Vorrei poter parlare bene fino in fondo di questo Citofonare Hegel di Paolo Pagani (Rizzoli, 2022). Vorrei parlarne bene perché l’autore è un divulgatore coi fiocchi. Intanto, si vede che conosce bene, e non per sentito dire, le cose di cui parla (ha studiato a Milano con uno degli storici della filosofia più importanti del secolo scorso, Mario Dal Pra, autore di un manuale su cui si sono formate generazioni di liceali), poi è sempre affabile, misurato, riesce a intrigare il lettore senza bisogno di esagerare.

Ma soprattutto vorrei poter parlare bene dell’idea di fondo che anima questo libro. Che è questa: è possibile trovare nei filosofi del passato la risposta alle domande che ci assillano nel presente, nel nostro presente. Il titolo strano e solleticante sta ad indicare proprio questo; si prende un tema di stretta attualità (la guerra di Putin, la fluidità di genere, le fake news), e si cerca la risposta interrogando – citofonando – a un importante filosofo del passato. Se funzionasse, diciamolo, sarebbe un bel colpo e una bella soddisfazione per chi si occupa di filosofia.

Ci sono domande e domande

Ma funziona? La mia impressione è che funzioni solo in parte, e che si debba subito distinguere tra domande e domande. Rispetto a certe questioni, che sono poi quelle che si chiamano appunto domande eterne, che so, il male e il bene, la libertà del volere, l’esistenza di Dio, ma anche domande meno metafisiche ma sempre ricorrenti, sui limiti del conoscere, sulla natura della storia o sul perché si fa arte ecc, non solo funziona, ma direi che è il modo di funzionare tipico della filosofia, dove si riprendono i pensieri del passato rielaborandoli ma non azzerandoli. La tesi di Pagani, però, va oltre questa che sarebbe una ovvietà.

L’idea su cui costruisce il libro (che ha il pregio di essere sempre chiarissimo), è che si possano trovare nei filosofi del passato risposte alle domande dell’attualità, proprio quelle che ci vengono in mente sfogliando il giornale o scorrendo le news sul computer, domande che coinvolgono il nostro modo di pensare i diritti, la giustizia, le differenze sociali.

Ecco: è proprio rispetto a questo tipo di domande che la strategia di Pagani mi sembra funzionare solo a prezzo di un trucco. Innocente e ben intenzionato, ma pur sempre di trucco si tratta.

La questione di fondo è grossa. Possiamo credere che i filosofi del passato abbiano visto meglio, più a fondo, e soprattutto in maniera più indipendente dei loro contemporanei, e che quindi quello che hanno pensato possa servirci da base per le risposte da dare oggi? Vorremmo rispondere subito di sì, perché anche noi, come Pagani, amiamo la filosofia (questo è un altro dei pregi del libro: si sente che dietro c’è una passione vera). Ma purtroppo ci accorgiamo subito che se dalle grandi questioni scendiamo a questioni di natura politica, sociale, o di morale pubblica o privata, purtroppo non è sempre vero. Anzi non è quasi mai vero.

Il proprio tempo appreso nel pensiero

Aristotele (AP Photo/Petros Giannakouris)

Aristotele pensava, come tutti i greci della tanto ammirata Grecia classica, che le donne fossero esseri inferiori, a metà strada tra gli individui di sesso maschile e gli schiavi. Così, in un colpo solo, si rivelava, diremmo oggi, sessista e razzista (anche se la schiavitù antica non era una questione razziale). In più aggiungeva, dimenticando Antigone, che una donna non può essere troppo coraggiosa, perché questa è una dote maschile. La lingua (la celebrata lingua greca) del resto in questo non lo aiutava, perché la parola che indica il coraggio deriva in greco dalla stessa radice presente nella parola che significa individuo maschio.

Kant, che pure teorizzava che non bisogna mai trattare l’essere umano come un mezzo, ma sempre come un fine, sosteneva che la pena di morte è perfettamente legittima per i reati più gravi (e lasciamo perdere che, con un involuto ragionamento, sostenesse che era giusto uccidere un assassino proprio per non trattarlo come mezzo). Con l’aggravante (per Kant, non per l’assassino) che mentre tutti all’epoca di Aristotele la pensavano come lui, quando Kant faceva il provveditore del boia Beccaria aveva già scritto Dei delitti e delle pene: ma Kant, da severo prussiano, lo bollava come un mollaccione sentimentale.

Locke celebrava la tolleranza, ma aggiungeva che si può essere tolleranti con tutti, nell’anglicana Inghilterra, tranne che con i papisti, cioè i cattolici. Un po’ come se oggi si sostenesse che si possono accettare tutti gli immigrati, ma non i musulmani (vi ricorda qualcosa?). Hume non trovava nulla di scandaloso nell’investire in una piantagione che impiegava schiavi, e per questo è incappato nella condanna della università di Edimburgo che ha tolto il suo nome da una sede accademica, in nome della cancel culture. Ma il problema di queste rimozioni è proprio questo: se lasciamo cadere nell’oblio uomini (e donne) del passato che hanno pensato cose grandi, perché hanno anche condiviso aberrazioni e storture del loro tempo, impediamo precisamente di capire quanto quelle aberrazioni fossero radicate e quanto sia stato difficile superarle, talora proprio grazie alle cose giuste che quegli uomini (e donne) hanno pensato, assieme ad altre cose sbagliate.

Non dobbiamo meravigliarci troppo nel vedere grandi menti del passato condividere quelli che oggi noi consideriamo pregiudizi o errori, Del resto Hegel diceva (e Pagani ripete) che la filosofia è il proprio tempo, appreso nel pensiero. E infatti pensava, come (quasi) tutti al suo tempo che i neri (ma lui, prevedibilmente, li chiamava negri) non avessero «sentimenti morali».

Un trucco. Innocente, ma un trucco

Ritratto di Immauel Kant (Wikipedia)

Ma allora perché la tesi di Pagani sembra funzionare? Sembra funzionare, anzi funziona benissimo, perché Pagani sceglie con cura i filosofi a cui citofonare. Non sono veramente filosofi del passato, ma filosofi che si trovano sul crinale in cui si è cominciato a pensare come pensiamo noi, spesso proprio grazie a loro. Per esempio, interroga Kant sulla questione della guerra. E allora scopriamo che a proposito dei conflitti armati, a differenza di quello che avveniva con la pena di morte, Kant mette a frutto l’Illuminismo, capisce che la guerra è insensata e stupida oltre che devastante, e cerca non genericamente di fare un appello alla pacificazione, ma di spiegare come un governo nel quale i cittadini siano liberi e non asserviti al despota di turno difficilmente darebbe inizio a una guerra, mentre un governo autoritario può sempre farlo (e anche questo ci ricorda qualcosa). Oppure, Pagani si rivolge a Marx per fare luce sulle storture del mercato del lavoro, per esempio la situazione dei rider che solo da poco comincia a trovare forme di regolamentazione.

Ancora: chiama Simone De Beauvoir a parlare della condizione della donna, e qui se la fa veramente facile, tanto facile che Pagani stesso cerca di complicare un po’ il discorso mostrando che Beauvoir era sì all’avanguardia sulla condizione della donna ma aveva ancora una visione un po’ fissista del genere e non intravedeva la questione della sessualità fluida, per lei c’erano uomini e donne, e basta.

Citofonate tendenziose

La riprova che quello cui ricorre Pagani è un piccolo trucco, la troviamo nel fatto che i filosofi ai quali si rivolge non sono mai veramente lontani nel tempo. Sì, nel suo libro possiamo trovare lo scettico antico Pirrone o i sofisti greci, ma allora le domande non sono mai quelle veramente scottanti del presente. Quando in campo sono queste ultime, la scelta cade su filosofi del Novecento (Wittgenstein, Husserl, Heidegger, Popper), o al massimo su filosofi e scienziati che appartengono a pieno diritto alla nostra modernità, come Darwin o Nietzsche. La scelta dei filosofi a cui citofonare è un pochino tendenziosa, anche se a fin di bene, perché tende a convincerci che i filosofi siano sempre un passo avanti sul loro tempo, in tutte le loro convinzioni. E invece, purtroppo, non lo sono quasi mai.


Citofonare Hegel (Rizzoli 2022, pp. 324, euro 18) è un libro di Paolo Pagani 

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