In totale controtendenza rispetto al resto del continente europeo, i portoghesi bevono di più: tra le ragioni c’è l’identità nazionale e il prezzo dei vini. Legata alla cucina locale, la produzione lusitana beneficia di un regime fiscale favorevole e di una biodiversità di vitigni straordinaria e inimitabile
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Non corrono tempi facili per il vino. Secondo lo State of The World Wine Sector Report, pubblicato dall’International Organization of Vine and Wine (Oiv), il consumo mondiale di vino è sceso a 208 milioni di ettolitri, il livello più basso degli ultimi decenni. Eppure, in questo scenario di flessione dei consumi, c’è un paese che va controcorrente: il Portogallo nel 2025 ha registrato un aumento dei consumi di vino del 5,6 per cento, arrivando a 5,6 milioni di ettolitri.
E già nel 2024 si era confermato il paese con il più alto consumo pro capite al mondo, con 61,1 litri per persona (circa tre volte la media globale). Per capire cosa significa, si pensi a circa 81 bottiglie standard di vino a testa ogni anno, o una bottiglia e mezza alla settimana per adulto.
Con una popolazione di appena 10 milioni di abitanti, però, quel numero va letto anche alla luce di un altro fenomeno: il boom del turismo e dei digital nomad. Quando un turista britannico ordina una bottiglia di Douro Tinto in un rooftop bar di Porto o un nomade digitale americano compra Vinho Verde al supermercato di Lagos, quel consumo viene conteggiato come consumo interno portoghese.
Il turismo diventa così un moltiplicatore invisibile che può contribuire a gonfiare il dato pro capite. Tutto questo, comunque, non basta a spiegare il primato portoghese, che ha radici storiche, culturali ed economiche. Di fatto, i portoghesi amano moltissimo bere il vino, dalla tarda mattinata alla tarda serata.
Matti per il vino
Il legame del paese degli azulejos con il vino ha le sue radici nell’antichità, con le prime vigne introdotte dai Fenici nel IV secolo a.C., cui seguì una viticoltura più strutturata a opera dei Romani, e, già nel Medioevo, i vini portoghesi erano giù esportati in tutta Europa.
Vale la pena ricordare anche il ruolo della Chiesa cattolica nella diffusione della viticoltura e nel consolidamento del consumo di vino: insieme al pane, entrò nel rito della messa e, per garantirne una fornitura costante, furono soprattutto i monaci a sviluppare e perfezionare la coltivazione della vite e la produzione vinicola.
Il vino divenne così parte integrante delle abitudini della società medievale, rappresentando anche una voce importante nelle entrate dei signori feudali. Un momento decisivo arrivò poi nel 1703, quando Portogallo e Inghilterra firmarono il Trattato di Methuen, che regolava gli scambi tra i due paesi e favoriva in particolare l’esportazione dei vini portoghesi verso l’Inghilterra.
Questa enorme domanda internazionale portò anche a una diffusione della contraffazione, perché nei vini venduti come portoghesi finivano, per esempio, uve spagnole a buon mercato o persino succo di sambuco. Per proteggere quello che ormai era un vero gioiello nazionale, nel 1756 il primo ministro portoghese Marquês de Pombal prese una decisione rivoluzionaria, fondando la Companhia Geral das Vinhas do Alto Douro e facendo così delimitare fisicamente la Valle del Douro attraverso 335 pilastri di pietra, i cosiddetti Marcos de Feitoria.
Nasceva così la prima denominazione di origine regolamentata al mondo; un sistema di confini, regole e controlli pensato per tutelare la provenienza e la qualità del vino. Una scelta pionieristica che, quasi trecento anni dopo, ha lasciato un’impronta profonda nella cultura portoghese del vino, trasformandolo in una questione di identità nazionale prima ancora che in una semplice merce. La storia, però, non basta a spiegare i consumi record.
Il paradiso fiscale del vino
Alcuni fattori economici aiutano a spiegare questo mercato florido per il vino. Il Portogallo è ancora oggi un importante produttore, undicesimo al mondo, con circa 7 milioni di ettolitri all’anno. Il vino locale è relativamente economico: in una tipica tasca, una piccola trattoria portoghese, chi ordina a pranzo un Prato do Dia da 7 euro riceve spesso anche un quinto, una caraffa da circa 250 ml di vino bianco o rosso della casa, incluso nel prezzo o con un supplemento di appena 1 euro. E lo è anche grazie alla produzione interna e alla familiarità dei consumatori con le etichette regionali.
Questo è in gran parte dovuto al fatto che in Portogallo il vino (sia fermo che con le bolle) è soggetto a un’accisa dello 0 per cento, a differenza di molti paesi del Nord Europa, dove le imposte sugli alcolici sono molto più alte. Essendo un grande produttore, il Portogallo beneficia inoltre di costi di produzione relativamente contenuti, che si riflettono sui prezzi al dettaglio. Il risultato è una cultura in cui il vino viene percepito come un prodotto alimentare quotidiano, alla portata di tutte le fasce sociali.
Uve autoctone
C’è infine un altro elemento che racconta bene la peculiarità del Portogallo: la scelta di resistere all’omologazione dei gusti internazionali. Mentre tra gli anni Novanta e Duemila molti paesi hanno sostituito le varietà locali con vitigni internazionali come Cabernet Sauvignon, Merlot e Chardonnay, i produttori portoghesi hanno continuato a puntare sulle proprie uve.
Il risultato è una biodiversità straordinaria, che vede oltre 250 varietà autoctone distribuite nelle diverse regioni vitivinicole del paese. Tra le più importanti, il Touriga Nacional, struttura e carattere dei grandi rossi del Douro; Alvarinho e Loureiro, fresche, minerali e aromatiche, protagoniste del Vinho Verde; il Baga, acida, tannica e dal carattere marittimo, tipica della Bairrada e utilizzata anche per la produzione di spumanti strutturati.
Il vino portoghese è profondamente legato alla cucina locale, dai piatti di bacalhau al maiale da latte arrosto, con ogni territorio che offre i propri vini e i propri abbinamenti. Una relazione così radicata tra vino, cucina e territorio contribuisce a mantenere il consumo di vino locale profondamente integrato nella quotidianità portoghese.
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