Ci sono cretini che si sanno camuffare bene e poi ci sono quelli che riconosci da lontano, soprattutto se si vestono di arancione. Che Timothée Chalamet non era un maître a penser lo sapevamo anche prima di questa settimana. Le due volte che ci è andato è stato un ottimo host del Saturday Night Live, abilissimo nell’arte di rendersi ridicolo, cretino al punto giusto. In quelle occasioni la parte del cretino gli veniva benissimo e forse era lì che dovevamo cominciare a immaginare che fosse ben oltre il metodo Stanislavskij. Il dubbio però rimaneva, alimentato da altre inclinazioni personali che lasciavano intuire quantomeno un animo semplice.

Anche la scelta di Kylie Jenner come partner, per esempio, mostra in controluce l’uomo etero basico che in fin dei conti, a trent’anni appena compiuti, Chalamet ha il diritto di essere (poi magari fra di loro discutono di Hegel, non so). Per questa e altre ragioni trovo che la reazione alla sua recente uscita sul balletto e l’opera – di cui, secondo Chalamet, non frega niente più a nessuno, ha detto nel corso di una conversazione con Matthew McCounaghey per Variety e Cnn – sia un filo esagerata. Cosa ce ne frega di cosa pensa un attore trentenne?

Lo “scandalo”

È sempre così con le persone di talento: possibile che uno così bravo nel suo lavoro sia, in fin dei conti, nient’altro che un coglione qualunque? La domanda è lecita e la risposta è quasi sempre sì. Interpretare Bob Dylan non ti rende Bob Dylan, e anche Bob Dylan tutto sommato non è Bob Dylan al cento percento. Uno esce con le modelle ventenni, quell’altro è razzista e quella non fa la raccolta differenziata.

Non è raro che un attore – una persona pagata, a volte molto, per assumere personalità diverse dalla sua e ripetere parole scritte da altri – abbia opinioni irrilevanti. L’aggravante di Chalamet è avere quella faccia lì, che molti vorrebbero schiaffeggiare anche quando non dice niente di offensivo, figuriamoci se con supponenza intollerabile, in piena campagna Oscar per Marty Supreme – il film di Josh Safdie in cui interpreta un campione del ping pong, sport di cui credo non sia mai fregato niente nemmeno alle persone che ci giocano – decide di annientare due mondi antichi per fare il fenomeno in favore di telecamera (che è letteralmente il suo lavoro).

Insomma Chalamet dice questa cosa che non vorrebbe mai lavorare nell’opera o nel balletto perché sono forme d’arte defunte costrette a fare l’elemosina – poi prova a pezzarla dicendo che ha molto rispetto per chi ci lavora, ma suona un po’ come “ho molti amici gay” – i dieci secondi di questa sciocchezza vengono ritagliati da un’intervista di un’ora che nessuno ha visto (nemmeno io, me ne frega meno che dell’opera e del balletto) e il giorno dopo su internet sono tutti scandalizzati per le parole di Chalamet (uno che fatica a stare seduto dritto in una poltrona che parla con un uomo di cinquantasette anni che si tiene la coppola in testa per registrare un’intervista video) e sono tutti fan sfegatati dell’opera e del balletto.

Una raffinata operazione di marketing? 

Quello che non si può dire è che Chalamet, pur essendo un cretino, ha ragione. A nessuno frega del teatro, a nessuno frega della danza classica, non importa quanti video di applausi scroscianti ogni teatro del mondo sia pronto a pubblicare su Instagram per convincerci che non sia così. Ce ne frega così poco che qualche mese fa è uscita una serie che parlava della crisi del balletto (Étoile di Amy Sherman-Palladino, si guarda su Prime), in cui il problema dei protagonisti era proprio che a nessuno fregava del balletto, e credo di averla vista solo io (comunque con entusiasmo, ne avevo scritto su queste pagine).

Non ci frega niente delle serie tv, non ci frega niente neanche del cinema, e non parliamo neanche dell’editoria, che sta un pelo meglio del Titanic. L’intrattenimento sembra essere in crisi dall’alba dei tempi e se Chalamet può vantare ormai una discreta lista di ruoli da svariati milioni di dollari (Marty Supreme, con o senza Oscar, è il film che ha incassato di più nella storia della A24, casa di produzione che da qualche anno sembra essere l’unica a portare in sala i film “giusti”), ci sarà sempre da qualche parte uno youtuber, un tiktoker, un bambino appena nato, che fra qualche anno cagherà sul suo lavoro così come ha fatto lui con quello degli altri.

Va poi detto che il suo potrebbe essere il miglior servizio che sia stato fatto ai teatri dai tempi di Shakespeare: a nessuno fregava niente, ora non si parla d’altro (anche se niente è più patetico della difesa accorata a un’accusa stupida: smettetela). Che fosse una raffinata operazione di marketing? Se ne uscirà con la promozione di una commedia a Broadway? O è solo un cretino fra tanti?

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