Un anno fa, per circa tre mesi, non ho quasi letto altro che Tommaso Landolfi. Ho concluso che deve essere stato uno che ha vissuto seguendo il solo richiamo della parola. Anche quando l’imperativo sembrava unicamente quello del gioco la parola era sempre la parola. Ce l’ha restituita nella forma di un organo pulsante dentro una casa in rovina.

Tra le sue molte pagine ci sono infinite cose. C’è un licantropo che acchiappa la luna e la infila in un sacco. La stringe tra le mani, è una cosa gialla, essudante, schifosa. Sibila e vuole il male del licantropo. I licantropi non possono esercitare la forza di volontà per colpa sua, di lei, la luna. Lui la porta con sé per annerirla di fuliggine, annientare il potere che esercita sulla sua specie.

C’è poi un vecchio solo, si trascina nelle sale vuote di un palazzo che ha visto la nobiltà e ora vede la fine dei suoi fasti. C’è uno scialacquatore che passa da un tavolo da gioco all’altro. C’è un uomo che è entrato in coma perché una labrena, cioè una grossa lucertola, lo ha colpito in piena faccia con tutto il suo peso. È precipitato in uno stato di morte apparente e ora si dibatte nella bara cercando di attirare l’attenzione dei suoi cari. C’è uno scrittore che ha perso il senno lanciandosi nello spazio a bordo di una nave spaziale.

Genesi di uno scrittore di mezzo

Landolfi nasce nel 1908 a Pico, allora provincia di Caserta, attuale provincia di Frosinone. La sua voce – prima di trascorrere lunghi anni altrove - si è sedimentata in una terra di mezzo. Anzi, di frontiera: tra il regno di Napoli e delle Due Sicilie e quello della Chiesa. Un territorio di intrecci tra rami della nobiltà della Campania romana e quelli dei baroni dei regni attigui. Quello della nobiltà connessa all’area geografica non è un aspetto secondario, perché Landolfi nacque in un’antica famiglia aristocratica. Lui stesso, con ironica e serissima mitomania, ebbe modo di definire un suo personaggio alter-ego: “ultimo forse rappresentante genuino della gloriosa nobiltà meridionale”.

Ascendenza aristocratica dunque, ma un’aristocrazia malinconica; sbriciolata come i palazzi che lascia dietro di sé, come lo stesso palazzo secentesco che Landolfi abiterà a lungo tra le sue peregrinazioni e i passaggi di vita altrove, come quelli della formazione in Toscana e i vent’anni trascorsi a Roma. Tornerà ad abitare quelle mura con la moglie e i figli, vi cercherà l’isolamento fino alla morte, che lo coglie dopo lunga malattia a Ronciglione, nel 1979.

Vivere a caso, giocare sempre

Stando in sua sola compagnia, Landolfi mi è parso uno che non aveva voglia di dare ragione a nessuno e men che meno a se stesso. È frequente che l’autore trovi modi nuovi e mirabolanti per espiare qualche colpa. Sembra dire: oggi mi punirò infilandomi in una bara, oggi invece mi punirò lanciandomi nello spazio profondo, stavolta invece mi sparo e domani mi perdo nel bosco fino a morire di freddo. È autodistruttivo senza pietà e, al tempo stesso, ha un’altissima considerazione di se stesso.

In un racconto intitolato La spada (1942), del suo protagonista, si dice “era fantastico capriccioso estremamente sensibile, e sopratutto pigro oltre misura: un malinconico scialacquatore.” Così come quello della ludopatia, ricorrono il tema della dispersione delle risorse e l’erosione del patrimonio di famiglia. L’onnipotenza, l’adrenalina, la vergogna e la colpa che ne derivano.

Quali che fossero le risorse e da dove venissero (rendita oppure lavoro di scrittore e traduttore dal russo e dal tedesco), le ha sempre giocate mettendosi nelle mani del caso, ossessionato dal caso. A caso, è il titolo della raccolta di racconti con cui vince il premio Strega nel 1975, quattro anni prima di morire.

Poco controllabile, forse non simpaticissimo, tra le varie cose è stato accusato di ristrettezza di argomenti. E questo, sì, è sorprendente, perché in Landolfi temi, registri e possibilità abbondano abbastanza da faticare a stargli dietro. Seguendolo a nostro rischio e pericolo incontriamo la violenza umana e il sopruso narrati dal punto di vista dell’abusante, del violento, dell’aspirante omicida fallito, dell’effettivo omicida o del femminicida impenitente. Abbiamo il lolitismo (o piuttosto l’ebefilia) vent’anni prima del lolitismo di Nabokov, l’attrazione-repulsione per il corpo menomato, l’ambizione delusa dell’autore e un’analisi disperata e al tempo stesso divertentissima della dipendenza.

Il tema delle dipendenze interessa a molti e in effetti interessa anche a me. Ho visto sui cosiddetti cari e congiunti quella da sostanze, ho vissuto in prima persona quella affettiva. Le ho sentite definire prova atletica e le ho a mia volta definite lavoro a tempo pieno. Espressioni nobilitanti, perché reggere i ritmi e le pretese che una dipendenza ha su di noi richiede più fatica e tragico impegno di quanto la morale possa accettare. Credo ancora che sia così ma, da grande ludopate, Landolfi è stato assai più preciso nel definire l’ingaggio che lega alla propria dipendenza. Dando il titolo a un racconto autobiografico l’ha definita Lavori forzati (1953). Un imperativo talmente potente da avere dignità di legge. Il gioco è un tiranno, è un dio, è la luna.

Un autore trapassato futuro

In questi tempi eternamente presenti a se stessi, per sfuggire alla mancanza di prospettiva storica e a quella di visione del domani, non ci basta neanche più il futuro anteriore. Serve un nuovo tempo verbale in cui le persone inadatte e inattuali possano rifugiarsi. Lì, in santa pace, è possibile tornare a immaginare. Quel tempo verbale mi piace chiamarlo trapassato futuro e mi ci trasferisco ogni volta che voglio pensare senza rumore di fondo, senza questo incessante brusio produttivo ed estrattivo. Nel trapassato futuro ci sono sogni così come incubi e spesso ci trovo delle pagine di Landolfi. Con lui sperimentiamo quanto sia labile il confine tra reale, fantastico e orrorifico. In Landolfi è più che mai chiaro che la letteratura non è un cuscino su cui adagiarsi comodamente.

Numerosi esempi li troviamo ne Le più belle pagine di Tommaso Landolfi scelte da Italo Calvino, antologia pubblicata postuma nel 1982. I racconti sono suddivisi in Fantastici, Ossessivi, Dell’orrido, Autobiografia e invenzione, L’amore e il nulla, Piccoli trattati, Le parole e lo scrivere.

Il mio preferito, o forse non il mio preferito, ma uno di quelli a cui non ho più potuto smettere di pensare, è Lettere dalla provincia, che è un racconto epistolare. La voce narrante è di donna nobile che si rivolge all’amica Solange. Anne, stanca della frenetica mondanità cittadina, si ritira in un possedimento ereditato immaginando di trovare così il suo paradiso. Al principio è entusiasta dei piaceri semplici della vita di campagna, resa dolce dal solerte servizio delle paesane e del contado. Ma di missiva in missiva l’entusiasmo muta in nervosismo e infine in panico: i paesani vanno a dormire per l’inverno. Uno ad uno si infilano in disgustosi bozzoli di carne appesi al soffitto finché di sveglio non resta più nessuno. Fuori cade la neve, chi farà la legna e accenderà il fuoco? Chi provvederà al cibo? Chi terrà in vita la nobildonna se non cede pure lei alla tentazione di mettersi a dormire in un bozzolo orrendo, come i villici, fino a primavera? Una rivoluzione al contrario, in cui l’ordine costituito non si sovverte con il sangue, ma andando a dormire. Qui Landolfi, forse suo malgrado, da aristocratico decaduto presumibilmente neanche in grado di farsi un uovo al tegamino, sovverte le regole base della rivolta e anticipa il concetto contemporaneo di quiet quitting.

Ne La moglie di Gogol’, invece, con drastico cambio di scenario il centro della narrazione è una bambola gonfiabile. Più precisamente, il fatto che nell’universo narrativo landolfiano Gogol’, per moglie, avrebbe avuto una bambola gonfiabile. Entrando nel merito della metafora, la moglie-fantoccio rappresenta l’opera di Gogol’ e il rapporto conflittuale dell’autore russo con essa. Uscendo fuor di metafora, il racconto risulta incredibile perché è stato pubblicato nel 1954, con largo anticipo rispetto all’effettiva esistenza delle bambole gonfiabili iper-realistiche.

Per capire dove potesse aver pescato questa idea ho cercato informazioni sui primi prototipi, ma non sono molte e, anzi, viene da chiedersi perché manchi letteratura a riguardo. A ogni modo, quello che sappiamo è che i primi fantocci di paglia e stoffa concepiti per uso intimo sono comparsi in epoca secentesca, ma che la leggenda metropolitana per cui le moderne bambole sarebbero state inventate da Hitler nel 1941 per i soldati è, appunto, una leggenda metropolitana. Le prime notizie di moderne bambole gonfiabili, simili a quella narrata da Landolfi, risalgono agli annunci pubblicitari per il mercato statunitense nel 1968, con la successiva esplosione del fenomeno commerciale negli anni ‘90. Possiamo solo ipotizzare che Landolfi avesse una fantasia fuori dal comune, o che fosse davvero molto bene informato in tempi non sospetti o che, semplicemente, abitasse il trapassato futuro.

Animali fantastici e come inventarli

Il nostro scrittore, traduttore di Puškin e Gogol’, laureato con una tesi su Anna Achmatova, il nobile smarrito, tra i massimi rappresentanti del fantastico italiano con Calvino e Buzzati, il nostro grande insonne abitatore della notte, ossessivo, forse inviso al consesso umano e fondamentalmente solo, tra le altre cose ha un occhio di riguardo per l’animalità e gli animali, per quelli reali e quelli inventati. L’animale è un confine. È ponte per la terra dell’istinto, porta sull’inconscio, scusa per osare con il linguaggio e con il limite tra comprensibile e incomprensibile, tra sensato e insensato.

Troviamo l’animalità rivisitata in due tra le sue più note novelle fantastiche e proto-fantascientifiche. La pietra lunare (1939) inizia con la profonda provincia e i suoi tinelli, i pettegolezzi e i personaggi pieni di tic. In questa notte trascorsa da una famiglia attorno a un tavolo si manifesta, sulla soglia, una donna giovane e bellissima con zampe caprine e zoccoli al posto dei piedi. L’elemento di straordinarietà, più ancora che nella forma della donna, sta nel fatto che pur vedendola benissimo nessuno dei presenti, a parte il protagonista nonché voce narrante, sembra farci caso. Mentre, in Cancroregina (1950), un uomo si fa condurre nel bosco da un misterioso figuro che gli mostra la sua navicella spaziale. La navicella-Cancroregina è in realtà creatura organica, viva, a bordo della quale si può viaggiare nello spazio. Lì il nostro protagonista si perderà fino a vedere animali immaginari, tra cui il porrovio, che potremmo forse chiamare anche linguaggio. Croce e delizia di chi scrive, se ne fai la tua ragione di vita, il porrovio-linguaggio, può farti perdere la testa: “Il porrovio! Che bestia è il porrovio? Mi duole dire che io stesso non lo so, e la medesima cosa mi capita con la beca. Lui ha un’aria tra il tapiro e il porco o il babirussa, è quasi senza collo. Compare quando la notte corre come una lepre al sole, colle orecchie trapassate dalla luce; e quando dall’ombra mi spia e mi cova la follia, accovacciata come un gatto, o meglio come un escremento di vacca, cogli occhi gialli.

Da molto tempo la mia vita è ossessionata dalla ricerca o dalla sistemazione di parole. Il porrovio si aggira grigio nelle tenebre, il porrovio viene, va, il porrovio è una massa che io non posso inghiottire.Il porrovio non è una bestia: è una parola.”

Landolfi non cessa mai di essere scrittore e in molti scritti diaristici troviamo traccia della genesi di altri racconti. In Viaggio a Londra (Del meno, 1978) legge a un amico il racconto Mani (1937) che a seconda dei punti di vista si può dire morboso o antesignano dell’antispecismo. Qui il senso di colpa assillante per l’uccisione di un topo porta alla necessità di celebrarlo con un funerale; mentre l’aracnofobia, sparsa in racconti numerosi, esplode nel racconto Il babbo di Kafka (1942). Quel padre le cui risate gorgoglianti evocano immagini infernali, di cui Kafka scrive “Tu eri gigantesco sotto ogni aspetto”, nel racconto landolfiano diventa un enorme ragno. Il rimando evidente è a La metamorfosi, eppure nel regno del trapassato futuro il mostro quasi ricorda di più IT di Stephen King (come, del resto, i bozzoli di Lettere dalla provincia rimandano a quelli che Stephen e Owen King hanno immaginato per le donne narrate in Sleeping beauties).

Ma l’animale di Landolfi che più mi è rimasto nel cuore è quello che, a suo modo, nomina dio invano. Le due Zittelle (1943) fino al terzo capitolo sembra la storia di Lilla e Nena, due donne attempate e sole, rintanate nel tetro appartamento di un palazzo borghese. Solo a racconto già ben avviato ci è dato scoprire che questa è la storia di una scimmia d’appartamento.

La scimmia in questione, dono di un fratello morto in terra straniera, è il più grande oggetto d’amore di Lilla e Nena (“è costume degli uomini tenere se possibile in gabbia l’oggetto del proprio amore. E una grossa gabbia era la dimora abituale della scimia”). In questo racconto che ironicamente rimanda a I delitti della Rue Morgue di E.A.Poe non abbiamo un orango assassino, ma una scimmietta sacrilega. L’animale fugge dalla gabbia per rubare le ostie consacrate dalla cappella dell’attiguo monastero e viene sorpreso nell’atto di fingere di officiare messa per poi, candidamente, liberare la vescica sull’altare. Le due zittelle parte come piccolo quadro di provincia, si trasforma in racconto sull’animalità e, infine, si spoglia davanti a noi presentandosi nella forma di riflessione sulla natura di Dio. Quando la scimmia viene condannata a morte, un giovane prete la difende con queste parole, così simili sia a bestemmie che a preghiere: “Dio non è quello che credete, Dio è, monsignore, al pari di me, al pari di quella scimmia, estraneo alle vostre complicate partite di dare ed avere! Dio non ha nulla a che fare colle vostre o nostre istituzioni morali, coi nostri altari, colle nostre ostie consacrate. (…) Dio non è tanto degradato da conoscere il bene e il male.”

Oh mio povero cuore

Nel nostro eterno presente ci hanno fatto credere che essere unici fosse un obiettivo e una necessità, ma questa era una bugia. Non somigliare a nessuno è un problema, rende ostici perché poco assimilabili ai nostri simili. Il non pericoloso è il conosciuto, il conosciuto è il rassicurante. Tuttavia (qui sta l’inghippo) il conosciuto e il rassicurante non sono il letterario, perché la letteratura non è un cuscino su cui adagiarsi. Che fare, allora, se nonostante tutte le camminate insonni al solo chiaro di luna non è possibile né farsi accettare né andare più lontani di se stessi,? Landolfi, a un certo punto, forse ha risposto “Io sono ferito/e voglio giacere nel mio solco” (Viola di morte, 1972).

Che a essere stanco e poco avvezzo alla simpatia avesse ragione o meno, a noi rimane la sua vasta opera, fortunatamente reperibile e leggibile grazie al catalogo Adelphi. In questa vastità, con ultimo sussulto di stupore, troviamo anche la letteratura per l’infanzia.

La breve antologia Il principe infelice / La raganella d’oro, contiene quattro storie per bambini scritte tra il 1938 e il 1968. Fa sorridere che nel principe infelice compaia un re, nientemeno che il sovrano del regno dei Sogni, sorpreso mentre gioca a dadi. Il motore immobile del reame onirico non è altro che un burbero e distratto ludopate. In queste storie per piccini, con la ludopatia, torna anche un tema (o piuttosto un sentimento) presente in molti racconti decisamente per adulti: la sensazione di essere vuoti dentro, l’ammissione di non avere un cuore. In A caso, in Nepomuceno, in Del meno, personaggi si indicano il petto e dicono “qui dove dovrebbe esserci cuore”, affermano “in animo non ho nulla”. Anche ne La raganella d’oro, del gigante che terrorizza un paese, si dice che non abbia niente in petto. Peggio ancora, si dice che il suo cuore esista ma sia altrove. Il gigante è condannato a condurre un’esistenza dissociata dai propri sentimenti, mentre chi ne patisce le angherie è costretto ad andare a cercare l’organo perduto per cessare di essere vittima. Ma dov’è questo cuore? È in un’altra creatura e non sta mai fermo. A seconda dei momenti sta in un animale e poi in un altro. “In breve” dicono “è un cuore vagante”, come quello di Tommaso Landolfi.

*Il titolo del paragrafo Oh mio povero cuore è un omaggio a Cuore, hit senza tempo di Rita Pavone, che all’autrice pareva appropriata in questo contesto.


© Riproduzione riservata