai allo specchio e vedrai il Diavolo che risponde al tuo sorriso». A convincerla a tenerselo in casa sono però le “perline” degli indigeni sedotti dai colonizzatori: una pila di camicie Brooks Brothers, una scorta di lattine di zuppa Campbell e un pugnale da caccia francese, per la sua collezione, particolarmente letale.

È però l’oscurità, la darkness che intravvede nei suoi racconti privati a farlo rendere gradito e a ispirarle la sfida: dovrà collaborare a una nuova storia di efferatezze, inventarsi come un nuovo Tom Ripley. È un gioco sofisticato, di rara eleganza. Perché nel treno diretto in Svizzera Edward lui ha incontrato Clementine (Olivia Cooke), newyorchese ricca da Vassar con un fondo ereditario vincolato alla morte del nonno e della zia. È lo spunto, «l’obiettivo perfetto».

Un altro Ripley

È il materiale su cui il nuovo Ripley  – immaginario – lavora, creando la storia insieme alla sua interlocutrice (che lo ospita tra continue minacce alla sua incolumità) mentre vive un nuovo incontro reale con la ragazza vera, ospite della zia allocata nelle vicinanze. L’amico americano di Wim Wenders resta sempre la migliore trasposizione cinematografica del ciclo Ripley di Highsmith – anche a parere di Corbijn – e chiedo scusa a Minghella e ai suoi imitatori.

Ma le metamorfosi istantanee dell’occhialuto, impacciato Ehnrenreich nell’insidioso Ripley, «il più fantastico malvagio letterario della seconda metà del XX secolo», sono davvero ipnotiche. Creazione e realtà corrono di pari passo, si intersecano.

Nel dialogo tra autrice ed editor, Ridgedway vive i tranelli alla sua preda, la incontra a Roma, la scarrozza in Vespa come in Vacanze romane, la incanta fingendosi esperto d’arte, fabbricando prima delle nozze un omicidio perfetto del nonno, con alibi a prova di bomba. Ma il sesso, il senso di Highsmith per la seduzione sessuale e i suoi segreti, è il vero asset del film. Non è per niente facile vendere il sesso empatico nel cinema.

Nella realtà – o nella fantasia? – sfidato a immaginare l’ultimo “omicidio perfetto” per finire il libro, l’agente editoriale accoltella l’ultimo ostacolo verso l’eredità di Clementine con il coltello da caccia di Highsmith. Con il contratto finale firmato, accoltella anche l’autrice. Non serve più. È un gioco teatrale, estremamente sofisticato.

Il pot-pourri romano non è un festival vero. Però fa emergere film che non avrebbero collocazione di spicco, come Caro mondo crudele di Niccolò Falsetti che di Zerocalcare è amico e con lui ha collaborato anche per il suo primo film, Margini. L’animazione di Zerocalcare di fatto è metà del film, in forma di manga e a illustrazione dell’immaginario di rifugio di Giovanna da Albinia, detta Giovacca dai bulli della sua classe, mucca disegnata da Zerocalcare (che presta anche la voce al film).

Film da non sottovalutare perché stabilisce un cult da primizia per l’età di mezzo, quella delle scuole medie che non è più da Disney e non ancora da teen movies, ma si abbevera alle tristi frattaglie delle piattaforme. Materia serissima, perché Mirko, l’amico del cuore di Giovanna e il rapper dei suoi video da cellulare, si è suicidato. Musica di Giancane. È sorprendente. E colma un colpevole vuoto.

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