Da venerdì 23 gennaio porta in scena al Teatro Regio di Parma Orfeo ed Euridice: «Il mito è specchio». Sulle proteste in Iran: «Il mio popolo è intrappolato tra un regime brutale e potenze predatorie»
I grandi miti continuano a risuonare nel presente. Shirin Neshat ce lo dimostra portando Orfeo ed Euridice nel cuore del nostro tempo. Regista e fotografa iraniana in esilio da quasi trent’anni, da sempre interessata a fare dell’arte uno strumento di indagine sul presente, firma una rilettura scenica contemporanea del mito classico, trasformandolo in una riflessione sull’identità umana.
Lo spettacolo debutta venerdì 23 gennaio al Teatro Regio di Parma, in occasione dell’apertura della stagione operistica, con la direzione di Fabio Biondi e le voci di Carlo Vistoli, Francesca Pia Vitale e Theodora Raftis.
Uno specchio
«Il mito è lo specchio dell’attuale realtà politica e sociale in cui la perdita, la colpa e la responsabilità devono essere sostenuti piuttosto che rimossi. È qui che risiede la sua perdurante urgenza».
È da questa prospettiva che le vicende di Orfeo ed Euridice vengono traslate in un’ambientazione contemporanea. Orfeo non appare più come cantore mitologico ma come un uomo contemporaneo, travolto da una crisi esistenziale dopo il suicidio di Euridice, avvenuta in seguito alla perdita del figlio. Anche Euridice viene sottratta a ogni idealizzazione. Né musa né oggetto del desiderio, ma una giovane donna indipendente che vive una relazione arrivata al capolinea.
«Due persone che hanno subito una perdita non condividono necessariamente lo stesso ricordo, lo stesso senso di colpa o la stessa forma di dolore. Le relazioni non crollano per mancanza d’amore, ma per l’incapacità di affrontare insieme il dolore, il fallimento e la responsabilità» spiega la regista. La discesa negli inferi di Orfeo per riportare in vita Euridice è un’avventura interiore che lo mette a confronto con il proprio fallimento. «Gli inferi non sono un aldilà, ma uno stato del presente, uno spazio di incontro e di auto-interrogazione», continua Neshat.
Ad aprire e chiudere l’opera sono film muti in bianco e nero, fedeli allo stile caratteristico dell’artista lontano da ogni seduzione decorativa, costruiti sulla coesistenza degli opposti: amore e morte, coscienza e inconscio, desiderio e perdita. «Il canto articola l’impulso interiore – spiega l’artista – mentre l’immagine lo trattiene, lo ritarda e lo rende visibile. Tra questi due livelli emerge un campo di tensione tra presenza e assenza. L’invisibile diventa così percepibile».
Sul palco i performer sono guidati dalla coreografa e danzatrice Claudia Greco, in un lavoro espressionista che procede per sottrazione: «Abbiamo eliminato ogni abbellimento, ogni gesto che potesse assomigliare a una danza, per lasciar spazio a un movimento asciutto, carico di emozioni amplificate dalla massa». La dimensione corale assume una valenza apertamente politica. Ogni performer e attore incarna un carattere preciso, immaginato da Neshat e tradotto in movimento, in un dialogo costante tra regia e coreografia.
Immaginare altri mondi
Il progetto è il risultato di quasi due anni di lavoro, ma il legame di Neshat con l’Italia ha origini più lontane. Inizia nel 1995 con la sua prima grande esposizione internazionale alla Biennale d’Arte di Venezia, prosegue nel 1999 e nel 2009 alla Biennale Cinema dove conquista prima il Leone d’Oro e poi quello d’Argento. Oggi vive a New York ma lavora con la Galleria Lia Rumma di Milano il cui sostegno è stato incommensurabile, ci spiega Neshat.
Non poteva mancare una sua riflessione sul presente dell’Iran, a cui l’artista ha dedicato gran parte delle sue opere precedenti: Women of Allah sulla rivoluzione iraniana del 1979, The Book of Kings come tributo al Green Movement del 2009. «Il popolo iraniano è intrappolato tra due forze – afferma – da un lato un regime brutale e autoritario, dall’altro potenze straniere opportuniste e predatorie pronte a sfruttare ogni momento di malcontento sociale in Iran. La devastazione di paesi come Afghanistan, Iraq, Siria e Libia è un monito: le interferenze esterne raramente portano alla liberazione, e più spesso si traducono in caos prolungato, frammentazione e sofferenza per la gente comune. È la popolazione iraniana, già gravata dall’oppressione interna, a pagare ancora una volta il prezzo più alto».
La capacità di sognare e di immaginare un mondo migliore non si spegne mai nemmeno sotto i regimi più oppressivi. «Coloro che vengono privati delle libertà esteriori sono spesso costretti ad attingere alle proprie riserve emotive, psicologiche e spirituali e dunque l’immaginazione e il sogno diventano atti di necessità, resilienza e trascendenza. In gran parte dell’Occidente, al contrario, tra i privilegi della democrazia, la libertà di espressione e l’abbondanza materiale, l’immaginazione rischia di indebolirsi e il sogno è spesso ridotto ad ambizione o consumo personale piuttosto che a un’indagine più profonda sul significato, lo scopo o la responsabilità collettive».
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