Il libro di Fusco racconta con una scrittura «a cavallo tra la satira e l’osservazione stupita» il ventennio nero mussoliniano e i costumi del littorio. Qui un estratto del libro edito da Sellerio e ripubblicato quest’anno
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Gian Carlo Fusco, scrittore di culto, giornalista di memorabili cronache, è stato un personaggio dalla vita avventurosa e favolosa, al limite tra il vero e il presunto. Pugile, ballerino di boogie-woogie, ha attraversato guerra, deportazione, prigionia. Vicino al Pci, ma cacciato dal partito, ha condotto una vita bohémienne tra miseria e anticonformismo, incarnando modelli esistenziali alla Gabin, alla Genet, alla Prévert ma nella Roma intellettuale e mondana degli anni del dopoguerra e della dolce vita. Fu Manlio Cancogni a scoprire le sue doti da affabulatore e cronista e a metterlo in contatto con «Il Mondo» di Mario Pannunzio, dove questi racconti apparvero per la prima volta a puntate segnando l’inizio di una carriera giornalistica e letteraria di grande successo. Spregiudicata satira dei costumi, raccolti in volume, i racconti svelano quanto di comico vi era nell’Italietta degli anni del fascismo.
«Fusco è un prosatore perfetto», scrive Alessandro Robecchi nella Nota appositamente scritta per questa edizione, ha «un misuratissimo distacco ironico nella scrittura» e questo gli permette di «sollevare quel velo di grottesco, a volte impalpabile e a volte esplicito e clamoroso, che avvolge il regime. A cavallo tra la satira e l’osservazione stupita, con il piccolo ghigno trattenuto che ci viene quando vediamo il paradosso in azione. Fusco ci fa ridere, e poi ci dice che non c’è niente da ridere. Anche per questo Le rose del ventennio è un libro prezioso».
In occasione del 28 ottobre, Mussolini decise di ricevere a Palazzo Venezia tutte le delegate provinciali. Era la prima volta che il duce si avvicinava alle organizzazioni femminili come a una forza a sé stante.
Il giorno 26, le rappresentanti dei fasci erano riunite davanti alla signorina Moretti, la quale doveva impartire qualche disposizione generale, prima che Turati venisse a intrattenere le gerarche personalmente. Sedute al centro dell’assemblea c’erano le delegate di Milano, Napoli e Palermo, le quali erano forse le tre maggiori conquiste della politica turatiana. Si trattava, infatti, di tre principesse: la Trivulzio, la Linguaglossa, figlia di Crispi e la Tasca di Cutò. Quest’ultima, ch’era la più vecchia delle convenute, essendo afflitta da totale sordità, si era portata una giovane segretaria che prendeva continuamente appunti.
Attorno alle tre gentildonne, stavano la professoressa Casagrande di Padova, primaria chirurga d’ospedale, disinvolta e ossigenata; Wanda Gorjoux, di Bari, moglie del direttore responsabile del «Giornale delle Puglie»; Maria Pezzé-Pascolato, scrittrice per la gioventù, delegata di Venezia; la moglie dell’ammiraglio De Riseis, genovese; la rappresentante di Bologna, signorina Bartolini, fuoricorso di medicina, graziosa e un po’ scettica. Le delegate sarde erano le meno eleganti e le più impacciate.
Quella di Teramo, ch’era la più giovane del gruppo, indossava un piccolo abito a giacca color blu, arrossiva spesso e se ne stava timidamente in un angolo. La signorina Moretti fu gentile con tutte, e in modo particolare con le principesse. Nonostante il tono cameratesco dell’assemblea, la principessa Linguaglossa conservava il suo profilo tagliente e il suo distaccato accento meridionale. La segretaria di Turati non sapeva sottrarsi completamente a quella suggestione aristocratica. Turati, che arrivò mezz’ora dopo, entrando a passo lesto da una porta laterale, ebbe grande successo. Parlò stando appoggiato con le reni allo scrittoio stile Rinascimento. Aveva la giacca scura e i pantaloni a rigolini. I suoi occhi si fissavano penetranti sulle delegate. Quando voltava la testa, già quasi calva, il suo grosso naso appariva controluce, imponente.
Egli parlò con voce rapida e incisiva, marcando le esse e senza eccessiva raffinatezza. L’uditorio sembrava ipnotizzato. Perfino la principessa di Cutò, che non sentiva una sillaba, n’era incantata. Turati raccomandò la disciplina, le opere di assistenza, l’istituzione dei corsi per assistenti sanitarie, la parsimonia e, alla fine, diede istruzioni per la visita del giorno dopo a Palazzo Venezia.
Quando ebbe parlato, non si fermò neppure un minuto a far cerimonie. Salutò romanamente e uscì, accompagnato fino alla porta dalla signorina Moretti, visibilmente emozionata.
Le delegate, dalle più illustri alle più oscure, erano ormai conquistate. Si confidavano le loro impressioni con entusiasmo di giovinette, mentre la signorina Moretti le ascoltava con una espressione fatta di orgoglio e d’indulgenza.
La visita
Il giorno dopo, le delegate, accompagnate dalla signorina Moretti, andarono a Palazzo Venezia. Quelle di alto lignaggio e di maggior possibilità si erano messe vestiti adatti a una cerimonia solenne. Le principesse erano abbigliate come per un ricevimento a corte; la Gorjoux aveva una giacca di pelliccia di gran prezzo e un mazzo di violette sul petto; Maria Pezzé-Pascolato, pur conservando l’abito nero, piuttosto modesto, del giorno avanti, s’era messa un altro cappello, guarnito di perline luccicanti. La giovane delegata di Teramo aveva il medesimo abituccio a giacca ed era più confusa del solito. Le sarde, che chiudevano il gruppo, apparivano irrigidite dall’emozione.
Prima di essere ammesse alla presenza di Mussolini, la signorina Moretti, insieme a due funzionari napoletani, controllò, carte alla mano, che tutte le presenti fossero effettivamente quelle che dovevano essere. Passarono una decina di minuti, poi le signore furono messe in fila indiana e introdotte al cospetto del duce.
Costui stava lontano, dietro la sua scrivania d’angolo, con le braccia incrociate e la bocca dura. Quando le delegate furono entrate per circa una metà, si alzò, fece un leggero sorriso e avanzò verso il centro della sala.
Indossava un composé diplomatico, grigionero. Senza una parola (Turati aveva raccomandato il silenzio), le delegate si disposero a semicerchio. Le più giovani, quella di Teramo, le sarde, le meno importanti stavano dalle parti; le tre principesse nel mezzo, avendo ai fianchi le altre. La signorina Moretti aspettò qualche momento, poi si fece avanti reggendo sulle braccia un gran mazzo di rose scarlatte; quelle che Mussolini preferiva. «Duce», disse la signorina, con voce un po’ soffocata, «vi presento le delegate provinciali dei fasci, venute da tutta Italia per rendervi omaggio. A nome di tutte, vi offro queste rose».
Il mazzo di rose
Mussolini accolse il mazzo con mollezza di gesti, lo sollevò diritto fra le mani e vi tuffò dentro la faccia, aspirando. Poi gli occhi, spalancati e aggressivi, riaffiorarono da tutto quel rosso e si puntarono sulle fasciste. Passarono dalla Linguaglossa alla Trivulzio, dalla Casagrande alla Bartolini, dalla Pezzé-Pascolato al gruppetto scuro ed immobile delle sarde, da quella di Teramo alla Tasca di Cutò, la quale non sentiva una parola, ma sorrideva benignamente.
«Vi ringrazio» disse alla fine Mussolini, reprimendo con le labbra una certa commozione. «Queste rose hanno per me un significato speciale, perché io considero le donne come il fiore della vita». Fece una pausa. «Sono lieto di conoscervi di persona. Voglio ringraziarvi a nome del fascismo per l’opera che giornalmente svolgete. Opera di carità e di pace». Andò alla scrivania, levò alcuni fiori, già un po’ scoloriti, da un vaso di cristallo e vi mise le rose. Poi tornò fra le delegate, tenendo in mano una rosa che aveva sfilata dal mazzo. Restò qualche momento silenzioso, odorandola a tratti, intensamente. Se la passò anche sulla bocca, con leggerezza. La premette con forza sulle labbra. Tornò ad annusarla, imprimendole un movimento rotatorio. Gli occhi, nei quali la pupilla lampeggiava al centro della cornea, erano posati, con intensità distratta, sulla magnifica spilla di brillanti che la principessa di Cutò portava al centro di una stola di pelliccia. La signora palermitana sorrideva senza imbarazzo. Teneva congiunte sul grembo le mani guantate di bianco, con tre righe nere ciascuna.
«Quando tornerete alle vostre città», disse improvvisamente il duce, «dite alle donne che quella che soprattutto mi sta a cuore è la pace. Non farò mai la guerra. L’unica arma della quale mi voglio servire è l’aratro. Voi, donne fasciste, mi aiuterete a mantenere la pace e a farla amare dal popolo italiano». Fece ancora una pausa, riodorando la rosa che aveva perso qualche petalo. «Un altro problema importante è la demografia. Ho bisogno di nascite, molte nascite. Desidero che ogni anno il paese si arricchisca di vite nuove e sane». Voltò lo sguardo dalla parte della giovane di Teramo, che diventò rossa, mentre la bolognese Bartolini abbozzava un sorriso. «Sappiate che se un giorno capitasse in Italia quello che adesso succede in Francia, vale a dire che il numero delle bare supera quello delle culle, ebbene, prenderei misure definitive. Draconiane». Le labbra di Mussolini si arricciarono con un’aria di spasso rattenuto. Dopo aver saettato attorno un’occhiata terribile, il duce soggiunse: «Ho detto draconiane».
Le delegate provavano un senso di timore e di abbandono. La principessa Linguaglossa, che aveva nelle vene il sangue di Crispi, era la meno scossa di tutte. Poi Mussolini parlò senza interruzione, con la rosa pendoloni lungo la gamba, dell’opportunità di vegliare sulle fasciste iscritte all’Azione Cattolica, affinché questo secondo carattere non finisse col sommergere il primo.
«Capisco le credenti», disse, «ma diffido delle bigotte. Bisogna tener d’occhio la sacrestia». Si trattava di una dichiarazione piuttosto delicata, ma per fortuna la più religiosa delle delegate, la principessa di Cutò, non sentiva una parola e continuava a sorridere. Il duce disse ancora qualche cosa, diede un’ultima fiutata alla rosa, poi, di scatto, come un gladiatore, salutò romanamente. Prese alla sprovvista, le fasciste risposero al saluto con un certo disordine. Le tre principesse sollevarono il braccio ad altezze diverse, ma tutte a mezz’aria, come se, in fondo, si aspettassero il baciamano. Mussolini era già lontano, in piedi, dietro la scrivania, che guardava un fascicolo aperto, con tre rughe fra gli occhi. Stringeva la rosa nel pugno e ne faceva cadere i petali, a uno a uno, distrattamente.
Le delegate, in fila indiana, lasciarono la sala del Mappamondo. La sera, all’Hotel Milano, finita la cena, esse si scambiavano le loro impressioni su Mussolini. «È un uomo irresistibile» disse la professoressa Casagrande. Tutte le diedero ragione.
Il 1928 fu l’anno del gran lavoro. C’erano in giro molti disoccupati, e il fascismo era costretto a fare leva sulla carità per rimediare alla propria insufficienza sociale. Le delegate, accarezzate nella vanità e nell’orgoglio, si fecero in quattro per organizzare le befane fasciste, l’assistenza invernale e le colonie estive.
Le più ricche ci rimettevano, talvolta, di tasca propria. Turati, con le sue maniere energiche, ma sempre un po’ galanti, riusciva a ottenere il massimo rendimento.
Nel ’30, quando il segretario del partito fu improvvisamente silurato, diverse delegate, che dopo l’incontro di Roma erano diventate sue fanatiche ammiratrici, andarono di loro iniziativa alla capitale, per sapere che cosa fosse successo con precisione. Certune erano perfino pronte a dimettersi in atto di protesta. Furono ricevute privatamente dalla signorina Moretti, anch’essa sul punto di andarsene, la quale, con gli occhi velati di tristezza, raccontò loro tutta la storia.
Il gesto del segretario
Una mattina Turati era andato a rapporto straordinario da Mussolini. «Duce» gli aveva detto. «Il popolo dà segni di stanchezza». Mussolini lo aveva fissato un momento, a labbra serrate. «Spiegatevi» aveva ingiunto alla fine. «La gente divide i vostri collaboratori in due categorie: i ladri e i fessi». «Questi sono pettegolezzi!» aveva strillato il duce. «Domattina voglio la nota dei fessi e quella dei ladri».
L’indomani Turati era tornato dal capo e gli aveva portato le due liste dattilografate. In testa a quella dei ladri aveva messo Costanzo Ciano, primo dei fessi se stesso. Gli urli di Mussolini s’erano sentiti lontano, insieme ai colpi sul tavolo. «Rassegnatemi le vostre dimissioni». Il racconto della signorina Moretti non fece che aumentare l’ammirazione delle delegate, le quali giudicarono romantico il gesto del gerarca bresciano.
Alcune altre furono liquidate qualche tempo dopo con vari pretesti. La professoressa Casagrande lasciò la carica in seguito a una grana amministrativa con Marinelli, che le delegate in genere non potevano soffrire e chiamavano Ciccio, perché somigliava notevolmente al famoso personaggio del «Corriere dei Piccoli».
Qualche mese dopo se ne andò anche la Pezzé-Pascolato, umiliata dal fatto che l’amministrazione delle sezioni femminili era stata passata alle federali. «Cossa i dirà i veneziani quando i vegnerà a saver che i gh’à tolto i bezzi alla povera Maria? I dirà che la Maria gh’à fatto la cresta sulla spesa! No, me rincresse, ma non posso restar!». Così singhiozzava la buona donna a Roma, davanti a un Marinelli seccato e refrattario. Poi, nonostante il Concordato, vennero le polemiche e gli urti coi gruppi cattolici.
Carlo Scorza, dirigente dei fasci giovanili, volle riesumare lo squadrismo. Qualche circolo bianco fu invaso. Il parroco di Valdottavo, in Lucchesia, fu pubblicamente preso a schiaffi. Le fasciste ch’erano anche iscritte all’Azione Cattolica cominciarono a protestare e a minacciare di andarsene, consigliate e incoraggiate dai parroci.
Arrivarono allora alle delegate delle circolari, a carattere «riservatissimo», nelle quali si diceva di stringere i freni e di mettere le iscritte davanti alla scelta fra fascio e sacrestia. Le parole dette da Mussolini nel ’27 tornavano di attualità. Ma c’erano i Patti lateranensi, e non era facile, alla periferia, prendere una posizione precisa.
Le delegate più animose e zelanti ci si provarono, ma quando il duce dopo la minacciosa enciclica papale fece marcia indietro, esse furono sacrificate senza misericordia sull’altare del Concordato. Le tre principesse, che avevano annusato il vento ancor prima di quei frangenti, se ne erano andate al momento giusto.
La Gorjoux, che ormai pilotava una bella macchina e si vestiva da grandi sarti, si era gettata completamente nel giornalismo. La giovane delegata di Teramo, la quale era apparsa di recente assai meno impacciata, stava per sposare un pezzo grosso.
Una decina se ne andarono perché non avevano fiducia in Giuriati, nuovo segretario del partito. «Che differenza con Turati» diceva la bolognese Bartolini, che non si era ancora laureata. «Questo è un tipo mollo. Sembra appena ripescato da un naufragio». Allorché fu nominato segretario Achille Starace, le delegate del ’27 erano ridotte ad appena cinque o sei. Cominciava, del resto, il terzo periodo dei fasci femminili.
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