Per dieci anni, dal 2015 al 2025, una guida di montagna peruviana di nome Saul Luciano Lliuya ha condotto una battaglia legale in apparenza insensata: voleva che fosse applicato il principio «chi inquina paga» scritto nelle convenzioni sul clima e per questo motivo chiedeva 17mila euro a una società tedesca del carbone, RWE. Non li voleva per sé, ma per costruire un sistema di protezione contro le alluvioni glaciali.

La sua città, Huaraz, ai piedi della Cordillera Blanca, è minacciata da un lago glaciale ingrossato a dismisura dalla fusione dei ghiacciai. Per proteggere sé, la sua famiglia e i suoi concittadini da una futura catastrofe climatica serve una barriera che costa 3,5 milioni di euro. Gli avvocati di Lliuya avevano preso le percentuali di emissioni di gas serra dei grandi inquinatori dal database Carbon Majors e avevano chiesto a RWE la quota percentuale del costo della barriera anti alluvione pari a quella del loro contributo al riscaldamento globale, lo 0,5 per cento. Cioè: 17mila euro, appunto.

Il clima non conosce confini

Era una risposta pratica e simbolica alla domanda: chi paga il conto dei danni climatici? RWE non aveva mai avuto sede, centrali o miniere in Perù, ma il clima e i suoi danni non conoscono confini, ed era questo il punto che la causa voleva provare. Una secolo di carbone in Germania può far tracimare un lago sulle Ande. Era il tentativo deliberato di aprire una nuova frontiera legale, i 17mila euro non avrebbero permesso da soli la costruzione della barriera, ma avrebbero aperto una breccia nella deresponsabilizzazione delle aziende energetiche fossili.

La causa è stata lunghissima, i consulenti del tribunale tedesco hanno viaggiato fino in Perù per valutare di persona rischi e danni. Alla fine, il tribunale non ha concesso il risarcimento ma ha stabilito che il principio era corretto: si possono chiedere risarcimenti per danni transfrontalieri causati dai gas serra. È stato un tassello per l'ingresso nell’era responsabilità climatica. La domanda «chi paga i danni del clima?» non ha ancora trovato una risposta esaustiva, ma non sarà così a lungo.

Il testimone di Lliuya è stato raccolto dagli abitanti dell’isola di Pari, in Indonesia, che ha già perso un decimo del suo territorio a causa dell’innalzamento del mare. Hanno citato in giudizio il produttore di cemento Holcim. Negli Stati Uniti la figlia di una donna morta all’improvviso durante le ondate di calore del 2021 ha denunciato sette aziende petrolifere. L’accusa è aver nascosto le prove del riscaldamento globale e aver inquinato non solo il clima ma anche il dibattito pubblico, e di essere quindi responsabili della morte della donna, che non aveva problemi di salute ed è stata trovata dai soccorritori in una condizione di ipertermia nella sua auto. Cosa succederebbe se uno dei 50mila morti accertati delle ondate di calore in Europa scegliesse una via simile? La scienza del clima è sempre più in grado di collegare responsabilità ed effetti, e l’estensione del danno climatico rende la questione sempre più urgente.

Nel mondo ci sono oltre tremila contenziosi climatici in corso, sono sempre di più quelli che chiedono risarcimenti climatici ad aziende o paesi. È un cammino lungo, che non passa solo dai tribunali. Nel 2022 alla Cop27 accadde una svolta inattesa e senza precedenti: venne istituito un fondo per danni e perdite da crisi climatica, qualcosa di cui gli Stati Uniti (all’epoca governati da Joe Biden) per trent’anni non avevano nemmeno voluto sentir parlare.

Cosa era successo nel frattempo? Poche settimane prima un monsone fuori scala aveva ucciso tremila persone in Pakistan, compattando i paesi del Sud globale nella richiesta. Da allora il fondo ha dovuto navigare la crisi del multilateralismo, è sotto finanziato e funziona solo su base volontaria. Il Nepal ha avuto un conto da 1,8 miliardi di dollari dopo la frane di agosto, dal fondo può ottenere 20 milioni. Ma l’esistenza stessa del fondo sarebbe stata impensabile dieci anni fa, quando le uniche domande sulla finanza climatica riguardavano transizione, rinnovabili, tecnologie, non certo il risarcimento, che diventa sempre più una priorità man mano che la crisi del clima si aggrava. Nel 2026 un rapporto Unep ha certificato la certezza del superamento dell’ultima soglia sicura, quella del grado e mezzo di aumento delle temperature. Siamo proiettati verso un futuro di danni estesi e imprevedibili.

Unire i punti

Nel 2025 la Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha ribadito che l’azione per il clima è un obbligo dei paesi (anche quelli come gli Usa che escono dall’accordo di Parigi) e che il danno transfrontaliero a persone, comunità e paesi va risarcito. Non specifica come, starà alle giurisdizioni capirlo. È una domanda finanziaria, ma soprattutto politica, come soltanto politiche possono essere le risposte.

Secondo un rapporto pubblicato da Oxfam e diffuso in vista della Cop31, in un anno lo 0,1 per cento più ricco emette più CO2 della metà più povera dell’umanità. Un quinto del riscaldamento globale dal 1990 a oggi è stato causato dall’1 per cento degli esseri umani. Il conto entro il 2050 potrebbe sfiorare i 53mila di dollari di danni. È una domanda difficile, ma non potrà essere evasa ancora a lungo, e i punti sono solo lì da unire.


Ferdinando Cotugno è autore di Chi paga il conto del clima? appena uscito in libreria per Einaudi

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