Quello che si dice delle famiglie – che «le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici lo sono ognuna a suo modo» – vale anche per le civiltà.

Nei punti più bassi della Storia, quando il mondo si trasforma in una terra desolata e invivibile, il genio di ogni popolo scopre in sé sorgenti creative di cui prima ignorava l’esistenza. L’immaginazione spesso risponde al trauma di una catastrofe slanciandosi verso una nuova comprensione del senso della vita e del mistero della realtà.

Ai mesopotamici, lo shock della scoperta della mortalità aveva rivelato una nuova prospettiva sull’esistenza, incentrata sulla disillusione. Al contrario, gli egizi emersero dal crollo del Primo periodo intermedio con una visione di speranza, incentrata sulla figura di Osiride.

Spaccata dall’ascia della catastrofe, l’immaginazione mediterranea si divise in due rami: la prospettiva della speranza e quella della disperazione. Nel corso dei millenni, da questi due ceppi germoglieranno tradizioni differenti, ognuna con le proprie idee e il proprio stile di vita.

Nella prospettiva della speranza, l’influenza delle forze sovrumane e il flagello delle sofferenze terrene potevano essere superati e una gioia duratura poteva essere raggiunta – se non in questa vita, almeno nella prossima. Dèi e uomini, accomunati dal desiderio di liberazione, condividevano la stessa lotta contro il crudele determinismo del coas. La libertà, non il destino, era la vera legge dell’universo – ma, come maat, poteva essere preservata solo attraverso uno sforzo costante.

Secoli dopo, da questo ramo dell’immaginazione sarebbero germogliati alcuni dei principî centrali del cristianesimo mediterraneo, con la sua enfasi sulla libertà umana, sulla grazia divina e sulla redenzione universale. Anche la fiducia degli egizi nella magia sarebbe stata ripresa dai cristiani del Mediterraneo, attraverso rituali come l’eucaristia e la confessione, capaci di trasformare il destino di una persona e di influenzare l’ordine stesso dell’universo.

Attraverso le loro azioni, gli uomini potevano trascendere la loro condizione e fondersi con la natura divina, raggiungendo la theosis (divinizzazione).

Un orizzonte molto diverso si apriva invece nella prospettiva della disillusione mesopotamica.

Ordine e necessità

Secondo questa visione, il cosmo era governato da un ordine eterno, le cui leggi universali non erano suscettibili di modifiche. Nessun rituale, preghiera o magia avrebbe mai consentito agli esseri umani di trascendere la loro condizione.

Da qui nasceva l’importanza, per i mesopotamici, di sviluppare una scienza astrologica capace di leggere in anticipo ciò che era già scritto sulla «Tavola del Destino». La conoscenza dell’inevitabile, più che la ricerca della libertà, era la forma piú alta di saggezza.

Anche per i greci l’ordine del cosmo era retto da una forza cieca e inflessibile: Ananke, la Necessità, vera protagonista di tutto il dramma universale. Come scrisse Simone Weil:

Il vero eroe, il vero soggetto, il centro dell’Iliade è la forza… L’anima umana vi appare continuamente modificata dai suoi rapporti con la forza, trascinata, accecata dalla forza di cui crede di disporre, piegata sotto la costrizione della forza che subisce. […] La Forza è ciò che fa di chiunque le è sottomesso una cosa.

Neanche gli dèi potevano sottrarsi al volere di Ananke. Cosí, nell’Iliade, quando Zeus si rende conto che suo figlio Sarpedonte è destinato a morire per mano dell’eroe greco Patroclo, si scopre impotente nel salvarlo. Può solo lamentarsi del verdetto del destino – il destino del figlio, cosí come il proprio: «Ohimè che il mio Sarpedonte, il più caro fra gli uomini, è fato che muoia»…

E gocce sanguigne sopra la terra versò [Zeus, padre degli uomini e degli dèi] onorando suo figlio, che Patroclo gli doveva uccidere in Troia.

Per quanto cupa, la prospettiva della disperazione sapeva rispondere alle avversità della vita con qualcosa di persino più efficace del senso vertiginoso della libertà.

Accettando il proprio destino tragico, l’individuo ampliava la comprensione del proprio posto nel cosmo, trincerandosi in una posizione di dignitosa nobiltà che lo rendeva immune dalle offese del tempo e della Storia.

Questo atteggiamento nei confronti del destino costituiva l’essenza stessa della nobiltà e della virtù: era arete: una medicina esistenziale contro la disperazione e, al contempo, la misura della perfezione morale di ciascun individuo. Il raggiungimento interiore dell’arete armonizzava le azioni degli uomini con il ritmo segreto dell’universo, permeandole di un’aura di bellezza. La musicalità dei versi di Omero, la perfezione della statuaria greca e la precisione dei canali mesopotamici non erano dunque semplici prove di ingegno tecnico.

Scavandosi la tana all’interno delle proprie creazioni artificiali, come personaggi dentro una storia, gli esseri umani potevano affermare la propria nobiltà al di sopra e contro la spinta generale del cosmo verso la degradazione e l’annientamento.

L’armonia ritmica del verso era in grado di redimere le distruzioni narrate nei poemi epici greci, così come la perfezione dei calcoli matematici poteva redimere il destino ineluttabile predetto dall’astrologia mesopotamica. Senza promesse di salvezza futura, la bellezza nata dalla disperazione offriva una forma di redenzione tragica ed eroica, disillusa ed estatica.

Là dove la storia si limita a mostrare bastioni e frontiere, la poesia scopre, al di là dei conflitti, la misteriosa predestinazione che rende degni l’uno dell’altro gli avversari chiamati a un duello inesorabile. Omero non chiede riparazione se non alla poesia, la quale strappa alla bellezza riconquistata il segreto della giustizia negato alla storia. Essa sola restituisce al mondo ottenebrato la fierezza oltraggiata dalla superbia dei vincitori, il silenzio dei vinti. Che altri se la prendano con Zeus, e si stupiscano che acconsenta a «mettere sullo stesso piano buoni e cattivi». […] Omero non si stupisce né si indigna, e non spera in alcuna risposta. Dove sono i buoni nell’Iliade? Dove sono i cattivi? Non ci sono che uomini in pena – guerrieri in lotta che trionfano o soccombono.

Come magia

Nella prospettiva della disperazione, l’arte prendeva il posto della magia.

Seppure né l’anima né la carne potessero sfuggire alla macina del tempo, un’esistenza mortale poteva comunque sopravvivere nelle immagini e nelle storie che ne preservavano la memoria. La loro bellezza non raffigurava l’aspetto esteriore di una persona, ma l’arete con cui aveva accettato le umiliazioni inflitte dal destino. Sottomettendosi a forze cosmiche che superavano la sua volontà, un individuo poteva trascendere la propria condizione tragica ed elevarsi oltre la miseria del mondo, verso un piano solitamente riservato agli dèi.

La credenza in un legame tra divinità e perfezione artistica rimase un tratto distintivo dell’immaginazione mediterranea ben oltre l’epoca dei greci omerici. Agli inizi del Medioevo, quando i popoli arabi iniziarono a raccogliersi attorno al messaggio del profeta Maometto, la nuova religione della «sottomissione» a Dio (islam, da aslama, «sottomettersi») riconobbe nella bellezza letteraria del Corano una prova della sua origine divina. Fu Dio stesso, nella sura Al-Baqara (La Vacca), a sfidare gli increduli a imitare lo stile della sua rivelazione:

E se avete dei dubbi su quanto abbiamo rivelato al Nostro servo, portate una sura simile come queste e chiamate i vostri testimoni all’infuori di Dio, se siete sinceri.

Forza senza pari

In effetti, la bellezza dell’artificio, sia umano sia divino, è una forza senza pari. Si libra sopra le oscure acque del destino senza cercare un punto d’approdo, levigando la superficie dell’abisso con il tocco delle sue ali. Ogni trasfigurazione artistica di una vita mortale smorza le onde e le rende più limpide. Nulla cambia nel cosmo, nessun evento viene evitato o realizzato – eppure, a ogni passaggio, qualcosa sfugge alla stretta mortale delle acque.

Un’ombra sottile, il riflesso di una luce, l’essenza più eterea di ciò che costituisce una vita risplende per un istante sulla superficie del destino e proietta la propria forma verso un invisibile altrove. Dall’oscurità della condizione umana, l’arte della disperazione genera la superficie splendente di uno specchio. Su questo specchio, le fiamme delle nostre vite mortali proiettano i bagliori che le rendono immortali.

Coloro che avevano sognato che la forza, grazie al progresso, appartenesse ormai al passato hanno visto in questo poema un documento; coloro che, oggi come un tempo, sanno discernere la forza al centro di ogni vicenda umana vi trovano il più bello, il piú puro degli specchi.

L’orizzonte esistenziale inaugurato dai mesopotamici rimase in auge per un lungo periodo. Dopo i greci, fu adottato anche dai romani, la cui fede in un destino inflessibile diede origine a una complessa e diffusa scienza della divinazione. Nessun console o generale, e nemmeno una persona comune, avrebbe osato agire contro i segni del fato. L’interesse per l’astrologia rimase vivo per tutto il Medioevo e il Rinascimento, quando divenne una delle principali tendenze delle classi colte. Ancora oggi, echi dell’era della disperazione risuonano nelle tragedie che continuano a essere rappresentate all’interno della bellezza matematica dei teatri antichi.

Per un periodo altrettanto lungo, fu la prospettiva della speranza e della libertà a prendere il sopravvento. Dopo aver fermentato per secoli in Egitto e nelle regioni circostanti, con l’ascesa del cristianesimo esplose nel Levante e in Europa. Presso la Chiesa cristiana, la convinzione nella libertà umana, unita alla speranza della salvezza dopo la morte, divenne un dogma di fede. Il suo rifiuto da parte dei riformatori protestanti del XVI secolo, in favore dell’idea della predestinazione, giocò un ruolo cruciale nel separare il nuovo cristianesimo dell’Europa settentrionale dalla più antica Chiesa mediterranea.

La prospettiva della speranza offriva un arsenale di soluzioni esistenziali tanto a chi subiva la povertà e l’oppressione, quanto a chi cercava di trovare un senso che redimesse la propria mortalità. I canali ufficiali della Chiesa mettevano l’accento sulla beatitudine postuma che attendeva i giusti, indipendentemente dalle sofferenze patite in vita. La mortalità non era da intendere come una maledizione, dicevano, ma come una condizione di passaggio verso la vera vita eterna. Non era dunque necessario rispondere alle ingiustizie di questo mondo attraverso trasformazioni sociali radicali, poiché tutto si sarebbe risolto altrove, in un’altra dimensione.

Ma il messaggio della speranza risuonava anche, con toni alquanto diversi, nei sermoni dei predicatori eretici e nei comizi degli agitatori rivoluzionari, che incitavano gli oppressi alla ribellione contro l’ingiustizia.

Poiché la speranza indicava una possibilità reale e il destino degli uomini non era già scritto, sostenevano questi, non vi era alcun motivo per attendere l’aldilà per iniziare a realizzare un paradiso terrestre. Ciò che Adamo ed Eva avevano perso con il peccato originale, gli esseri umani potevano ricostruirlo con le proprie mani, qui e ora. L’utopia, la terra che esisteva in «nessun luogo», era una possibilità eterna che attendeva solo uno sforzo concreto per potersi trasformare in realtà.

Doppia lezione

Allo stesso modo in cui la disperazione forniva una consapevolezza dolceamara della mortalità, così il messaggio della speranza offriva dunque una doppia lezione di acquiescenza e di ribellione. Era compito di ogni individuo scegliere quale atteggiamento adottare come propria guida esistenziale.

Ma, soprattutto, ogni individuo poteva decidere fino a che punto condividere la visione del cosmo che la propria società considerava «reale». Non tutti gli abitanti dell’Antica Grecia o della Mesopotamia adottavano una prospettiva disperata sulla vita, o credevano in un destino immutabile. Molti di loro coltivavano in segreto una speranza di salvezza universale e non rinunciavano a lottare per un mondo più giusto. Avevano l’ardire di uscire dal cosmo dei loro contemporanei e connazionali per avventurarsi in un’altra realtà, costruita su ipotesi metafisiche diverse.

Allo stesso modo, nelle epoche e nei luoghi dominati dal messaggio della speranza, molti credevano nell’antica idea della vita come un lampo di luce nell’abisso, destinata a spegnersi nel nulla e governata da un destino inflessibile. Ancora oggi, un radicato fatalismo pervade la musica popolare e la poesia di terre «cristiane» come la Sicilia e la Spagna. Ancor più in America Latina – dove il cattolicesimo mediterraneo conobbe una seconda fioritura – la prospettiva della disperazione resta un elemento significativo dell’immaginario sociale contemporaneo.

Sia in nome della speranza e della libertà, sia in nome della disperazione e del fatalismo, questa separazione tra le credenze individuali e la visione cosmologica della società di cui si fa parte rappresenta una potente risposta alle catastrofi della Storia. Mantenere un proprio mondo, separato da quello egemonico all’epoca in cui capita di nascere, è un atto di immaginazione paragonabile alla creazione di un nuovo sistema cosmologico.

Anche i primi cantori di miti risposero a un ambiente ostile e all’assurdità della propria condizione mortale, utilizzando la forza creatrice dell’immaginazione per dare forma a un cosmo nuovo e dotato di senso, in cui fosse possibile vivere. Anche loro sfuggirono al caos che li circondava, reinventando dalle fondamenta la possibilità stessa di avere un mondo.

Questa creatività cosmogonica costituisce uno dei fili conduttori nella lunga storia dell’immaginazione mediterranea. Ogni volta che gli eventi della vita o della Storia rendevano il loro mondo invivibile, i popoli del Mediterraneo sapevano attingere dagli strati più profondi della loro immaginazione le risorse necessarie per proiettare attorno a sé un mondo nuovo, in cui un’esistenza dignitosa fosse ancora possibile.[…]

da Altrimondi. Lezioni dal passato per sopravvivere alla storia, Einaudi Maverick, 2026


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