Da quando sono madre, sono tutti figli miei, pure i ragazzi che hanno spaccato le vetrine a Milano. Da una parte sono grata a chi protesta, dall’altra non posso che provare apprensione, sapendo in cuor mio che ho paura di tutto e da un anno e mezzo ho paura per due
Da quando sono madre, sono tutti figli miei. Il ragazzino di Adolescence, i bambini uccisi a Gaza e ora pure i giovani manifestanti che hanno sfondato le vetrine a pochi passi da casa mia. È ridicolo, non è che non lo so, ma già prima ero una frignona per i fatti miei e i giovani maschi mi hanno sempre ispirato una tenerezza devastante senza particolari ragioni. Dicevo che avrei potuto avere solo figlie femmine, perché sarei stata troppo protettiva con un maschio e l’avrei cresciuto come un principino scemo, e infatti eccomi qua, con un bambino venerato che porta il nome del sole, centro assoluto del mio universo e metro di tutte le cose.
Era inevitabile quindi che finissi a immedesimarmi in ogni singola madre di maschio mai esistita e a immaginare me stessa in scenari sempre più ardui che comunque non hanno niente a che fare con la mia esperienza (mio figlio ha un anno e mezzo, si ribella solo ai lavaggi nasali) e pertanto non mi riguardano.
Ma ci ho pensato in questi giorni, mentre leggevo i giornali e per la prima volta non ero più giovane come loro, non mi sentivo più chiamata in causa in quanto membro scioccamente inattivo della comunità degli incazzati senza futuro, ma ero la loro mamma.
Ed è stato difficile scindere i sentimenti: da una parte ero fiera di loro, dei miei bambini per finta, di quella rabbia esplosa e della forza di farsi sentire in tutti i modi (o nell’unico rimasto disponibile), dall’altra non potevo che provare apprensione, sapendo in cuor mio che ho paura di tutto e da un anno e mezzo ho paura per due.
A volte ci scherzo, ma in fondo è vero: se ci fosse una guerra, e lui fosse in età da militare, nasconderei mio figlio in cantina. Tutti i valori che ho imparato crescendo in una città in cui chiunque aveva un nonno partigiano: fuori dalla finestra in un secondo. I partigiani li facessero gli altri.
Motivazione
È un pensiero che mi fa vergognare, perché sono grata a chi protesta al posto nostro e non avremmo niente se non fosse per le persone così, che sono disposte a farsi male, a farsi arrestare, a far perdere il sonno alle loro povere madri. Mi sono riprodotta senza farmi troppi problemi sul mondo a venire, sapendo che non mi sarei mai decisa se avessi calcolato tutte le variabili negative dei nostri tempi, e ora che ci sono dentro con tutte le scarpe e senza rimpianti, davanti alle cose che succedono e non succedono – l’estate è calda, la gente è povera, le guerre non finiscono – non posso fare a meno di sentirmi sempre inattrezzata.
Che succedeva anche prima, ma ora temo sia molto più grave. Perché non ho mai fatto niente, non mi sono mai ribellata a nessuno, manco un piercing piccino picciò, figuriamoci se potevo mai cambiare le sorti di un paese intero. Più o meno andava bene così, ma ora in teoria sono di esempio a qualcuno e quel qualcuno imparerà che se vuole stare in cantina per me va benissimo.
Vivo nel piano basso del privilegio, nella terza classe del Titanic prima dell’iceberg: potrebbe andare meglio, ma potrebbe anche andare molto peggio. È normale che mi manchi la motivazione? Avrei le mie ragioni per voler radere al suolo questa città che nonostante tutto sembra non volermi mai, che dopo un anno di ricerche immobiliari a tutto spiano – ho visto un numero di case francamente imbarazzante – sembra suggerirmi di ricollocare la mia famiglia altrove, lontano da qui, o anche qui, ma in un seminterrato con le bocche di lupo. Ripeto, piano terra del privilegio, forse anche seminterrato: sono troppo povera per Milano, ma non abbastanza per non provare a restarci. Non so se ne valga la pena, ma sono troppo ricca per trovarmi senza via d’uscita.
Volere di più
Cosa sto facendo? Mi chiedo mentre compro un telefono nuovo che costa come un frigorifero sperando che mi arrivi un sampietrino in faccia mentre esco dall’Apple store. Non posso scendere più in basso di così e invece sì, compro un gratta e vinci sperando di risollevare la mia vita passando dalla strada più breve. Ho tutto quello che mi serve, ma voglio di più: una casa bellissima, una casa bellissima in montagna dove rifugiarmi quando in città si scioglierà il cemento, un bunker antiatomico ma molto confortevole dove rinchiudere mio figlio quando lo chiameranno alle armi. Ho letto tanti libri sugli eroi e non ho imparato niente e non imparerà niente nemmeno lui. Nel bunker ci saranno molti libri, ma nessuno lo farà sentire in colpa.
Mentre con mani tremanti scopro la scritta “Turista per sempre” sento un brivido nuovo, folle: ho vinto, ho vinto tutto. L’entusiasmo dura pochi secondi, il tempo di scoprire che per vincere la scritta deve apparire due volte. Lo leggo sul retro del biglietto e per sicurezza lo chiedo al mio telefono nuovo, che conferma che sono una povera cretina. Lo butto via insieme alla mia dignità. Non è cambiato niente, avevo già perso qualcosa.
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