Ecco, doveva succedere. Sta succedendo che l’umano debba giustificarsi di fronte alla macchina. Proprio nel mezzo della rentrée littéraire, un momento quasi sacro in Francia, quando, tra la fine di agosto e gli inizi di settembre, escono i romanzi importanti, quelli che concorreranno ai premi prestigiosi e sui quali le case editrici puntano per rimettere in sesto bilanci sempre più fragilizzati dalla scarsità delle vendite.

È il caso dell’anno; uscito in Québec per l’editore Boréal, pubblicato in Francia da Grasset, il romanzo dell’esordiente Thélyson Orélien, C’était ça ou mourir (Era questo o morire), è in testa alle classifiche, osannato dalla critica, ha già vinto un premio, sarà tradotto in circa venti lingue (in Italia è stato acquistato da Rizzoli). Un successo annunciato, forse preparato, con tutti gli ingredienti giusti: un giovane poeta esordiente, di origini haitiane, che racconta il calvario di un migrante in fuga dalla violenza inaudita che sconvolge il suo paese e arriva, dopo molte sofferenze e peripezie, in Canada.

Fin qui tutto bene, se non fosse che lunedì 21 settembre, un anonimo account di X, venuto fuori dal nulla, ha accusato Orélien di aver usato l’intelligenza artificiale per scrivere il romanzo tanto declamato. Lo strumento rivelatore del presunto imbroglio è Pangram, un’intelligenza artificiale sviluppata da una start-up newyorchese per riconoscere i testi prodotti dall’intelligenza artificiale.

Già questo è vertiginoso; l’umano viene soppiantato, è costretto a dimostrare di essere l’autore reale di ciò che ha permesso alla macchina di diventare così affidabile, senza il suo consenso, nel riconoscere l’intervento della macchina in ciò che si presume umano. E come lo si può dimostrare? Il confine è ormai confuso perché anche senza volerlo, utilizziamo tutti l’Ia. nel momento stesso in cui abbiamo a che fare con uno schermo e una tastiera.

Dentro il labirinto

Così si insinua il dubbio. Si scatenano le polemiche, il romanzo viene escluso dall’importante premio letterario Goncourt. Da un lato ci sono i difensori che accusano i detrattori di razzismo. Perché prendersela proprio con uno scrittore nero nel momento stesso in cui raggiunge il successo? Perché uno scrittore dovrebbe far ricorso all’intelligenza artificiale quando è proprio il piacere di scegliere le parole, di combinarle in un certo di modo, che fa di te uno scrittore? Dall’altro ci sono gli scandalizzati che gridano all’impostura, rivendicando l’affidabilità dello strumento di analisi. E poi ci sono i pragmatici che dicono che l’importante è che il libro piaccia, con o senza l’intervento della macchina. Come orientarsi in questo labirinto infernale?

Mi sono detta che la prima cosa da fare era leggere il romanzo. Con quegli strumenti antiquati che mi piacciono tanto e che consistono in un libro di carta, un paio di occhiali, una poltrona, il silenzio e due ore e mezza di tempo, il testo è breve, si legge facilmente. Mentre leggevo cercavo degli indizi, ma sinceramente è molto difficile farsi un’opinione. Certo, il romanzo ha delle debolezze, è pieno di tic stilistici, di ripetizioni, di metafore talvolta strampalate, di anafore e frasi fatte che alla lunga risultano stucchevoli. È un’opera perfetta per il successo perché racconta una storia originale, dura, ma lo fa con una certa delicatezza, ti commuove senza stordirti, lo stile relativamente semplice rende la lettura scorrevole. È un libro consolatorio, di quelli che vanno di moda adesso.

Ed è qui che sta il nodo, semmai. La presenza pervasiva dell’intelligenza artificiale sta impoverendo il pensiero, sta riducendo le nostre capacità di comprendere la complessità, di analizzare la realtà e di esercitare lo spirito critico. Anche se l’autore non avesse fatto alcun ricorso ad essa, – e voglio credere che sia così – ne ha interiorizzato i modi e i meccanismi, e così abbiamo fatto noi lettori e lettrici.

La dicotomia 

In un’intervista, Orélien si difende dicendo che il suo stile è derivato dalla cultura orale, scrive in un francese creolizzato che non corrisponde ai canoni classici della lingua. Le sue sono scelte stilistiche e il dibattito dovrebbe rimanere confinato alla critica letteraria.

Ma la gogna che gli stanno infliggendo è proprio il risultato di questo pensiero impoverito, dicotomico, in cui schierarsi è più importante di conoscere, giudicare è più facile di interrogarsi per capire. È questo processo di disumanizzazione che mi sembra l’aspetto di più grave di questa vicenda. L’idea che l’artista debba giustificarsi, dimostrare la veridicità del proprio processo creativo di fronte alla macchina, mi atterrisce. Forse dovremmo tornare a scrivere su dei quaderni, non per spirito reazionario ma per proteggere la proprietà intellettuale. Altrimenti diventerà sempre più difficile rivendicare l’originalità del proprio pensiero, l’autenticità del gesto creativo.

Il caso di Thélyson Orélien è solo un piccolo esempio dello scenario disastroso al quale stiamo andando incontro se non decidiamo, con la massima urgenza, di mettere delle regole all’uso di strumenti capaci di distruggere la nostra stessa intelligenza umana.

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