L’attore Willem Dafoe dirigerà la Biennale Teatro anche nei prossimi due anni, dopo un’edizione 2026 estetizzante e poco incisiva: non è il massimo promettere teatro e rifilare danza, acrobazia, musica. Non che i temi caldi mancassero, ma sono stati smorzati da linguaggi scenici stilizzati o puerili. È questo il cambio di passo della nuova presidenza?
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani e in edicola
Willem Dafoe è stato confermato alla direzione delle Biennali Teatro 2027 e 2028. Toccherà tenercelo altri due anni. Fosse per me, dopo l’edizione appena conclusa gli avrei detto grazie, Mr. Dafoe, può bastare così. Non è il massimo promettere teatro e rifilare danza, acrobazia, musica.
Prima di beccarmi dal grande attore statunitense un sonoro “ma chi è questo, come si permette?”, eccomi: ho sessantatré anni, ho visto centinaia di spettacoli di tutti i tipi, sono anche un autore teatrale che ha praticato varie forme di ibridazioni sceniche, non sono un fondamentalista della drammaturgia dialogata, ho attraversato con entusiasmo l’era del teatro postdrammatico; e seguo la Biennale Teatro dall’inizio degli anni Ottanta. In più di quarant’anni, questa è una delle edizioni più deludenti che abbia visto.
Lo so che le paratie sono saltate, che non ci sono più compartimenti stagni fra le arti, e non da oggi. Lo so. Ma immaginate di andare a una Mostra del cinema in cui la metà delle immagini proiettate sullo schermo non siano film ma videogiochi. O a una rassegna di musica contemporanea in cui ogni due serate non si fanno concerti ma gare di salmodie improvvisate fra poeti sardi e toscani (oddio, sarebbe dadaisticamente divertente).
È possibile che nei tempi che viviamo, con tutti i casini che ci sono nel mondo e sotto casa, un’istituzione come la Biennale presenti un programma così estetizzante? Non che i temi caldi mancassero, in questa edizione, ma sono stati smorzati da linguaggi scenici stilizzati o puerili. È questo il cambio di passo della nuova presidenza? Smussare le asperità, sotto una crosta di “bellezza”? Disinnescare la forza contrastiva del teatro? In definitiva, fargli togliere il disturbo? Scende una lacrimuccia ripensando alle magnifiche edizioni degli anni scorsi, curate da Stefano Ricci e Gianni Forte e, prima, da Antonio Latella.
Gli spettacoli, quelli belli
Comunque, qualche spettacolo incisivo c’è stato. A partire dallo splendido Promemoria di Davide Iodice, che ci ha fatto attraversare gli atrii, i cortili, i corridoi, i laboratori, i salottini della residenza per anziani di San Giobbe, accompagnati da giovani attori e attrici che interagivano con gli ospiti ottantenni e novantenni, dopo averli frequentati per mesi, da ottobre 2025. Li abbiamo incontrati lì dentro, con un’incursione delicata, che valorizzava le loro storie e rispettava la loro dignità. Io ho pianto. E ho avuto i brividi alla lettura scenica Hewa Rwanda - Letter to the Absent del ruandese Dorcy Rugamba, mentre ci raccontava il massacro della sua famiglia nel 1994.
Poi sono state anche le scuole e le accademie di teatro a salvarla, questa edizione della Biennale, portando in scena i conflitti del nostro tempo.
Bertolt Brecht sarà pure un attivista predicatorio, si illude di infervorarti con i ragionamenti, ma Santa Giovanna dei Macelli (allievi della Paolo Grassi di Milano diretti da Marco Plini) te le mostra, le speculazioni finanziarie di ieri e di oggi, e le beghe imbarazzanti fra antagonisti politici.
Sagace anche lo spettacolo con i diplomati della Accademia del Teatro Stabile del Veneto, per la regia di Giorgio Sangati e l’ottima drammaturgia di Stefano Fortin: Comeradovera racconta l’incendio del Teatro La Fenice del 1996, l’imbecillità tragicomica dei colpevoli, fa sentire le testimonianze registrate dei professori d’orchestra.
E Arturo Cirillo ha messo in piedi un abrasivo gioiello queer, dirigendo gli allievi della Scuola di Teatro di Napoli su un’elaborazione di Ragazze sole con qualche esperienza, il vivace testo di Enzo Moscato del 1985.
Una rassegna didascalica
Per il resto, non discuto la qualità delle danze indiane, delle acrobazie indonesiane, del mugen nō giapponese, dei gorgheggi cinesi, dei concerti di jazz greco o world music africana. Per carità, tutto di alto livello, talvolta lussuoso, e di grande richiamo (diecimila spettatori complessivi).
Io però da una Biennale Teatro mi aspetto tempesta e assalto, non una didascalica rassegna di etnomusicologia e coreografia, in cui spesso lo straniero “nativo”, è chiamato a “fare ciò che è”, con pochi varchi per trascendersi in qualcos’altro da sé, purché si presenti come vittimario e innocente.
Poi, d’accordo, il resto è opinabile. Possiamo sindacare sullo spazio (ben tre spettacoli) e sui riconoscimenti (Leone d’Argento) dati al ventottenne greco-albanese Mario Banushi. Le pantomime della trilogia Romance familiare, silenti e stilosissime, per arrivare a durare ciascuna un’ora si sono affidate al dolorismo, al lutto, alla derelizione, imponendo alla scena e al pubblico una tonalità emotiva piatta e sussiegosa: zitti tutti, qui si soffre, se vi annoiate siete brutte persone.
Arte derivativa, manieristica, dopo Socìetas Raffaello Sanzio, Romeo Castellucci, Anagoor, Peeping Tom… E con un immaginario che cincischia in stantii simbolismi religiosi e allegorie pretenziose, nudità a volte creaturali, a volte gratuite (i ragazzi che seguivano i laboratori della Biennale College, prima di ogni spettacolo, scommettevano sul toto-nudi di Banushi: “Quanti ne spoglierà stavolta?”). Alla fine del terzo capitolo, Taverna Miresia, compare pure un Sacro Covone che inghiotte un personaggio in un abbraccio di paglia. Mo arriva pure il Vitello dai Piedi di Balsa, mi sono detto.
Il Leone d’oro a Emma Dante invece lo trovo meritatissimo. Diciamo che, con I fantasmi di Basile, qui in laguna la regista palermitana un po’ si è sottratta alla pugna, presentando solo highlights dei suoi ultimi tre spettacoli: due sorelle vegliarde si ciucciano un mignolo per ringiovanirlo; il re ha una gallina incastrata su per il culo; un uomo tiene le mummie dei parenti in casa. Qualcuno ci è rimasto male perché era roba già vista. Io quell’oretta antologica me la sono goduta.
I personaggi non sono anticaglie
La Biennale Teatro, da qualche anno, promuove nuovi drammaturghi e registi. In generale, noto una certa tendenza a evitare il principium individuationis; che, in parole povere, nelle arti narrative chiamasi personaggio. Il quale avrà tutti i difetti che si vuole, suda, s’incazza, pretende di essere amato, rompe i coglioni con i suoi traumi infantili, ma sa fare il suo mestiere: coinvolgere lo spettatore, provocargli stress etico, fargli venire dubbi su cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Per certi drammaturghi italiani delle ultime generazioni, i personaggi sono anticaglie. Io non è che non la capisca, eh, la necessità di differenziarsi dal mainstream. Però così ci si chiude in un’enclave per addetti ai lavori, e si lascia il campo completamente libero al capitalismo narrativo delle varie serie tv, film, manga, videogiochi, romance, che i personaggi se li tengono stretti perché seducono, ipnotizzano, e vincono dieci a zero sull’arte di ricerca (nella cui squadretta – assai malconcia – mi picco di giocare anch’io).
Lo spettacolo più strutturato e originale fra le nuove produzioni di quest’anno è stato Tacet, regia di Silvia Costa, testo di Jacopo Giacomoni, entrambi quarantenni con una solida esperienza. In sostanza è una conferenza in versione kolossal, un’istruttiva carrellata storica sugli usi politici e i riti sportivi del “minuto di silenzio”: negli stadi, nelle cerimonie ufficiali; e, in generale, nelle piccole pause dell’arte, della musica, della vita.
Un silenzio che, peraltro, questo spettacolo bracca verbosamente dall’inizio alla fine, strangolandolo di parole. Sarà al Piccolo di Milano, dal 6 all’11 ottobre, merita di essere visto. Magari, nel frattempo, la regista e l’autore potranno chiedersi se mantenere o no quel tono recitativo monocorde e desolato: ragazzi, cosa c’è, vi è morto il gatto? I fatti sono solo raccontati, accadono dentro le parole, disincarnati, non ora, non qui, e per atterrare sul palcoscenico devono appoggiarsi a una partitura mimica parallela e scissa.
Nel quarto d’ora finale il pubblico si è divertito, io ero costernato: davvero un autore di oggi è ridotto a trascrivere parassitariamente una performance d’avanguardia di mezzo secolo fa, la leggendaria Empty words di John Cage? Noi contemporanei non abbiamo qualcosa di nostro da dire adesso?
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