Il 20 agosto del 1979 arrivavano a Venezia tre navi della marina con a bordo 902 profughi vietnamiti. Una scelta senza precedenti, fatta dal governo a guida Dc: una storia raccontata dai suoi protagonisti
È il 20 agosto 1979.
Dopo un viaggio di oltre 15.000 miglia marine, gli incrociatori Vittorio Veneto e Andrea Doria, e la nave di rifornimento Stromboli si fermano all’imboccatura del Canal Grande, tra San Marco, la Chiesa della Salute e l’Isola di San Giorgio.
La Riva degli Schiavoni, la piazzetta ducale e la Punta della Dogana sono occupate da una folla di persone arrivata da tutta Italia per applaudire i marinai ed accogliere i vietnamiti.
I profughi si accalcano alle murate delle navi.
I giornali non li definiscono felici o commossi: la parola più usata è «sbalorditi».
Un arrivo “impensabile”
Racconta Hien, uno di loro: «Le emozioni sono tante e poi vedere tutte queste gente con le bandierine è incredibile. Io sono sulla nave e guardando giù vedo San Marco. Tutta la gente sulla terraferma sventola le bandierine. È una festa, questa accoglienza. E queste sono cose che non dimentichi, guarda, è un’esperienza. Queste sono cose che ti tornano in mente tutti i santi giorni».
Mentre Anna dice: «Siamo arrivati alla terraferma che è poi Venezia, e incontravamo le isole, dove c’erano tutte le persone che ti aspettavano, c’era il saluto delle persone… Era l’accoglienza di Venezia, l’accoglienza di tutte le imbarcazioni che suonavano, che urlavano. La gente che ci faceva la festa, persino dalle gondole, tutte le imbarcazioni in quel momento ci accoglievano, la gente che ci salutava con affetto… io non ho mai visto una cosa del genere! Ero felice ricambiavo il saluto, cercavo di catturare con gli occhi il più possibile che c’è! Non so come esprimere l’entrata di queste navi a Venezia, è una cosa spettacolare. Ma allora io non so se è una festa, io penso di essere comunque in quel momento in una favola che non volevo capire, non capivo, tutta questa gente, questa bellezza, questa ricchezza, non ho mai visto, non si può spiegare».
Per i profughi, l’arrivo a Venezia è qualcosa di impensabile. Ma la storia delle migrazioni insegna che, quando l’emergenza ha un volto e un nome, le persone sono capaci di una generosità straordinaria.
Però, le sorprese non sono solo per i vietnamiti. Anche per il sottotenente di Vascello Sergio Laganà ce n’è una. «Le navi non erano vicine alla banchina, erano in mezzo al bacino attaccate a queste boe e qualcuno che era vicino a me sul ponte di volo mi fa: “Guarda che c’è qualcuno in banchina che ti sta salutando!”», racconta. «C’è un milione di persone e quello si era accorto che qualcuno non solo salutava ma salutava me! Erano mia madre, mia sorella e una mia zia col marito. Io ho mi sono sempre chiesto, ecco, lì, per quale motivo lui avesse capito che quelli salutavano me, ma comunque questo era: erano venuti a trovarmi, insomma».
I saluti
A questo punto, arriva il momento delle formalità.
L’equipaggio viene schierato a prora e l’Ammiraglio Giovanni Torrisi passa in rassegna tutti i marinai. Si complimenta con ognuno di loro, stringe le mani di tutti.
All’improvviso, tra le gambe degli uomini in fila, spunta un bambino con in testa un cappello bianco rimediato chissà dove. Torrisi si china e lo tratta come un militare.
C’è grande serenità, almeno fino a quando non arriva il turno del Dottor Francesco Serri, colui che è riuscito a far nascere un bambino in condizioni limite, anche se poi le cose sono andate in modo diverso da come chiunque avrebbe sperato.
Il punto è che, oltre al medico di bordo, è anche l’autore della Profughiede, l’opera goliardica che prendeva in giro i protagonisti dell’impresa e che non solo ha fatto il giro delle tre navi, ma sembrerebbe essere arrivata addirittura nelle stanze dei bottoni.
«Quando sono arrivato a Venezia», dice Serri, «il capo di Stato Maggiore, siccome sapeva che la profugheide l’avevo scritta io insieme a un altro ufficiale, mi ha dato una botta sulla panza, quando eravamo tutti schierati, perché sapeva che avevo fatto anche questa cosa a presa in giro, insomma».
A questo punto, a prendere la parola sono le istituzioni.
Il ministro della Difesa Attilio Ruffini, dopo un saluto agli equipaggi, elenca il bilancio della missione, in cui rientrano le miglia percorse, i km di mare esplorato e le imbarcazioni indagate.
Miglia, vite
Ma, tra tutti quei dati, c’è un numero che rende superflui gli altri: 902. Sono le vite strappate al mare.
«Non era scritto da nessuna parte che tre navi italiane, dopo mezzo secolo che non andavamo più in là della Corsica, andando dall’altra parte del mondo sarebbero riuscite a fare quello che dovevamo fare e sarebbero tornate pure a casa», commenta Serri. «Certo mille persone non sono quelle centinaia di migliaia che magari sono state massacrate e che purtroppo sono anche morte, ma è sempre un qualcosa di positivo. Direi che è stata un’esperienza rara perché personalmente non avrei mai pensato di partecipare a una cosa del genere, anzi: un’esperienza più unica che rara! Senza contare che, poi, durante la mia vita sono andata a Livorno, dove ho ritrovato dei compagni di avventura come Laganà. Adesso giochiamo a Burraco, però ricordiamo quel tempo».
Oltre all’orgoglio di aver partecipato a un’impresa storica, a bordo dell’Andrea Doria, ci si fregia anche di un altro record: essere quelli che hanno fatto più strada di tutti.
«Perché poi c’è sempre un po’ di competizione tra le navi, no?», dice Laganà. «Ecco, noi del Doria siamo partiti da Spezia, quindi siamo quelli che hanno fatto la navigazione più lunga, e siamo pure partiti un giorno prima, abbiamo fatto più miglia! Tanto è vero che se uno va a guardare sempre quelle famose statistiche, noi militari siamo specializzati in statistiche, ecco miglia percorse: Vittorio Veneto 15.015; Andrea Doria 15.682M e lo Stromboli non so perché 14.769. Ma comunque, quindi, noi eravamo molto orgogliosi! Avete fatto due passi rispetto a noi, dicevamo».
A questo punto, succede qualcosa che nessuno si sarebbe mai aspettato. Un profugo si avvicina alle autorità e chiede di parlare.
Quindi si posiziona davanti ai microfoni e apre una lettera. È scritta a nome di tutti i profughi.
Cosa c’è scritto, ce lo dice Nicolò Zuliani, giornalista veneziano: «Loro si preparano questa dichiarazione ufficiale perché gli avevano detto che ci sarebbero stati i politici. Così, preparano una lettera che leggono ad alta voce davanti all’ammiraglio, nella ringraziano tutti i marinai e dicono che senza di noi italiani, sarebbero morti. Dicono che se ne rendono conto e che non pensavano che al mondo esistesse un popolo così, perché avevano visto gli inglesi passare e ignorarli, avevano visto gli americani fare lo stesso, avevano visto le aggressioni malesi, i pirati tailandesi… Nessuno li aveva mai aiutati. Nessuno per loro aveva mai fatto niente. Sono leve e meccanismi umani che noi non siamo più in grado di capire probabilmente».
Finiti i discorsi, i bambini accerchiano le autorità, l’ammiraglio Torrisi, il ministro Ruffini e pure il patriarca di Venezia, Marco Cé.
È il loro modo di dire grazie e, di fronte ai loro sorrisi, la formalità richiesta dai ruoli si sbriciola in un attimo.
Torrisi inizia a prendere in braccio i bambini, li bacia, si fa le foto con loro.
Il patriarca di Venezia lascia addirittura che una bambina giochi con il crocifisso che porta al collo.
I fotografi mandati dai giornali immortalano ogni istante, ogni abbraccio e sono immagini che fanno il giro del mondo.
Questo testo è un estratto di Rotta sul Vietnam. L’Operazione Boat People, il nuovo podcast Audible Original scritto da Matteo Liuzzi e narrato dalla giornalista Silvia Boccardi, che ricostruisce una delle più grandi missioni umanitarie mai realizzate dal nostro Paese: nell’estate del 1979, mentre centinaia di migliaia di profughi vietnamiti affrontano il Mar Cinese Meridionale su imbarcazioni di fortuna per sfuggire alle persecuzioni del regime comunista, l'Italia compie una scelta destinata a entrare nella stori. A fronte dell’immobilismo della comunità internazionale, decide di inviare tre navi della Marina Militare dall'altra parte del mondo per salvarli.
Il podcast sarà disponibile su Audible dal 20 agosto.
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