La filosofa Federica Gregoratto, autrice di Le ragioni del disamore (nottetempo, 2026), interverrà al festival 2084 organizzato dalla scuola di Scrittura Belleville domenica 20 settembre alle 14.30, in dialogo con Irene Soave e Polly Barton. Il festival è in programma il 19 e il 20 settembre negli spazi della redazione di Scomodo a Milano ( Via Jean Jaurès 22 ) con Polly Barton, Madeline Cash, Francesca Coin, Ferdinando Cotugno, Geoffroy de Lagasnerie, Claudia Durastanti, Roberto Festa, Lorenzo Flabbi, Maura Gancitano, Federica Gregoratto, Tiemen Hiemstra, Vincenzo Latronico, Christian Raimo, Marco Rossari, Diletta Sereni, Irene Soave, Domenico Starnone, Grafton Tanner, Maddalena Vaglio Tanet


Cos’è questo o quello? Quale la vera natura di una cosa, per esempio dell’amore? Noi filosofi (occidentali) abbiamo da sempre amato domande del genere. Nel tentativo ansiogeno di fissare un’essenza che ritorna sempre uguale, è facile perdersi nella foresta di particolari, lasciarci andare nella giostra vorticosa di un afflusso – agli occhi e alle orecchie, e agli altri sensi – di impressioni e figure caoticamente contrastanti.  Le nostre menti e i nostri corpi desideranti e pensanti vorticano, quando cerchiamo di decidere qualcosa sulla (o sulle) verità dell’amore.

Come tracciare considerazioni filosofiche a proposito dell’esperienza erotica, se è proprio questa che manda a gambe all’aria una pratica di conoscenza alla disperata ricerca di risposte almeno abbastanza chiare e distinte? E il vortice accelera, sconsideratamente, quando ci troviamo non più all’inizio, non nel mezzo, ma verso il termine di questa esperienza. L’amore ci dividerà, cantavano malinconici e sognanti i Joy Division, quando la fine della vita di Ian Curtis era già un fatto – e come se fosse un dato di fatto: è perché ci siamo innamorati che ci disinnamoreremo? Che cosa vuol dire? E perché, poi, dovremmo porci davvero questa domanda?

Vertigini 

Qualche anno fa ho avuto per la prima volta un episodio di “vertigine posizionale” – o, con un termine più romantico, “labirintite”. Al risveglio, girandomi nel letto da una parte all’altra, inizio a precipitare da un palazzo di venti piani, proprio come Scottie in La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock (in effetti, il titolo originale è Vertigo). La prima volta che capita non hai idea di cosa stia succedendo. È spaventoso. Le volte successive, anche se lo sai, e sai che non è pericoloso e che può essere abbastanza comune, è ugualmente terrificante.

Quello che bisogna sapere è che la parte interna dell’orecchio, che ha il compito di registrare impressioni e immagini dal mondo là fuori e trasmetterle al cervello, e il cervello stesso, sono disconnessi. La vertigine è una rottura, abbastanza violenta, nel rapporto tra sé e il mondo. Si perde l’orientamento, ci si smarrisce nel labirinto tra sé stessi e l’altro – le altre persone, gli oggetti che puntellano e formano i nostri spazi quotidiani, la fitta e complessa rete di abitudini, ripetizioni, istituzioni che tiene tutto insieme. Non sai chi e dove sei, cosa succederà dopo.

Il mio primo episodio di labirintite mi aveva impedito per diverse settimane di andare a trovare il mio amante segreto, Lupo. Lupo e io eravamo segretamente amanti già da un po’ di tempo ormai, perché non avevamo ancora avuto una conversazione sull’amore, sul nostro perlomeno. Ero smarrita e senza orientamento, in quell’assenza di parole. «La donna innamorata», scrive Simone de Beauvoir nel Secondo sesso, «attende» dolorosamente.

Qualche anno dopo, Roland Barthes darà a questo frammento di discorso amoroso un’intonazione maschile, dunque, almeno qui, fortunatamente, universale: «Sono innamorato?  – Sì, poiché sto aspettando».

Definizioni 

Nell’attesa di un discorso sull’amore, di risposte che stentano ad arrivare, si apre uno spazio in cui la filosofia può provare a fare qualcosa. Nella storia della filosofia occidentale, svariati tentativi sono stati fatti per rispondere alla domanda: «Che cos’è l’amore?», per far fronte alla vertigine. Tra le teorie più gettonate ci sono: l’amore è la fusione o l’unione profonda di anime e corpi, o almeno il desiderio di questa unione; il desiderio di stare insieme in uno stesso progetto; una forma di cura (più o meno) disinteressata per il bene di un’altra persona, di una collettività, del contesto in cui abitiamo; una serie di script e convenzioni sociali; una versione della fede religiosa, che dovrebbe giustificare la nostra esistenza, e altro ancora.

Quale scegliere tra queste definizioni? Alcune interpretazioni sono più convincenti e fruttuose di altre, magari più adatte a incapsulare le norme e i valori portanti di un certo periodo storico, o esprimono semplicemente meglio i bisogni e le esperienze di una singola persona, anche a seconda della fase di vita attraversata.

Oppure, si può decidere di fare l’amore, scoprirlo, costruirlo, raccontarlo, lasciando andare l’ambizione di fissare una risposta sola e valida una volta per tutte. Una storia d’amore diventa un nido di domande, una forza che interroga e spinge a fare domande. Non sono tanto interrogativi per stabilire la verità o veridicità di fatti (Che cosa provo davvero? Che cosa siamo?), quanto esplorazioni del futuro, possibilità a venire, spesso difficili e scomode. Chi possiamo ancora diventare – e non solo a livello personale, ma anche come forme di vita sociale e comunità politiche? Come possiamo imparare a prenderci cura di noi stessi, e di altri esseri, simili e dissimili, umani e non-umani? Come sono fatte, mantenute, narrate le relazioni che ci rendono gioiosi, sicuri, liberi, o invece indeboliti, tristi, miserabili?

Quali le regole, e i confini, che desideriamo imporci e rispettare? Come deve essere fatto il mondo affinché possa accogliere i nostri amori? Che cosa implicano per le nostre relazioni le pratiche e le istituzioni correnti? Per esempio le tecnologie di riproduzione o del dating, le leggi sull’aborto, l’istituzione del matrimonio, il mercato, i modi in cui oscilliamo tra lavoro e tempo libero,  i pregiudizi sulle categorizzazioni razziali o sulle preferenze sessuali, i modi del consumo, della manipolazione e dominazione delle risorse materiali, dei contesti naturali e ambientali.

Se l’amore è una spinta a domandare e interrogarci, le nostre  concrete vite quotidiane – il muesli a colazione, il tragitto a piedi, in auto o in treno verso la fabbrica o l’ufficio, le foto delle vacanze, il gruppo WhatsApp dei genitori, le lenzuola del letto, la lavatrice e molto altro – diventano così parte integrante di un certo tipo di lavoro, che potremmo chiamare filosofico. La filosofia, eroticamente palpitante, smette di essere esercizio libresco, intellettuale, al riparo dal tran tran quotidiano e dagli incasinamenti esistenziali, ma anche sociali e politici: si fa modo di vivere, alimentato da un desiderio di capire, fare, disfare, creare, migliorare.

Domande

La cosiddetta «vita esaminata» è eccitante ma anche faticosa, esasperante. La prima volta che Lupo ha sentito dalla mia bocca una versione di quelle sillabe, «ti amo», avevo voluto dirgli un’altra cosa. Era in realtà una domanda, e un imperativo, e la constatazione di un’inevitabilità: «Andiamo?» Eravamo in ritardo, dopo aver indugiato in una tenerezza sconsiderata nel parcheggio squallido e magico di una nostra stazione dei treni, tra un punto e quello successivo di un viaggio segreto ma che non lo era più tanto.

Il tenero malinteso lo abbiamo chiarito un giorno o due più tardi: «Io ora ti devo proprio dire che…», «Anche io da tanto te lo volevo dire, che…» Era la fine di un’estate e l’inizio di un inverno, al termine di una cena sul mare in cui l’attempata cameriera di un hotel per pensionati tedeschi si era emozionata vedendo brillare all’unisono l’azzurro cielo del mio vestitino improbabile (che non ho mai più indossato) e quello della sua camicia. In quella confusione di parole sbagliate e giuste, il brillio di qualcosa di nuovo. Non tanto una dichiarazione di stati di fatto, pur nella gioia inattesa della reciprocità, ma il desiderio di andare avanti – e dove?

Dopo aver letto il mio ennesimo testo sulla filosofia dell’amore, Lupo mi ha scritto: «Ma nell’amore forse non arriviamo poi in un luogo in cui certe domande la smettono finalmente di far presa su di noi?». Le conversazioni con lui su ciò che amavamo l’uno dell’altra, sulle implicazioni delle nostre passioni, sulle altre persone e le cose che avevamo amato e ancora amavamo, erano sempre state per me (e per lui) un parco giochi di turbamento, gioia e libertà in cui esercitarsi, anche, nella scrittura e nella filosofia. Nei giorni del suo commento al mio articolo litigavamo disperati valutando confusamente, e non per la prima volta, l’opportunità di dirci addio.

Eravamo intrappolati in due cieli diversi e non comunicanti: io paralizzata in un’infelicità rabbiosa, lui nelle sabbie mobili di un’infelice indecisione. (“Lupo” è un soprannome forse banale, ma molte delle cose che facciamo, diciamo, decidiamo da innamorati lo sono. È il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso, evidentemente – nella storia tra un uomo e una donna, come può il primo essere qualcosa di diverso? E la seconda che cos’è, e cosa può diventare? Ma è anche quello dell’“in bocca al…”, in cui ci sentiamo protetti lanciandoci in avanti.)

Certe domande, e dubbi, non smetteranno di fare presa su di noi finché viviamo in un mondo in cui così tante persone non possono essere pienamente viste, sostenute, riconosciute, apprezzate: persone non bianche, queer, trans, persone cresciute in luoghi dilaniati da difficoltà economiche e ingiustizie, sconvolte dalla violenza, persone con corpi e menti che non si conformano agli standard prestabiliti di abilità e razionalità.

E poi ci sono persone – per esempio donne come me, soprattutto donne bianche che rispettano loro malgrado determinati canoni di bellezza – che vengono sì desiderate, ammirate, qualche volta messe su un piedistallo, ma che restano comunque prigioniere delle pretese, delle paure e dei meccanismi di controllo altrui; di un ordine eterosessista, patriarcale, che non può tollerare la loro libertà.

Il testo è un estratto da Le ragioni del disamore, Nottetempo, 2026

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