Al confine con la Bosnia, la violenza delle autorità croate continua a colpire chi prova a entrare in Ue per chiedere asilo, anche se i respingimenti collettivi per il diritto internazionale sono illegali. «Quando I.T. è arrivato da noi aveva l’arcata frontale della mascella completamente rotta. Aveva quindici anni», racconta Virginia Orsili, operatrice dell’ong Ipsia
Il confine tra Bosnia e Croazia continua a lasciare segni indelebili sui corpi delle persone in movimento. La violenza delle autorità croate continua a colpire chi prova a entrare in Europa per chiedere asilo, e lo fa con particolare crudeltà nei confronti dei minori non accompagnati che attraversano la rotta balcanica.
«Quando I.T. è arrivato da noi aveva l’arcata frontale della mascella completamente rotta. La polizia di frontiera croata l’ha colpito molto forte con un manganello quando ha provato ad attraversare il confine. Aveva quindici anni, ora ne ha diciassette», racconta Virginia Orsili, operatrice dell’ong Ipsia, che gestisce l’unico centro esclusivamente per minori non accompagnati al confine tra Bosnia e Croazia.
Una volta accolto nella safe house, ha intrapreso un percorso di ricostruzione chirurgica molto lungo. L’evento che, in maniera particolare, ha impattato sulla condizione psicologica del minore è stato il fatto che «i croati mi hanno rubato il passaporto. Ora sarei voluto tornare in Siria, o raggiungere la mia famiglia in Turchia, ma non posso perché non ho documenti», spiega I.T.
«Sono andato via dal mio paese quando la guerra ha raggiunto la mia città, volevo arrivare in Europa ma ho capito che gli europei non mi vogliono fra loro». Ora, bloccato nel limbo delle frontiere esternalizzate, ha chiesto asilo in Bosnia dove ha ottenuto la protezione sussidiaria.
Vive nel centro insieme ad altri due ragazzi della sua età. Y.Q., originario della cittadina egiziana di Al Shaqria, è partito da solo quando aveva 13 anni e ha attraversato la Libia, la Grecia, la Macedonia e la Serbia prima di arrivare in Bosnia. Anche lui ha provato ad attraversare il confine ed è stato respinto cinque volte.
Per N.T., diciassettenne gambiano, è bastata una volta sola a farlo desistere dal desiderio di arrivare in Europa. «Era notte quando abbiamo provato ad entrare in Croazia, ci hanno circondato e hanno iniziato a picchiare tutti», ricorda. Lui è stato risparmiato, ma gli è stato impedito di richiedere asilo, nonostante fosse un rifugiato politico in fuga dal Gambia dopo che suo padre è stato ucciso perché dissidente. Entrambi hanno chiesto protezione internazionale a Sarajevo, e sono in attesa di riscontro.
Respingimenti collettivi
I respingimenti collettivi, soprattutto se violenti, sono illegali sia secondo la Convenzione di Ginevra che la Carta dei diritti umani dell’Unione europea. Da anni migliaia di minori sulla rotta li subiscono.
È difficile stabilirne il numero con esattezza, perché i dati di Frontex – l’Agenzia dell’Unione europea della guardia di frontiera e costiera – sono falsati, com’è emerso dall’ultimo report di Save the Children.
L’agenzia nel 2025 ha infatti registrato circa 13mila nuovi ingressi di migranti irregolari, adulti e bambini, numero che si scontra con le richieste d’asilo registrate nei paesi di transito e destinazione. Solo in Croazia, infatti, sono state depositate oltre 14mila nuove domande, di cui 1229 minori non accompagnati. I numeri dei paesi di destinazione sono altissimi, come la Germania dove superano le centodiecimila persone, di cui il 45 per cento minori (il 15 per cento nati da applicanti nel paese durante il processo di registrazione).
«Le testimonianze dei respingimenti parlano di percosse, furti di telefoni, soldi e documenti. In alcuni casi sguinzagliano i cani sui migranti, abbiamo incontrato spesso persone con evidenti morsi sulle braccia o sulle gambe. La pratica più comune», spiega ancora Orsili, «è quella di togliere le scarpe e i vestiti, costringendo le persone in movimento a camminare seminude nella foresta anche d’inverno. Tutto ciò viene applicato ad adulti e bambini senza distinzione».
Istruzione
Una grossa aggravante che pesa sulla condizione dei minori in movimento è la mancanza di accesso all’istruzione. Il centro per minori prevede delle ore settimanali per la scolarizzazione, ma ha una capienza limitata. Il resto dei bambini e degli adolescenti si concentra nel campo profughi di Lipa, a 23 chilometri dalla città più vicina, «e per la mancanza di fondi si pone il problema del trasporto, due volte al giorno, verso e dagli istituti scolastici al campo», continua l’operatrice umanitaria.
Dell’accesso all’istruzione si occupa per mandato Onu Save the Children, che lo garantisce ai minori di 15 anni, «ma, sempre per mancanza di fondi, non ci sono servizi specifici per l’inclusione linguistica» – la scuola pubblica adotta infatti solo il bosniaco – «né per la mediazione culturale o l’assistenza psicologica», conclude.
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