Viviamo un’epoca confusa, in cui le grandi città sembrano implodere. Territori considerati a lungo marginali oggi sono luoghi di sperimentazione sociale e culturale. L’architettura deve tornare a fare proposte culturali, a fare domande su come vogliamo vivere
Alcuni fatti di cronaca emersi nel dibattito pubblico italiano – dal caso Milano al Ponte sullo Stretto, fino alla famiglia del bosco – mettono in evidenza l’errore compiuto negli ultimi anni nel trascurare l’importanza dell’intermediazione dell’architetto, quindi dell’architettura, nell’organizzazione dello spazio di vita dell’essere umano.
Viviamo un’epoca confusa. Le grandi città sembrano implodere sotto il peso del traffico, del caro vita, dell’individualismo e di un consumo insostenibile di risorse, eppure i dati mostrano che continueranno ad attrarre una quota crescente della popolazione mondiale. Possiamo continuare a replicare modelli nati in un mondo che non esiste più?
La risposta può venire anche da quei territori considerati per un lungo periodo marginali e che oggi tornano ad essere laboratori di sperimentazione sociale e culturale.
Il successo di critica e pubblico, soprattutto tra le generazioni più giovani, del film La città di pianura di Francesco Sossai è uno dei segnali che indicano come i tempi siano maturi per riappropriarsi di quei luoghi che hanno storicamente definito il tessuto sociale del nostro paese. Forse ce l’eravamo dimenticati.
Il mercato immobiliare non è ancora riuscito ad alterare queste realtà, perché allora non lo sorpassiamo, anziché seguirlo?
La provincia non è periferia
La città, per quanto attrattiva perché storicamente compatta, tangibile e consolidata, è spesso luogo di eccesso. In questo senso la provincia non è più soltanto uno spazio da recuperare, ma un dispositivo critico, capace di generare nuove visioni dell’abitare.
Lontano dalle logiche speculative, l’ambiente regionale può tornare a essere il luogo in cui il progetto diventa gesto collettivo, capace di produrre senso e relazione. Emergono bisogni chiari: privacy e benessere, ma anche connessioni umane significative. È all’interno di questa tensione che deve nascere un percorso progettuale capace di rimettere al centro la provincia come spazio umano, abitabile e desiderabile
Secondo i dati Istat, circa il 54 per cento dei comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti. Pur rappresentando la maggioranza della superficie nazionale, questi territori sono spesso trascurati dalle politiche infrastrutturali, culturali ed economiche ma offrono risorse sempre più rare: tempo, spazio, paesaggio, relazioni. In una società accelerata, diventano un valore strategico.
La Franciacorta è un caso emblematico. Territorio economicamente produttivo e noto per la sua vocazione vitivinicola, è raramente considerato uno spazio di sperimentazione sociale o architettonica. Eppure, proprio nei capannoni dismessi, nelle case vuote, nelle scuole sottoutilizzate, si intravedono potenzialità nuove: spazi da rigenerare, reti da riattivare, comunità da coinvolgere.
La provincia non deve essere vista come luogo passivo o nostalgico, ma come spazio dinamico in cui le nuove generazioni possano non solo ritrovare le proprie radici, ma immaginare il proprio futuro. Dove il tempo scorre più lentamente e ogni gesto è pensato per la collettività, per il rispetto sociale, quindi per la bellezza. Tutto ciò è sinonimo di sana produttività.
Un nuovo modo di abitare
Servono modelli abitativi alternativi. Non più la casa come spazio chiuso e privato, ma come ambiente flessibile e modulabile, in cui convivono intimità e socialità. Oltre il muro, simbolo arcaico di delimitazione, il modernismo ci ha portato la luce e il rapporto diretto con lo spazio esterno, con il mondo. Le nuove generazioni non cercano soltanto un’abitazione, ma un’esperienza coerente con i propri valori.
Sostenibilità, in questo contesto, non è uno slogan: è una pratica quotidiana. In provincia questo è possibile concretamente. Ciò che spesso manca è una visione: ed è proprio quella che l’architettura deve tornare a offrire, lavorando sulla mente e sul cuore delle persone, portando innovazione in luoghi che da provinciali possono diventare universali.
L’obiettivo non è sovraccaricare di stimoli e gonfiare il mercato che ha ancora valori economici equilibrati ma offrire impulsi giusti. L’inclusività sociale è il pilastro della rigenerazione urbana e mentre le città diventano sempre più inaccessibili - il prezzo medio delle abitazioni a Milano è cresciuto del 43 per cento dal 2015 al 2023 - la provincia torna ad essere un luogo dove abitare non è un privilegio, ma un diritto. Le comunità locali devono sentirsi parte attiva: cittadini, enti pubblici, imprese e scuole tutti insieme per progetti partecipati, ascoltati e negoziati.
La bellezza dei luoghi possibili
Immaginate un hub polifunzionale, una residenza per artisti, una struttura per anziani integrata ad un asilo, una scuola innovativa in una provincia remota e direttamente a contatto con gli elementi naturali ma iperconnessa. Pensata per rispondere alle esigenze di un territorio, non solo alle logiche del consumismo. Un’ispirazione che già troviamo applicata nel Nord Europa o in Spagna e in Francia dove l’urbanistica contemporanea si fonda sulla creazione di comunità coese dentro spazi interattivi.
In Francia, l’iniziativa nazionale La Fabrique des Territoires, nasce come risposta al progressivo svuotamento delle aree rurali e periferiche. Un modello fondato sulla co-progettazione e non si tratta di un singolo progetto, ma di un dispositivo nazionale per la creazione di una rete, in cui le comunità locali non sono semplici beneficiarie, bensì co-autrici del processo di trasformazione.
Il programma mira alla creazione di una rete di tiers-lieux e conta oggi oltre 3.500 Fabriques de Territoire, rese visibili e accessibili attraverso una mappa interattiva nazionale che ne mostra la distribuzione capillare sul territorio. La provincia, se ripensata con sensibilità, può diventare un incubatore di possibilità, dove ogni azione è tangibile e dove ogni intervento può avere la “giusta misura”.
L’architettura deve tornare a fare proposte politiche, sociali e culturali. Non limitarsi al design delle forme, ma formulare domande: Come vogliamo vivere? Dove vogliamo crescere i nostri figli? Che tipo di relazioni vogliamo coltivare? Forse le risposte alle problematiche più complesse del nostro tempo non si trovano nelle capitali del design o nelle capitali finanziarie. Forse potrebbero trovarsi proprio lì, altrove. In quei luoghi silenziosi, a bassa densità, dove si può vedere l’orizzonte. Dove c’è ancora spazio per l’immaginazione, per l’incontro, per una bellezza non esibita ma viva, condivisa.
Valentina Moretti, architetta di formazione internazionale, è fondatrice di MORE, società benefit che integra innovazione architettonica, sostenibilità e prefabbricazione, con attenzione al paesaggio e al benessere dell’abitare coniugando architettura e impatto sociale. Nel 2024 ha fondato ALTROVE, progetto che indaga nuovi modelli abitativi fuori dai contesti urbani, promuovendo una cultura del costruire consapevole.
Il testo è parte della raccolta L’architettura territoriale a cura di AMA-Accademia Mendrisio Alumni.
AMA-Accademia Mendrisio Alumni è l’associazione che riunisce gli oltre 3000 architetti laureati all’USI-Accademia di architettura di Mendrisio e provenienti da 60 paesi nel mondo. Motore di idee e scambi interdisciplinari, ha organizzato incontri pubblici con Arcangelo Sassolino, Abel Ferrara, Letizia Battaglia, Mario Botta e Anna Heringer presso il Teatro dell’Architettura di Mendrisio, il Castello di Versailles, il Teatro Farnese di Parma e il Porto Vecchio di Trieste. Realizza esposizioni e installazioni in collaborazione con istituzioni internazionali pubbliche e private.
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