I social hanno esasperato l’idea che mostrare la propria vita sia la forma più autentica di comunicazione. L’autobiografia come stratagemma produce un logoramento progressivo della qualità del pensiero e della comunicazione politica. L’unica vera alternativa è il lavoro intellettuale reso vivo
Vuoi scrivere qualcosa di politico. Un articolo, un post. Vuoi dire la tua su un tema sentito, però intuisci che per farlo devi vivacizzare un po’ la scrittura. Istintivamente vai alla ricerca di una vicenda personale da cui partire, di un racconto per “metterci la faccia” e mostrare quanto sei coinvolto in prima persona. Quanto sei, tu stesso, colpito dal problema. Sbagli a farlo? Vediamo.
Viviamo nell’epoca della vita personale raccontata minuto per minuto. Funziona, si dice. I social hanno esasperato l’idea che mostrare la propria vita sia la forma più autentica di comunicazione. E se questa logica è efficace nel marketing (influencer), che di autentico ha poco, figuriamoci se non viene usata nel discorso politico. Oggi chi vuole dire qualcosa sente il bisogno di partire dal sé, di trovare nella propria esperienza il punto di accesso alla questione che vuole affrontare. Come se l’autobiografia fosse la forma più riuscita di autorità retorica, e la migliore per farsi ascoltare.
I limiti dell’autobiografismo
Il problema è che non è così. O meglio: lo è in alcuni casi, ma in altri non funziona, e anzi produce effetti opposti a quelli desiderati. Produce ridicolo. Non solo. L’autobiografia come stratagemma produce un logoramento progressivo della qualità del pensiero e della comunicazione politica. Mi piace sottolineare anche il fatto che il pensiero dovrebbe avvenire prima della comunicazione. Ma non divaghiamo. Spieghiamo cos’è questo logoramento.
Ci sono alcune domande che bisogna farsi quando si decide di raccontare qualcosa di sé in senso politico. La prima: è vero quello che sto raccontando? E poi: è necessario? È opportuno? Il primo criterio è ovvio, anche se applicarlo è meno facile di quel che si creda, ma senza verità si entra nella fiction del sé, che è un’altra cosa (anche bella, ma altra). Il secondo e il terzo criterio vengono spesso ignorati. Necessario significa: è proprio indispensabile che questa cosa venga detta in prima persona? Opportuno significa: ha senso che sia proprio io a tentare di dirla in questo modo?
Esempio. Viviamo (da un pezzo) in un’epoca grassofobica. Esiste una pressione culturale che va oltre le ragioni di salute e investe persone che non aderiscono a certi standard. È giusto parlarne. Ma se chi vuole parlarne è una persona magra, non ha senso che cerchi nella propria biografia qualcosa che suoni comparabile.
Come le modelle degli anni Novanta che nelle interviste dicevano: «Da ragazzina ero alta e magra, tutti mi scherzavano, soffrivo». Non funziona, perché non è la stessa cosa. I magri da decenni non subiscono le stesse pressioni, e le società farmaceutiche fanno i soldoni creando medicinali per dimagrire. Il tentativo di rendere il magro uguale al grasso ha qualcosa di grottesco.
Altro esempio. La persona che parla di precarietà, ma precaria non è. Racconta di quella volta in cui fu disoccupata per un breve periodo, fra due lavori ben pagati, e rimase per qualche mese senza stipendio, facendo attenzione alle spese, comprando prodotti scontati. «Ho provato cosa vuol dire la povertà, ho capito tante cose». Ridicolo.
Il meccanismo è più perverso di quanto sembri, perché non genera solo un problema estetico o retorico. Genera un problema di validità del discorso. Chi non ha il vissuto e va a cercarselo (o a inventarselo, gonfiando un’esperienza) sta di fatto costruendo un prodotto artificiale al solo fine di farsi ascoltare e di avere successo comunicativo attraverso il racconto. Vanità.
Il lavoro intellettuale
Ma allora qual è l’alternativa? Se vuoi parlare di un tema che ti sta a cuore, anche se non lo vivi fino in fondo, stai zitto? Solo chi ha il vissuto giusto può parlare? «Se non sei madre, non puoi capire?». No, non è questo. Allora cosa? Puoi parlarne solo in modo scientifico o filosofico, tenendo le distanze, preparando dissertazioni che nessuno ascolterà? Neanche. L’alternativa, in verità, è il lavoro intellettuale reso vivo.
Hai qualcosa da dire, e lo dici attraverso lo studio ma anche la capacità di rendere quel materiale interessante tanto quanto può esserlo un aneddoto personale. Come chi, dovendo scrivere di discriminazione, ma senza averla vissuta, parta per esempio dalla ricerca di Claudia Goldin sul lavoro femminile, divulgandola. È più difficile del racconto autobiografico. Richiede più fatica e abilità di scrittura. Il racconto di sé è una scorciatoia. Non sempre illegittima, talvolta giusta, ma altre volte pericolosa, e oggi sopravvalutata.
Sono convinta che la comunicazione politica sia debole anche perché abbiamo perso la capacità di parlare di politica senza appoggiarci alla stampella dell’io.
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