In un Québec del futuro, arido vuoto e caldissimo, un gruppo di donne ha il compito di piantare alberi. Quello di Filteau-Chiba è un romanzo distopico ma che riflette su come andare oltre questa transizione
Crisi è la zona di transizione in cui stiamo vivendo. Un lungo momento di passaggio in cui il presente e il futuro smettono di assomigliare al mondo di prima, in cui tutto scricchiola, a volte crolla, come una Marmolada, o un ghiacciaio del Nepal. La tecnologia rivoluziona di soppiatto la quotidianità. E le energie che cambiano, le guerre, le certezze di egemonie e alleanze globali che si sfaldano e si fatica a capire in che forme si ricomporranno.
Crisi è una zona di transizione, e in una zona di transizione c’è spazio per valutare immaginare futuri, risposte, parole e concetti: scegliere di quali liberarsi, eleggerne altri come bussole.
Le riforestatrici è il titolo di un romanzo uscito da poco per Iperborea, scritto dall’autrice canadese Gabrielle Filteau-Chiba e tradotto da Luciana Cisbani. In originale il titolo era solo un nome, Hexa, un personaggio quasi marginale e assieme capostipite della storia. Ma “riforestatrici” è la scelta di futuro che si condensa nelle pagine del libro: è assieme un ruolo, un genere, un’attitudine, una visione del mondo ecologista e femminista.
Il futuro della natura
Siamo in un Québec del futuro. Il secolo passato ha reso le grandi pianure del paese aride, vuote e caldissime, devastate dagli incendi e dalla crisi climatica. Un gruppo di donne è addetto alla riforestazione. Passano lì più di metà dell’anno, piantando alberi e compilando documenti e resoconti per il governo. Sandrine fa questa vita da ormai quindici anni, un bel pezzo di foresta è ormai alto e fitto, le compagne con cui condivide la vita nella natura sono la sua seconda famiglia, o forse la prima. Nella Città di Sainte-Foy vivono il compagno, Gabriel, e la figlia Thalia. Lì passa solo l’inverno, da fine novembre a marzo.
La città è un luogo in cui niente è selvatico. Tutto è artificiale e tutto è regolarizzato e controllato. Attorno c’è un muro, i cieli sono attraversati da droni. Ogni persona ha un chip sottopelle: a seconda dei comportamenti e dei risultati ottiene permessi: permessi di camminare nel proprio quartiere o, più raramente, in altre zone della città, di frequentare persone, di seguire corsi e programmi speciali. In questo mondo di sicurezza sociale e iper-controllo, anche le nascite sono regolatissime. È un caso raro quello di Sandrine che ha potuto tenere Thalia. Di solito, i figli vengono tolti alla madre e assegnati a coppie ricche che non possono averne e fanno domanda di adozione: la vita di ognuno è costellata di genitori sconosciuti e di figli portati via.
Ma per un’adolescente come Thalia, che in questo mondo ci è nata, è tutto sommato una vita tranquilla, sicura, senza sorprese, non particolarmente opprimente, fatta di casa, scuola e orari stabiliti per passare del tempo col fidanzato Finn.
È difficile raccontare a chi vive in questo mondo sintetico la vitalità della foresta, la libertà in questa natura difficile da immaginare, dove gli alberi proteggono come un rifugio e camminarci in mezzo è come tornare finalmente a casa. Lì i microchip sottopelle non hanno campo: la natura è un altrove a cui gli occhi e le orecchie del governo non riescono ad arrivare. Grazie a un sotterfugio, nella primavera dei suoi 16 anni Thalia può partire con la madre. Si adatta alla vita nella foresta e a queste giornate intere a piantare alberi e riempie formulari, riscopre la madre e se stessa in questo luogo di incredibile libertà dove si cucina, lavora e passa il tempo assieme, dove ci si prende cura l’una dell’altra, si fanno feste, addirittura si legge grazie a una sorta di bunker adibito a biblioteca segreta, perché come in ogni distopia i libri sono stati vietati tanti anni prima.
Oltre la distopia
Le riforestatrici è certamente un romanzo di formazione, di coming of age nel bosco, e una storia di ribellione e fuga, con misteri e pezzi del puzzle da risolvere e completare. Ma è soprattutto una riflessione, una proposta di attraversamento della nostra zona di transizione.
Ci siamo costruiti negli scorsi decenni un immaginario collettivo fatto di crolli e controlli della fertilità, di governi che amministrano riproduzione e affetti, di mondi artificiali e sterili senza più vegetazione. Vengono in mente subito Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood e la recente serie televisiva di Bruce Miller, ma potremmo tornare indietro fino a 1984 di Orwell, uscito nel 1949, o al Mondo nuovo di Aldous Huxley del 1932. In confronto, la Città di Sainte-Foy è, tutto sommato, una blanda distopia. Non ci serve più esagerare, non è più il tempo dell’apocalittico Children of Men del film di Alfonso Cuaròn, tratto dal romanzo di P.D. James. Proprio perché la crisi climatica è presente e reale, proprio perché l’avvento di intelligenze artificiali e androidi hanno ben poco a che fare col futuro e ci riguardano direttamente, c’è bisogno di più concretezza anche nell’immaginare futuri.
Lo ha capito perfettamente Ian McEwan, che nel suo grande romanzo climatico del 2026, Quello che possiamo sapere, ha immaginato un mondo che certamente ha cambiato perimetri e forme, ma che non è un incubo, è piuttosto una realtà diversa, a suo modo possibile. La Città di Sainte-Foy resta una distopia, ma all’acqua di rose, un po’ più concreta, un po’ più vicina. Anche la vita delle riforestatrici ha meno di McEwan e più della fantascienza utopica di Ursula Le Guin, una versione più piacevole e meno austera del pianeta Anarres de I reietti dell’altro pianeta.
Un muro da abbattere
Del resto l’autrice, Gabrielle Filteau-Chiba, vive in una capanna di legno in mezzo alla foresta, sulle rive del fiume Saint Laurent, e forse la sua vita non è poi così profondamente dissimile da quella della protagonista Sandrine e delle altre riforestatrici.
Oggi diverse città del mondo, anche grazie all’allarme lanciato dalla crisi climatica, stanno abbattendo il muro novecentesco fra asfalto e natura. Nelle metropoli si parla di depavimentazione urbana per lasciare alla vegetazione e far respirare il suolo, di corridoi verdi per combattere il caldo e proteggere la biodiversità, si impara a non tagliare l’erba e si trasformano i tetti in orti. La realtà è che ci stiamo (anche se lentamente) allontanando da quella distinzione manichea fra città e campagna che sembra suggerire il romanzo. E per fortuna.
Ma le storie non vanno prese alla lettera.
Mentre fuori imperversa questa crisi in forma di guerre, inflazione, disuguaglianze crescenti, crisi climatica, genocidi ed ecocidi, immergersi in un romanzo può essere un modo per riflettere su quali parole, futuri e idee vorremmo tenere (o inventare), quali invece lasciare indietro (o schivare). Magari ci stiamo lasciando alle spalle le città solo d’asfalto, ma restano e anzi crescono i muri, la mania della sicurezza, la violenza del potere.
Il mondo delle riforestatrici è una possibilità: non un futuro possibile, ma un’attitudine possibile. È la scelta, appunto, di un ruolo, di un genere, di un modo di stare insieme, di un modo di prendersi cura delle persone, del pianeta, di sé. È una postura ecologista e femminista perché fondata sul noi più che sull’io, sul fare spazio anziché sul proteggersi dietro ai muri, sul nutrire anziché sull’estrarre ed esaurire. È una visione del mondo, un modo di fare e dunque di essere, che in questo solco di crisi e transizione c’è spazio per scegliere.
Le riforestatrici (Iperborea 2026) è un romanzo di Gabrielle Filteau-Chiba
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