La produzione editoriale è aumentato del +1,8 per cento nel 2025, eppure le vendite sono calate del 3 per cento. Aumentano anche i festival letterari e le presentazioni ma diminuiscono i lettori. Ecco, quindi, una lista di cinque libri da leggere usciti nell’ultimo anno per aprire un varco tra i rovi tortuosi dei volumi pubblicati, per scoprire della buona letteratura capace di sorprenderci con un giro di parole, una fotografia nostalgica o un sorriso lieve
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani, sullo sfogliatore online e in edicola
Inutile negarlo: siamo sommersi dai libri. Persino chi scrive inizia a chiedersi se abbia senso pubblicare in un momento come questo, dove la vita dei libri è sempre più breve e sempre più accidentale.
Certo, ci sono i premi letterari e le recensioni dei giornali, qualche ospitata in tv e un passaggio in radio, ma niente sembra salvare dall’indifferenza generale. A dicembre mi sono trovata a una cena con un grande scrittore, molto noto in Italia, che si è stufato e non vuole più scrivere. Io ho provato a indagarne le ragioni, e lui mi ha risposto con un laconico “Non mi va più”.
Ma a me è sembrato che dietro alle sue parole si nascondesse la fatica di chi scrive da tempo e non riconosce più lo spazio editoriale che lo circonda. Lo scorso anno, come ogni anno, ho letto alcuni libri che mi hanno conquistata ma che non ho visto circolare più di tanto nelle librerie o sui giornali. A volte non è colpa di nessuno e a volte è colpa di tutti, tutti noi che partecipiamo a un sistema ormai arrugginito e bulimico.
Il 2025 è stato un anno di libri, come ogni anno, sono stati pubblicati circa 70.409 nuovi titoli (+1,8 per cento rispetto al 2024), ma anche un anno di festival letterari, circa 250 in tutto il Paese, un anno di migliaia di presentazioni in librerie, mentre le testate giornalistiche sono state prese d’assalto e lo spazio per la promozione si è ridotto sempre di più, e così il tasso delle vendite, che sono scese ancora del 3 per cento.
Tutti dati poco confortanti. Che fare per cambiare la rotta? Non è facile capirlo, da anni si tenta di uscire da questa impasse. La mia è una piccola lista di libri usciti nel 2025 che ho apprezzato e che spero vengano letti in questo 2026, nasce dall’idea che, aprendo un varco tra i rovi tortuosi dei volumi pubblicati, sia ancora possibile trovare della buona letteratura capace di sorprenderci con un giro di parole, una fotografia nostalgica o un sorriso lieve.
Milone
Rossella Milone è una scrittrice a tutto tondo ma che è diventata nota per la sua capacità narrativa sulla forma breve, ad esempio in Il silenzio del lottatore (Minimum Fax, 2015). A dieci anni da quest’ultimo, Milone torna con una raccolta di racconti che si comporta però come un romanzo, Il primo desiderio, Neri Pozza.
La struttura si potrebbe definire infatti una costellazione: ogni racconto può essere letto in autonomia, tutti i racconti insieme compongono una figura. La figura è quella di una bambina, poi adolescente, poi donna. Il suo nome è Isabel, e, a guardarla da fuori, con gli occhi di chi le vuole bene, di chi non la sopporta, di chi vorrebbe essere amato da lei, appare prismatica e mutaforme.
A volte Isabel è una bambina capricciosa, altre una donna gentile, altre ancora un’amica menefreghista. Si può davvero infatti conoscere qualcuno o siamo costretti a vedere sempre e solo uno spicchio di chi fa parte delle nostre vite? Ogni racconto è una porta su una storia e uno sguardo su Isabel per ricostruire stralci ed episodi di una lunga esistenza.
Nella scrittura Milone rimane asciutta, garbata, e decisa, non ci sono esagerazioni o immagini retoriche, la sua lingua ricorda lo stile anglosassone che tanto era caro anche a un’altra autrice: Natalia Ginzburg. Un libro adatto a chi ama una narrativa che ha la sua forza nel dettaglio, nella struttura, e nella capacità di affrontare anche le scene più crude con il pudore che si deve al dolore degli altri.
Campo
In Libere e un po’ bastarde (Bompiani) Rossana Campo ci trascina nel vortice di un gruppo di amiche un po’ attempate ma molto vispe, capitanate dalla Betti, una sceneggiatrice amante del cinema e del buon vino rosso. Campo ha fatto sua ancora una volta una narrativa vivace, che scorre leggera, ma che, tra riferimenti colti, scenari urbani soffusi e nessuno stereotipo, si conquista anche un pubblico più ricercato. La sua è una ironia senza furbizia e senza costruzione, è libera, effervescente e sa far sorridere di cuore.
In questo romanzo breve Campo riesce a parlare di femminismo e libertà sessuale a tutte le età senza risultare retorica o forzata. Ma anche evitando l’effetto “terza età” e pietismo che rimane a volte stucchevole alla lettura. C’è in lei un piglio veloce, e il libro si fa leggere con simpatia. «Cosa succederà quando saremo tristi, Betti?», chiede Leila, e Betti risponde: «Quando il futuro ci spaventerà pensare alle altre donne che hanno fatto come noi, prima di noi».
Fofi
È scomparso nel 2025 un grande intellettuale, un maestro irriverente, un viaggiatore infaticabile e un curioso tra i più curiosi: Goffredo Fofi. Il suo lascito è enorme, pedagogico, letterario, cinematografico, non solo per quello che ha fatto, ma per i molti che ha ispirato a fare. Prima di andarsene stava finendo di lavorare a un libro Arcipelago sud (Feltrinelli), che nonostante sia incompleto conta ben 350 pagine e l’aspetto di una vera enciclopedia.
Al suo interno Fofi ha inserito i nomi e ritratti di numerosi personaggi, da lui conosciuti, che hanno fatto del bene al Sud, quel sud d’Italia, soprattutto, a cui anche lui era così legato. Si affacciano così (tra gli altri) Raffaele La Capria («lo chiamavano e si faceva chiamare Dudù»), Anna Maria Ortese («le portavo mozzarella o pastiera e frutta o dolci di stagione»), Danilo Dolci («individuò come perno delle lotte da fare quella per la costruzione di una diga») e persino di Pulcinella.
Questo è un libro di brevi saggi che aiuta a scoprire l’universo fofiano, ma soprattutto mette insieme tanti uomini e donne, noti e sconosciuti, che hanno saputo amare il Sud, come luogo e come scelta di vita e di lotta.
Cecchi Pieraccini
Leonetta Cecchi Pieraccini era una pittrice, moglie del famoso critico letterario Emilio Cecchi (di cui ricordo la raccolta Pesci rossi, Elliot) e madre della sceneggiatrice Suso Cecchi d’Amico (da leggere La fortuna di essere donna a cura di Caterina d’Amico e Francesco Piccolo, Einaudi).
In una raccolta dal titolo Corso d’Italia 11 (Sellerio), grazie al lavoro della nipote Isabella D’amico oggi sono raccolti i suoi scritti diaristici dal 1930 al 1945. Pieraccini fu amica di molti intellettuali dell’epoca in cui visse, e con loro trascorse il tempo semplice di chiacchierate e cene, e quello riflessivo della pittura, della poesia e del teatro. Non c’è da farsi spaventare dalla mole del volume, che consta più di cinquecento pagine, questo perché non è uno di quei libri che necessitano di essere letti tutti di seguito e con l’ordine dettato da un indice.
Basta aprirlo e sfogliarlo per ritrovarsi davanti a Margherita Sarfatti mentre grida «l’artista deve essere un eroe», vedere arrivare in spiaggia Ungaretti imbronciato e nervoso, con sulla testa un cappello di feltro, entrare al Quirinale con Maria Bellonci, sentire Trilussa articolare le frasi con «uno strano mugolio», scoprire della gelosia di Enrico Falqui per la moglie Gianna Manzini. È un libro per nostalgici, certo, ma a volte un po’ di nostalgia risveglia la voglia di fare, di scrivere, di leggere.
Matteucci
Cartagloria (Adelphi) di Rosa Matteucci è un libro a tratti visionario, spesso comico, a volte sfuggente, altre tutto tornito e ben acconciato. Un romanzo autobiografico, che, come i precedenti lavori di Matteucci, risplende per la sua lingua, modellata dallo spirito umoristico dell’autrice.
Questa volta Matteucci ci porta a conoscere le sue peripezie, infantili e no, per riuscire a farsi accettare come credente prima dalla religione cattolica e poi da tutte le altre. Tra rocamboleschi viaggi e assurde circostanze, infatti, la protagonista non riesce mai a sentirsi una vera credente, una fervida conoscitrice dei segreti della religione che pare respingerla a ogni tentativo.
Dalla comunione negata, alla morte scampata per miracolo in India, finendo alle messe in latino di cui all’inizio non capisce nulla. La narrativa di Matteucci è l’unica che mi ricorda una scrittrice che io amo molto, Flannery O’ Connor, e la sua capacità di parlare di religione come se fosse una città tra le fiamme.
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