Il documentario A War on Women della regista iraniana-canadese Raha Shirazi esplora il movimento femminista in Iran prima e dopo la rivoluzione islamica del 1979. «Mia madre è stata una prigioniera politica e anche mia nonna era una femminista molto attiva. La mia non è una storia singolare: molte donne lottano da sempre per i propri diritti, dentro e fuori il Paese»
Ci sono film che colpiscono duramente la coscienza collettiva, ormai anestetizzata di fronte all’orrore quotidiano di immagini “normalizzate” dai media. È il caso del documentario A War on Women della regista iraniana-canadese Raha Shirazi, che esplora il movimento femminista in Iran prima e dopo la rivoluzione islamica del 1979. Attraverso archivi pubblici e privati e le testimonianze intrecciate di sette donne straordinarie, il film, presentato in anteprima a Bari nella sezione Meridiana del Bif&st 2026, fa rivivere le lotte personali e collettive di donne che si sono ribellate alla volontà dello Stato di ridurle a oggetti politici da disciplinare.
Decenni di repressione hanno insegnato alle donne che i loro corpi costituiscono il primo terreno su cui si esercita il potere dello Stato: l’obbligo di indossare il velo, la sorveglianza pubblica, le pattuglie della moralità, le confessioni estorte con la forza, le violenze sessuali durante la detenzione e le minacce di esecuzione nei confronti delle giovani donne. Quarant’anni di resistenza e vittorie pubbliche, A War on Woman rende omaggio alla forza e al coraggio di queste donne, che mai come in questo momento storico vanno ricordate.
Lei è figlia della diaspora: cosa ricorda dell’Iran della sua infanzia?
Sono nata a Teheran, dove ho vissuto fino a dieci anni. Faccio parte della generazione che è cresciuta durante la guerra Iran-Iraq. C’erano molte ristrettezze alimentari e la maggior parte dei prodotti importati veniva smerciata sul mercato nero. Non c’era il cioccolato, per esempio: l’unico che si poteva trovare, se si era fortunati, arrivava dalla Turchia e si chiamava “Hobby”. Ricordo che c’era un solo canale televisivo di pura propaganda che trasmetteva le sirene d’allarme bomba: quando lo schermo diventava rosso, bisognava uscire di casa per nascondersi.
In quel periodo, in Iran, la popolazione veniva arrestata e giustiziata se sospettata di ribellione contro il regime islamico, mentre il Paese veniva bombardato da missili e bombe straniere. Ci sono ritornata per l’ultima volta a 19 anni e la situazione era cambiata molto. Immagino che l’Iran di oggi sia completamente diverso dalla mia memoria e spero di tornarci un giorno per farlo scoprire ai miei figli.
C’era già una chiara apartheid nei confronti delle donne?
Sì, mia madre è stata una prigioniera politica e anche mia nonna era una femminista molto attiva. La mia non è una storia singolare: molte donne in Iran lottano da sempre per i propri diritti, dentro e fuori il Paese. Sono delle vere guerriere.
La ferita dell’esilio forzato si è mai rimarginata?
La vera ferita è il fatto di non poter tornare in Iran. L’immigrazione non è una scelta: nessuno vuole lasciare il proprio Paese e non parlare più la propria lingua. Lo si fa per necessità di vita ed è molto doloroso non poter tornare nella propria terra. Quando è morta mia madre, non ho potuto seppellirla in Iran e questo è stato molto difficile per me.
Pensa che le donne iraniane siano il volto del femminismo di oggi?
Sì, assolutamente. Molte ragazze di questa generazione sono anche riuscite a convincere i loro padri e fratelli dell’importanza della loro libertà per la società iraniana. Una ragazza di 22 anni, cresciuta in una famiglia molto religiosa, mi ha raccontato che, dopo anni, è riuscita a convincere il padre che l’imposizione del velo era assurda. Per proteggerla, lui ha sempre insistito perché continuasse a indossarlo, ma poi ha capito che l’unico modo per conquistare la liberazione nazionale era sostenere la libertà delle donne.
Come spiega questo terrore delle donne? Non è incredibile che l’inquisizione continua ancora ad esistere nel 2026?
Continua perché se controlli metà di popolazione, riesci a controllare anche l’altra, l’oppressione delle donne è uno strumento politico, un mezzo per affermare lo status quo e mantenere il controllo sociale sull’intera popolazione, compresi gli uomini.
L’islam ha davvero a che fare con l’oppressione delle donne?
Secondo me, la religione è una scelta personale. Quando viene imposta come modello di vita per tutti, allora diventa un problema. L’islam, il cristianesimo o il giudaismo diventano pericolosi quando si trasformano in ideologie integraliste. Va ricordato che in Iran la religione viene interpretata in modo teocratico e strumentalizzata dal potere.
Qual è stato il grande problema con lo Scià Reza Pahlavi? Perché nel 1979 il popolo iraniano ha scelto l’ayatollah Khomeini?
Si tratta di una questione estremamente complessa che riceverà risposte diverse a seconda di chi la pone. Anche se sotto il governo dello Scià c’erano molti problemi, penso che la voglia di cambiamento sia legata al contesto storico del mondo nel 1979. C’era stata la guerra in Vietnam, il comunismo era sempre più frammentato e c’era una crisi economica e energetica globale. La gente si ribellava e voleva un futuro diverso, e in Iran ci fu una rivoluzione perché il popolo pensava di poter finalmente ottenere la libertà.
Una delle testimonianze più toccanti del documentario è quella dell’attrice Golshifteh Farahani, che racconta di aver addirittura desiderato, da ragazza, di annullare la propria femminilità.
Sì, racconta che da piccola ha capito che essere un uomo voleva dire avere più libertà. Voleva semplicemente andare in giro in bicicletta, quindi si è tagliata i capelli, ha iniziato a indossare magliette larghe e a comportarsi come un maschio. Negli anni Novanta era impensabile per una ragazza andare in giro in bicicletta.
Pensando alla drammatica guerra in atto, crede davvero che si possa liberare un popolo con le bombe?
Sono fortunata a vivere in un Paese libero e sicuro come l’Italia e non posso che immaginare quello che sta passando il popolo iraniano in questo momento. Capisco perfettamente che molti abbiano festeggiato la morte di Khamenei, perché è da 47 anni che gli iraniani chiedono aiuto al mondo occidentale per abbattere il regime, senza mai aver ricevuto alcun sostegno concreto. Detto ciò, personalmente non credo che la guerra possa portare alla liberazione; il rischio più grande è una maggiore radicalizzazione che potrebbe vanificare le lotte già portate avanti. Speriamo proprio di no.
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