Se domani non torno, il film di Paola Randi sul femminicidio, era a rischio: avrebbe potuto riprodurre lo schema delle infinite docufiction di cronaca nera che infestano le piattaforme. Ciò che arriverà in sala il 5 novembre con Notorious Pictures (l’11 novembre ricorrono tre anni dai fatti) è invece un’operazione di lodevole sobrietà
Roma – Se domani non torno è l’incipit di una poesia dell’attivista peruviana Cristina Torres-Cáceres, che si chiude con queste parole diventate slogan: «Se domani tocca a me/voglio essere l’ultima». È anche il bel titolo del film – a rischio – di Paola Randi sul femminicidio di Giulia Cecchettin, uccisa nel novembre 2023 dall’ex fidanzato Filippo Turetta. A rischio perché avrebbe potuto riprodurre lo schema delle infinite docufiction di cronaca nera che infestano le piattaforme. L’algoritmo intercetta una (larga) fetta morbosa di consumatori. In anteprima alla Festa del Cinema di Roma e in sala il 5 novembre con Notorious Pictures (l’11 novembre ricorrono tre anni dai fatti), Se domani non torno è invece un’operazione di lodevole sobrietà.
Lo sguardo
A far testo è lo sguardo di Gino Cecchettin, autore con Marco Franzoso di Cara Giulia (Ed. Rizzoli), trasferito sullo schermo da Filippo Timi, che è un padre-chioccia reso tutto di sottrazione, di emotività controllata. Nessun compiacimento, nessun sensazionalismo, nessuna concessione alle scene madri e alla retorica. La violenza, la vittima e il carnefice, restano fuori dal quadro. C’è invece l’ansia che lievita col passare delle ore e dei giorni, e l’impossibilità di tutti di pensare al peggio, gli appelli in tv e una storia che non si chiude col dolore della certezza e la confessione del “mostro”.
Gran parte della forza del racconto cinematografico – va detto – dipende da Tecla Bossi, che interpreta con una misura fuori dal comune Elena, sorella di Giulia, capace di affrontare il lutto trasformandolo in battaglia comune. Sarà lei ad esporsi in prima persona davanti alle telecamere, con parole che le costeranno attacchi sanguinosi sui social: «Non è un mostro. È il figlio sano della società patriarcale che è pregna della cultura dello stupro...Il femminicidio è un delitto di potere e un omicidio di Stato, perché lo Stato non ci tutela».
È un Veneto nebbioso e cupo, quello che circonda Vigonovo, provincia di Venezia, un meteo in accordo con la ricerca a tappeto che percorre le rive del Brenta e la Romea. Ma a Randi interessano i movimenti privati del padre, l’inchiesta affannosa dei fratelli tra le amiche di Giulia e gli amici di un “moroso” asfissiante e oppressivo, che minacciava il suicidio a ripetizione e affogava nei sensi di colpa la ragazza che non lo voleva più. Che le ordinava di interrompere gli esami: non doveva laurearsi prima di lui. Le interessano i volontari dell’associazione Penelope, mobilitati a fianco della famiglia fin dalla prima notizia della scomparsa.
È un sabato, quando Giulia la sera non rientra. Il giovedì successivo discuterà la tesi di laurea in Ingegneria Biomedica, ma il suo sogno è coltivare il suo talento per la matita, disegnare fumetti. Alla sorella ha detto che andava a Mestre per scegliere il vestito giusto, l’ha consultata al telefono sulle opzioni. Un dettaglio allarmante, da subito: non era sola, era con lui. Ma è efficace il contrasto con la normalità che precede. Gino Cecchettin-Timi “si tiene in forma”, ha ripreso le lezioni di ballo che lo impegnavano con la moglie perduta, va a correre con gli amici, prima di attaccarsi al telefono perché il cellulare della figlia è muto, come quello del suo accompagnatore.
Testimonianza pubblica
Se c’è qualche eccesso, nel film, è nell’abuso della parola “amore”: Timi la usa immancabilmente per tutti i figli, come se non avessero nomi propri. Per i flashback si usa l’effetto flou: meglio del solito b/n, ma al limite della svenevolezza. Giulia (Sabrina Martina) appare solo nel ricordo dei familiari. Conta però la battaglia civile che i Cecchettin hanno intrapreso, la scelta coraggiosa di convertire il dolore privato in pubblica testimonianza. Il racconto del padre – il filo rosso di Paola Randi – è quello di un’esperienza indicibile elaborata in presa di coscienza, letture, comprensione delle radici di un male che è fatto di violenza, discriminazione e sopruso di un sesso su un altro, a tutti i livelli. Impegno familiare confluito nella Fondazione Giulia Cecchettin.
Le parole di Gino ed Elena, al funerale, sono quelle pronunciate davvero. Alla piazza gremita, davanti alla basilica di Santa Giustina, in Prato della Valle, il padre lancia un appello: «Fate rumore!». Centinaia di mani si alzano per far tintinnare mazzi di chiavi. Se domani non torno aiuta, per quanto può il cinema, a non far spegnere quel rumore.
© Riproduzione riservata