Un discorso da capo di coalizione, quello di Giuseppe Conte. Il presidente chiude Nova con parole lievi sulle discordanze, cariche sui passaggi concilianti, quelli che tengono insieme l'intera coalizione. Quella «a difesa della Costituzione»: l’ex premier spiega che le proposte M5s hanno in comune la sovrapponibilità con la Carta. Insomma, l’autentico interprete, quindi la miglior guida dell’alleanza, è Conte. A valle della due giorni che lo manda a trattare con gli alleati, ottimismo e soddisfazione per l’evento nel partito abbondano. «Ora si imbocca il rettilineo finale», sintetizza un parlamentare. 

Nella lista di cose in comune a tutti gli elettori della coalizione, sono ormai tutti convinti al World Join center a Milano, rientra anche il no agli aiuti militari all'Ucraina per privilegiare la via diplomatica, anche se il presidente del Movimento 5 Stelle evita di affondare il colpo su questo argomento. Certo, spiega a più riprese che di armi non ne andranno più mandate in Ucraina. Il boato è paragonabile solo al momento in cui annuncia che, una volta al governo, «non esiste definire Israele uno stato democratico, non è democratico chi compie un genocidio».

La platea è tutta in piedi quattro-cinque volte durante il discorso, in mezzo ai simpatizzanti per cui le sedute non bastano ci sono anche i parlamentari, ex e attuali, storici. Fanno capolino Alfonso Bonafede e Stefano Buffagni, tornato a essere coordinatore del Movimento milanese, «una croce» scherza un compagno di viaggio. «Pur essendo nato a Milano, il M5s continua a non faticare a risultare interessante per gli imprenditori» spiega con franchezza Gaetano Pedullà, che però sottolinea le proposte economiche del programma, stese assieme a Stefano Patuanelli, che in quel momento passa con Polo e zaino in spalla. Più in là, Paola Taverna segue il discorso al fianco di Roberto Fico, che dal palco ha parlato già sabato. Qualche metro oltre, Virginia Raggi, che per tutta la giornata ha chiacchierato con militanti e concesso selfie, ascolta seria. 

I numeri del processo di votazione delle istanze M5s, a cui hanno partecipato oltre 45mila votanti di cui il 44 per cento non iscritti ai Cinque stelle (un altro dato che dimostrerebbe come la linea di Conte sia condivisa ben oltre i confini del suo elettorato), dimostrano che il sentire dei votanti è forte sul punto delle armi. Il 94 per cento vuole sfilarsi dallo Rearm Eu, il 92 per cento non vuole aumentare le spese per la difesa, e altrettanti votanti ritengono che «continuare a inviare armi allontana la pace». Addirittura il 98 per cento dei votanti vorrebbe vedere finalmente riconosciuto lo stato di Palestina. 

Nodo ucraino

Dal Pd sembrano più sereni sulla questione degli aiuti militari a Kiev, anche se la segretaria tenta di mediare, spiegando che ha visto nei punti di Conte «moltissime cose condivisibili» e promette che «sulle altre discuteremo». Tra i dem fanno esercizio di memoria: «Hanno votato per l’invio tante volte quando erano al governo con noi, perché dovrebbero smettere?» è il ragionamento di un dirigente vicino alla segretaria. Insomma, il nodo non si scioglie: «Fino a che non c'è una pace giusta è giusto sostenere un paese che subisce un'invasione. Su questo discuteremo e troveremo un compromesso» sottolinea nel tardo pomeriggio la segretaria Elly Schlein dal festival di Open

A trovare la soluzione per tenere tutti a bordo, si ragiona però in casa Cinque stelle, dovrà pensare la segretaria: sia per quanto riguarda i riformisti, sia per la presenza in coalizione di Matteo Renzi, che per il Movimento sarà tollerabile solo se disinnescato. In ogni caso, anche per quanto riguarda la norma proposta sui conflitti d'interesse Conte non tira in ballo il capo di Iv. Sarebbe stato un gol a porta vuota di fronte alla platea pentastellata, ma secondo i dem potrebbe essere solo questione di tempo: «È un tema su cui non c’è necessità di mostrarsi moderati perché non attiene alle responsabilità di governo. E poi, picchiando su Renzi si prendono sempre voti, anche tra i nostri», spiegano ancora dal partito. 

Identità e alleanza

La linea del Conte milanese, che basa il rilancio economico del paese su definanziamento del riarmo e prelievo sugli extraprofitti, sembra dunque quella della conciliazione: il leader continua a dirsi progressista, ma disposto a intestarsi un programma «di sinistra», parola da cui rifuggiva fino a poco tempo fa. Stavolta, invece, è disposto all'accoglienza. A patto, certo, che la rivoluzione che si faccia sia «pacifica» ma «radicale»: identità e alleanza, una combinazione di priorità che però mostra come Conte si senta già oltre le primarie. Gazebo e voto online però sembrano ancora la modalità più probabile per individuare il leader che sfiderà Giorgia Meloni: sembra infatti già tramontata l’opzione federatore, visto che i due protagonisti sembrano avere tutta l’intenzione di giocarsela. 

Alla fine, il programma confezionato da Conte e i suoi – non quesiti «predeterminati» ma «una catena umana di confronto democratico» – ha tratti radicali che gli permettono perfino di lanciare un attacco all’arma bianca contro gli ultimi nostalgici della terza via. Neanche una parola per Beppe Grillo, invece, che oggi consegnerà a Fedez e Mr Marra la sua versione dei fatti sullo screzio con il presidente del Movimento. Sia i suoi avvocati che i legali di Conte sono sicuri di vincere la controversia intorno al simbolo a Cinque stelle: in zona via di Campo Marzio sono per altro convinti che lanciare una crociata mediatica serva per rinforzare il caso giudiziario. Conte ostenta tranquillità: Grillo non è più un suo problema. Quasi come i fogli che rappresentano i provvedimenti voluti del centrodestra da abolire, strappati sul palco. 

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