Ho paura di molte cose: guidare la bici a Milano, che qualcuno in un raptus imprevedibile mi spinga sotto la metropolitana in arrivo, l’escherichia coli (per riassumere: la morte), ma non ho paura che l’intelligenza artificiale mi possa rubare il lavoro. Sarei anzi ben contenta di mandarla in ufficio al posto mio o delegarle qualche commissione, risparmierei di sicuro molto tempo e vari travasi di bile se smettessi di vivere in affanno. Vorrei che mi sollevasse anche da alcune mansioni casalinghe che io e il mio fidanzato ci dividiamo come una brava coppia moderna ottusamente contraria ad assumere aiuti domestici, ma le lavatrici ancora non può farle e non posso aspettarmi che faccia la madre al posto mio per lo stesso motivo per cui non le chiedo di scrivere questi pezzi settimanali: non è capace.

O forse non sono capace io, realizzo questa settimana mentre tutti parlano del caso di Thélyson Orélien, l’esordiente canadese di origini haitiane che ha pubblicato un romanzo acclamato dalla critica, già in cima alle classifiche e ora accusato di essere stato prodotto integralmente dall’intelligenza artificiale. La segnalazione è arrivata da un account anonimo su X (poi associato a un essere umano con nome e cognome dedito a sollevare il problema dell’abuso dell’Ia nella scrittura) e Pangram, un robot incaricato di sgamare i robot che scrivono, ha fatto l’analisi del testo giungendo alla conclusione che Orélien avrebbe affidato la sua storia a una macchina, contribuendo pochissimo o niente alla stesura del romanzo. Pangram ha prodotto un risultato molto netto: 100 per cento Ia. Libro prontamente ritirato dal premio Goncourt, autore scandalizzato nega le accuse, editoria mondiale in subbuglio (non succede quasi mai niente di interessante, da queste parti). E poi ci sono io, sempre io io io, che mi chiedo se sono rimasta l’unica persona al mondo che non sa come usare a proprio vantaggio l’intelligenza artificiale.

L’esperimento

Ho quindi deciso di cogliere l’occasione metaletteraria per sprecare alcuni ettolitri d’acqua, anticipare la fine del mondo di un paio d’ore e assegnare questo pezzo a ChatGpt. Stavolta mi ci sono impegnata un po’ di più e ho impostato il lavoro per bene, nel tempo che di solito uso per ravanare nell’internet in cerca di un argomento per la settimana. È tutta una questione di prompt, dice chi ha capito meglio di me come farsi risolvere la vita dall’Ia e quindi promptiamo, qualsiasi cosa significhi. Inserisco tre dei miei ultimi pezzi, gli dico che deve stare nelle 5.000 battute, che l’autrice sono io, Giulia Pilotti e che l’articolo deve parlare del caso Orélien.

ChatGpt si lancia subito in un’analisi psichiatrica più che testuale, dicendomi che potrebbe sembrare che io mi occupi di costume e cultura, ma la mia è piuttosto una rubrica sull’ossessione. A parte che nessuno glielo ha chiesto, non ha tutti i torti (escherichia coli uguale morte) ma non è questo il punto. Insisto affinché produca questo maledetto pezzo senza temporeggiare e farmi esaurire le domande che posso fargli prima che mi venga proposta la versione a pagamento, che non ho intenzione di sottoscrivere per ragioni vagamente ideologiche ma anche assimilabili a quelle che mi impediscono di assumere una persona che venga a stirare a casa mia. E così produce 6.500 battute nonostante fossi stata chiara sulla lunghezza, dimostrando che le macchine oltre ad essere in parte responsabili per la morte dei giornali non sanno neanche come funzionano quelli che ancora sopravvivono.

Alibi

Il pezzo comunque non è male, ho letto cose molto più scarse prodotte da giornalisti umani (altri responsabili della morte dei giornali sono gli analfabeti che talvolta ci scrivono) e onestamente potrebbe essere pubblicato così com’è. Solleva anche due o tre punti interessanti: la questione delle macchine che controllano le macchine, il futuro della scrittura, come l’editoria sia sempre stata costruita da figure invisibili di cui nessuno sa niente che rendono i libri quello che sono (figure umane, certo).

Insomma, è un pezzo vero. Se decidessi di usarlo il mio impegno sarebbe ridotto a pochi minuti di prompt, dieci secondi di elaborazione del pezzo, una rilettura veloce e il tempo di caricarlo nel desk di Domani, per un totale di almeno un’ora risparmiata. Che in un anno sono 52 ore, il tempo per ascoltare l’audiolibro del Conte di Montecristo o di guardare tutti gli episodi dei Sopranos.

Queste sono informazioni che mi ha dato ChatGpt che giustamente non sa che ho già letto il Conte di Montecristo e ho già visto i Sopranos (due volte, ai bei tempi del tempo libero), ma comunque ha capito i miei gusti. Non ha capito bene il senso dell’umorismo invece e nel suo pezzo a nome mio attenta qualche battuta spiritosa, ma che non posso lasciar passare.

Apprezzo invece un paragrafo dove indirettamente mi fornisce la soluzione per costruirmi la difesa qualora qualcuno mi accusasse di non aver scritto questo articolo: «Io, nel dubbio, questo pezzo me lo attribuisco tutto. Se domani qualcuno mi accuserà di averlo scritto con l’Ia, risponderò che è falso. Se mi chiederà le prove, gli mostrerò la cosa più umana che possiedo: cinque versioni precedenti salvate sul desktop, tre messaggi vocali in cui mi lamento del fatto che non mi viene bene e una mail al mio compagno in cui scrivo «non so più che cazzo dire». Prendo nota, mi preparo l’alibi.

Ad ogni modo nessuno mi candiderà a un prestigioso premio letterario, è già molto se qualcuno arriverà in fondo a questo pezzo, ma se l’avete fatto ora potreste chiedervi se quello che avete appena letto sia stato scritto dall’umana che risponde al nome di Giulia Pilotti o da una macchina che le ha rubato la personalità. Non so come dimostrare di essere me stessa, già nella vita di tutti i giorni faccio abbastanza fatica in questo senso, ma non ho dubbi su quale sarebbe il responso di Pangram: 100 per cento cretina.

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