«Sono stato anche bene in questi tre anni», scherza Blanco, all’anagrafe Riccardo Fabbriconi, 23 anni, quando ci incontriamo a Milano, nello studio di registrazione del suo manager e direttore artistico Stefano Clessi. Il riferimento è al suo album Ma’ che esce domani, dopo tre anni dall’ultimo. Una pausa lunga, in cui, stando ai 15 brani dell’album, di cui 11 inediti in uscita domani, è caduto in basso e risalito un po’ di volte.

Dentro c’è un magma di scelte e paure, sensi di colpa, vuoti, pietre sul fondale, buste e bustine, e nel brano più punk, Woo, un attacco che ricorda Smells like teen Spirit dei Nirvana. Ha dedicato il disco a sua madre, senza retorica, e ha scelto per la copertina una foto sua da piccolo con lei, scattata dal padre.

«Mi trasmette purezza. Ora sto provando a farmi accettare da tutti per come sono», spiega. Il suo approccio alla musica è istintivo, la scrittura autentica, a tratti cruda. Nel brano Anche a 20 anni si muore canta «Diventare grandi non vuol dire essere liberi, tornare indietro non si può». Proprio lui, che a 18 anni ha vinto il Festival di Sanremo in coppia con Mahmood, ha pubblicato due album di successo, ha duettato con Mina, riempito palazzetti e stadi acclamato dai fan. Poi, il silenzio.

«Faccio la stessa vita di sempre, vivo a 20 minuti da dove abitavo prima, in mezzo ai campi. Ho capito che le cose migliori sono gratis», dice riferendosi alla provincia di Brescia. E poi: «Milano ha un bel vibe, però vieni bombardato da tanti stimoli e non ti annoi mai. Invece la noia per me è il motore principale della creatività».

Dalla porta di questa sala che guarda su un viale alberato, verso i Navigli, poco prima è uscito Tananai, di casa qui. È passato a dargli il suo incoraggiamento. Il pensiero va ai live, in partenza il 17 aprile da Jesolo. Magari in qualche data ci sarà anche lui, chissà. «Di certo sarà diverso dagli altri tour», assicura Blanco.

Non ama parlare di sé, rimanda ai testi delle sue canzoni. «Lì c’è tutto». Chiedo il significato di due brani in sequenza 15 dicembre e 27 luglio, due date in cui è evidente che ci sia un dolore di mezzo: “Ci sarà qualcuno ad ascoltarti pure se mi rode, sarà un giorno come tutti gli altri che però mi esplode”. Sembra aver voglia di provarci, ma ci ripensa. «Sono date reali, ma preferisco che vengano interpretate».

È un album onesto, il più sincero.

Quando si muore si rinasce, credo in questa filosofia. Ciò che mi ha spinto a fare musica all'inizio è un disagio che non so a che cosa sia dovuto. Sicuramente crescendo è diventato altro. Ho emozioni dentro che esprimo in maniera genuina, come la rabbia. Però non ho mai fatto male ad altri. Mi sono sempre fatto del male io, piuttosto.

Tre anni di pausa. Perché?

Non è stata strategia, era necessario. Ho fatto tante cose, ho viaggiato, vissuto, scritto per altri. L’anno scorso, quando Giorgia ha portato a Sanremo La cura per me, che avevo scritto con lei e Michelangelo, mi trovavo in Marocco. È stato strano ascoltarla da un bar. Non credevo che lì seguissero il Festival. Ho provato anche ad accennare che quella canzone fosse opera mia, ma non interessava a nessuno.

È stato anche in Sud America.

Ci sono stati viaggi in cui non ho scritto niente, ho solo vissuto. Rispetto agli altri due dischi, in cui certi brani raccontano momenti, ci tenevo che ci fossero riflessioni che tra dieci anni io possa riconoscere come mie.

Dai club agli stadi, prima della pausa qualcuno ha scritto che lei era il simbolo della corsa spasmodica della musica. Ha sofferto per quelle critiche?

Faccio ciò che per me è giusto, mi fanno più ridere i guru che vogliono spiegarci come si vive. Io provo a fare mille, piuttosto sbaglio.

Come reagisce a una delusione?

Provo, sbaglio, imparo. Ma non vivo pensando agli altri. Altrimenti non avrei iniziato a suonare. Se sono stato preso come simbolo di un errore spero che qualcun altro abbia imparato qualcosa in più. Io voglio vivere come mi sento. Poi se la gente dice che è sbagliato, ci sta.

È stato anche capro espiatorio. Addirittura indagato dalla Procura su richiesta del Codacons, dopo i calci alle rose sul palco di Sanremo, poi assolto dai giudici.

Non era niente di programmato. C’è stato un problema tecnico e ho avuto la reazione di un ragazzo di 20 anni che non ha saputo gestire la cosa. Con il tempo ovviamente ho capito.

Tornerà mai all’Ariston?

Per ora non ci penso, ho altre priorità.

Ha ripreso a studiare per il diploma. E a leggere. C’è un libro che le è piaciuto?

Il segreto della libertà e del successo di Napoleon Hill, bellissimo. Me lo ha consigliato un amico. Spiega che uomini e donne che hanno avuto più successo nella vita sono quelli che hanno fallito di più. È un aspetto che mi colpisce. Oggi il fallimento è visto solo in modo negativo.

Come ha detto Michael Jordan, ho fallito molte volte e per questo ho vinto tutto.

Piuttosto tiri, sbagli e prendi i fischi. Però hai tirato.

Pochi giorni fa Mina ha compiuto 86 anni. Vi sentite?

Con lei ho ricordi meravigliosi, ma no, non ci siamo sentiti. Non ho un buon rapporto col cellulare, odio questa ossessione del 2026. Riusciamo ad amarci anche se non ci sentiamo sempre.

Un posto migliore è l’ultimo brano dell’album, in cui si sente il dolore. Torna l’acqua, torna il mare. Torna la voce spezzata.

Un pezzo che ho scritto a casa mia, l’ho registrato io, da solo. Poi sono andato da Miki (Michelangelo, il suo produttore, ndr) e l'ha sviluppato. Però è proprio un pezzo che era lì. Lo sentivo e l'ho scritto.

Ti voglio bene, uomo a chi è dedicata?

È una lettera d'amore ai miei amici. Fanno tutti lavori semplici, uno il magazziniere, l'altro l’elettricista. Voglio condividere con loro ciò che mi rende felice, spero di riuscire a portarli con me.

Ha voluto anche Gianluca Grignani nel brano Peggio del diavolo, artista con cui avete tanto in comune. Ha preso la vita a morsi ma è rimasto anche schiacciato da certe dinamiche. Le ha dato consigli?

Abbiamo registrato a Las Vegas. La parte più bella di averlo incontrato è che ci parli e sul tavolo ti offre il 90 per cento di ciò che è. «L’artista deve essere scomodo. Devi fare quello che vuoi, lo devi fare per l'arte, non lo devi fare per gli altri». La purezza è scomoda ma è ciò che conta. È l’essenza. Tutti noi esseri umani in profondità siamo collegati.

Canta «Prendo droghe come diversivi»: è una provocazione?

No, ma è un argomento che va interpretato. In questi anni ho visto di tutto. («Tu neppure bevi alcolici», interviene Clessi). La mia droga ora è la disciplina.

È disciplinato?

Lo sto diventando. Faccio errori, ma sempre in modo lucido.

«Vincere non è destinazione», canta in Piangere a 90. La sua qual è?

Avere obiettivi e raggiungerli. Faccio una cosa quando sento che è giusta. Riesco a percepirlo. La mia destinazione, il mio arrivare, è vivere bene questa vita. Faccio musica perché mi fa stare bene, ma c’è anche la vita.

Pensando ai suoi tre album, oggi in che fase è?

Con Blu Celeste ero sospeso, con Innamorato ero in alto. Con questo, proprio a livello di sensazioni, in basso. Però credo che Dio ti tende la mano quando sei in fondo. E ti aiuta a salvarti.

Crede in Dio?

Abbiamo in mano buona parte della nostra vita ma poi c'è qualcosa che resta inspiegabile. Di più grande. Ed è ciò che a volte ti salva.

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