Domenica scorsa

Chi legge questa rubrica sa quanto fossi devoto a Carlo Cecchi. Oggi sarebbe stato il suo compleanno ma è morto due notti fa, solo in casa. Fuori scena. D’ora in poi chiamiamolo Carlo e basta, così come Eduardo, il suo maestro, era Eduardo. Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

Un Mi ricordo alla Perec.

Mi ricordo Carlo in Viaggio a Goldonia di Carlo Gregoretti, una delle cose più affabilmente geniali fatte dalla Rai.

Mi ricordo Carlo irresistibile vedovo, lo sproloquiante professor Ricciuti, in Dolore sotto chiave di Eduardo.

Mi ricordo Il compleanno di Pinter al Rondò di Bacco di Firenze, e me lo ricordo come una festa che si trasformava in un naufragio.

Mi ricordo che fece in radio Pedro Camacho, lo scribacchino di Mario Vargas Llosa.

Mi ricordo che faceva Felice Sciosciammocca come se fosse Amleto e che faceva Amleto come se fosse Felice Sciosciammocca.

Mi ricordo le sue foto: era bello come Alain Delon (e da ultimo somigliava a Samuel Beckett).

Mi ricordo l’eleganza superba dei suoi cappelli (la mamma era modista), in particolare un borsalino tra il porpora e il carminio nella Firenze dei primissimi anni Ottanta.

Mi ricordo la sua aria da giovane arrabbiato inglese (gli Angry Young Men che negli anni Cinquanta spopolarono sulle ribalte di Londra).

Mi ricordo una sua vecchia intervista con Alessandro Duranti su Paragone: «Da bambino ero fanatico del cinema. Ma uno dei primi giochi che ricordo era quello di “fare la messa” (non come chierichetto nella vera messa, che non l’ho mai fatto né mai sono stato interessato a fare); no, il gioco della messa consisteva a fare il prete che celebrava la messa seguendo un canovaccio molto elementare – e questo gioco faceva presagire male: non che da grande volessi fare il prete, come prendendo la cosa alla lettera doveva temere mio padre, ma che volessi fare l’attore, visto che ripetevo come gioco il primo teatro a cui avevo partecipato, appunto la messa».

Mi ricordo queste sue parole: «provavo una noia mortale al Galileo di Strehler mentre mi deliziavano Beniamino Maggio, Trottolino, Mario Merola, Angela Luce, etc.».

E quest’altre: «I drammaturghi italiani sono pochissimi, si sa. La maggior parte degli scriventi hanno scritto commedie da leggere (e poi noiosissime, quindi poco invitanti anche alla lettura): non sono state scritte per il teatro. Amen».

Amen.

Lunedì

Proprio al Niccolini di Firenze, il teatro che fu di Carlo, fui adottato per una settimana dai “Fratelli Maggio”, questo era il nome della gloriosa ditta scenica. Ero andato per intervistarli e non me ne sarei andato più. Mangiavo con loro, stavo con loro nei camerini. Mi ricordo che Pupella (la grande Pupella di Eduardo) era molto primadonna. Mi ricordo che Rosalia, la sciantosa, mi faceva gli occhi dolci. Mi ricordo che Beniamino aveva un baule enorme, una specie di appartamento ambulante, pieno di scarpe e di vestiti, e che stava sempre zitto come Buster Keaton.

Nella settimana passata con i Maggio capii in pieno la fascinazione di Carlo per il teatro napoletano, per il suo essere principe e straccione, miseria e nobiltà.

Oggi è il mio compleanno.

Martedì

A proposito di compleanno, la prossima volta che vado a Roma ho deciso di regalarmi una visita alla chiesa di San Carlo Borromeo alle Quattro Fontane perché vorrei provare il sentimento che provò Mario Tobino e che così descrisse nel suo diario: «E le Quattro Fontane per la seconda volta mi produssero una voluttuosa pudicizia notturna, come essere all’improvviso nella stanza di una ragazza da molto tempo amata, esserci a sua insaputa, mentre lei è assorta e semplice e nuda e sentirsi battere il cuore ed essere innocenti e non volere nulla, udibile soltanto una lontana voglia di piangere che si avvicina».

Fu un grande scrittore di storia dell’arte Tobino, all’altezza di Roberto Longhi, il maestro di tutti. Di piazza del Popolo a Roma scrisse che mancava di genio, ma che nella parte delle due Cappelle: «C’è l’avvertimento che si tentò il maestoso».

Dei fiorentini scrisse: «La loro città è tutta disegnata con righe inflessibili che piangono il dolore di non potersi sbagliare». E in questa frase c’è tutta la benedizione e la maledizione di Firenze, la perfezione (Brunelleschi, Michelangelo, Dante) come condanna.

Del David di Michelangelo Tobino scrisse: «Ha le cosce troppo languide».

Mercoledì

Beppe Cottafavi, super editor e talent scout che tra le mille cose che fa sovrintende anche questa pagina, mi ha confidato il suo sistema di valutazione.

«Ho un algoritmo personale», mi ha detto, «per capire se un pezzo funziona».

In cosa consiste, gli ho chiesto.

«Se una cosa mi fa ridere almeno tre volte, vuol dire che va bene», ha risposto.

Parlava a nuora perché suocera intenda?

Uomo avvisato, mezzo salvato?

Posta arretrata. Scrive Alessandro Ricci e sembra che scriva a proposito del borsalino di Cecchi: «Ripensavo a Truman Capote che fa le fotocopie nella redazione del New Yorker e mi venivano in mente gli ambienti dei suoi primi romanzi dove si vedevano i personaggi maschili indossare un borsalino (o fedora) pure al chiuso. Poi il copricapo principe è diventato il cappellino da baseball dopo un breve passaggio dal cappello da pescatore di trote, lo indossava Jack Lemmon con gli ami attaccati. Purtroppo il cappellino da baseball ha poi varcato l’oceano diventando, secondo me, il simbolo dell’inizio della decadenza del nostro paese. Lei lo ha definito giustamente il “cappellino da idiota”».

Sì, parlavo di Trump.

Stasera turno decisivo di Champions con tutte le partite assieme alle nove. Quindi cena alle otto. Spaghetti alle vongole, puntarelle alla romana, alici del Cantabrico (ma quante ce ne stanno di alici nel Mar Cantabrico? Sono quasi più dei pistacchi di Bronte).

Giovedì

Puntate precedenti. Questa estate il dottor Guido Iazzetta mi inviò le bozze del suo manuale Enigmistica in cerca di editore. È un tractatus logico-philosophicus su sciarade, crittografie, anagrammi e rebus, costato all’autore quindici anni di lavoro.

Iazzetta è una colonna della Settimana Enigmistica, ed è anche, e di questo gli sarò eternamente grato, l’inventore delle storie del Signor Brando, l’infallibile detective, uno degli immortali personaggi di quell’altrettanto immortale settimanale.

Uno dei giochi enigmistici più divertenti fu ideato nel 1924 dal fiorentino Giulio Paoli e consiste nello storpiare titoli di film, canzoni, libri, o frasi fatte.

Un campionissimo del gioco, ora chiamato “Tarocco”, fu Marcello Marchesi, autore, tra l’altro, di uno dei più grandi romanzi del secondo Novecento italiano: Il malloppo, la cosa più vicina a Finnegans Wake scritta dalle nostre parti.

Iazzetta cita due perle di Marchesi: «Mike Bongiorno = Da quiz all’eternità» e «Comunità hippy = Pulcis in fundo». E cita pure il tarocco con cui Roberto Benigni, altro campionissimo, sfidò Umberto Eco: «Inciampa e cade nel letame in scuderia = Sfiga all’OK Corral».

Altri tarocchi notevoli: «La carta di credito di mia moglie: Visa spericolata»; «Irriducibile fannullone: Mi spezzo ma non m’impiego» (questo è addirittura di sua maestà Achille Campanile); «Facevo le carte: Una vita da Modiano»; «Vomitare dal balcone: La minestra sul cortile»; «Non so fare gli orli a mio marito: Sono una donna non sono una sarta».

P.S. La suocera ha inteso? L’algoritmo Cottafavi è andato in tilt?

Venerdì

Il libro di Iazzetta è unico e spero trovi presto editore (Treccani?). Racconta un mondo di pazzi (nel senso più bello della parola), ed è pieno di sorprese. Ci sono perfino rebus a sfondo erotico (chi l’avrebbe detto?) e anche una perfetta definizione di Siffredi, il re dei film a luci rosse: «Rocco e i suoi fratelli: Prostrano pornostar».

Tra le memorabili imprese enigmistiche riportate da Iazzetta il capolavoro è la Commedia di Dante riscritta usando solo la vocale ‘e’ (un gioco alla Perec, all’OuLiPo, l’officina di letteratura potenziale di Queneau, Calvino e Eco).

La Commedia tutta in ‘e’ comincia così: «Nel mentre ch’è trentenne, l’Eccellente / (nelle Lettere regge, è legge, splende) / ben nel ventre terrestre se ne scende: / ente perenne, sede del Fetente».

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