Dopo il passo indietro dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove – dimessosi nella serata di lunedì – il caso della Bisteccheria d’Italia scuote anche la giunta regionale del Piemonte. La vicepresidente della regione, Elena Chiorino, si è infatti dimessa.

Si tratta però solo di un mezzo passo indietro perché l’esponente biellese di Fratelli d’Italia – molto vicina a Delmastro – resterà nella giunta regionale come assessora, mantenendo le attuali deleghe a Istruzione e lavoro. 

Le opposizioni da giorni continuavano a chiedere le dimissioni sue e del consigliere Davide Zappalà. Entrambi soci della srl “Le 5 Forchette” con l’ex sottosegretario e la figlia del prestanome del clan mafioso dei Senese, Mauro Caroccia.

Eppure, la prima seduta del Consiglio regionale piemontese dopo il caso – con all’ordine del giorno anche la lettura dei nomi delle vittime innocenti delle mafie - è stata disertata da Chiorino e Zappalà, così come dal presidente forzista Alberto Cirio, volato a Bruxelles per un vertice con la Commissione europea. Ma che in seguito, in una nota, ha annunciato la sua disponibilità a fornire spiegazioni in occasione della prossima seduta, prevista per il 31 marzo.

Chi si è esposta in modo netto fin da subito è stata la vicepresidente del Partito democratico, Chiara Gribaudo, che ha parlato di «vicenda inquietante in ogni dettaglio». «La valutazione dei se e dei come non ci basta», aveva infatti detto la deputata di origini cuneesi. «Qui non c’è un problema penale. Non per ora, almeno. C’è un’enorme questione morale, etica e politica dalla quale non si può scappare. Questa vicenda non può essere archiviata o derubricata come “leggerezza”».  

Onorevole, le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e della capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, bastano a calmare gli animi politici?

Ovviamente no. Prima di tutto per il caso “Le 5 forchette”: coinvolte c’erano anche altre persone che, a ora, non hanno ancora preso questa decisione. Trovo inspiegabile che l’ormai ex vicepresidente del Piemonte Chiorino abbia rinunciato alla carica ma mantenuto gli assessorati. In secondo luogo è una soluzione doverosa ma tardiva, soprattutto quella dell’ex ministra Daniela Santanchè: fatta dopo la sconfitta al referendum, sa tanto di vendetta tra le forze di governo e non di reale consapevolezza di quanto la situazione sia problematica. Perché Giorgia Meloni ha aspettato la vittoria del No per chiedere le dimissioni di queste persone quando, a detta dei giornali, era a conoscenza degli eventi almeno un mese prima? Non è rispetto istituzionale questo, è resa dei conti e trovare un capro espiatorio per una sconfitta. Gli italiani e le italiane si meritano di meglio, soprattutto di fronte al ministro Nordio che in Parlamento non risponde sulla questione e alla presidente del Consiglio che non si presenta in aula.

Questa vicenda non riguarda solo la politica nazionale, ma tocca anche la giunta regionale del Piemonte: l’ex vicepresidente e assessora al Lavoro e Welfare aziendale, Elena Chiorino, e il consigliere di FdI Davide Zappalà erano entrambi nella società “Le 5 forchette”. Che idea si è fatta riguardo alla loro presenza insieme alla figlia di Mauro Carroccia?

Un’idea sulla loro presenza deve farsela la magistratura, ma non accetto come scusa la non consapevolezza della persona con cui avevano a che fare, soprattutto dopo tutte le foto e le informazioni trapelate anche nelle ultime ore, secondo cui Mauro Caroccia sarebbe stato presente alla firma dal notaio insieme alla figlia per la costituzione della società “Le 5 Forchette Srl”. Quel cognome inoltre è noto e, per quanto la ragazza sia incensurata, è responsabilità di chi ha ruoli pubblici non aprire società con determinate persone. Qui o si tratta di inconsapevolezza o di malafede, in entrambi i casi non ci sono scuse. Rimane invece il dato politico: Chiorino ha lasciato solo la vicepresidenza, Zappalà non si é ancora dimesso e, a quanto pare, non faranno niente di diverso a meno che la direttiva non cali dall’alto. Questo è molto grave, perché intanto ci dà un’immagine chiara di come funzionino le cose all’interno di Fratelli d’Italia e in più fa emergere un quadro che ha dell’inquietante sulla condizione di quel partito, a livello nazionale, regionale e locale, essendo tutte persone che arrivano dalla provincia di Biella. Invece di fuggire, come fatto dalla ex vicepresidente piemontese che non si è nemmeno presentata in Consiglio regionale, dovrebbero, come minimo, dare spiegazioni nelle aule istituzionali.

Perché il presidente di regione, il forzista Alberto Cirio, non ha revocato la delega a Chiorino? Si tratta di rapporti di forza all’interno del centrodestra?

Alberto Cirio aveva detto chiaramente che non intendeva farlo, nascondendosi dietro la motivazione del «lavoriamo insieme da sette anni, è una brava persona». Questa non può essere una motivazione politica. E questa soluzione trovata, mantenere gli assessorati lasciando la vicepresidenza, rappresenta un unicum: per la prima volta nella storia sono state inventate le dimissioni a metà. Indubbiamente poi entrano in gioco rapporti di forza: Fratelli d’Italia alle elezioni del 2024 ha preso il doppio dei voti della lista di Cirio. Questo è un dato da non sottovalutare e che ci spiega perché non può essere il governatore a mandare via Chiorino.

Nel 2019, durante il primo mandato di Cirio, è stato arrestato l’assessore Roberto Rosso con l’accusa di scambio elettorale con la mafia (secondo la Cassazione il processo è da rifare). Secondo lei c’è una questione morale nella classe politica del centrodestra piemontese?

Sono due situazioni diverse, ma entrambe indicano che c’è una permeabilità da parte di una certa politica verso interessi illeciti e una scarsa vigilanza interna sui candidati. In quel caso però Cirio aveva fin da subito isolato il suo assessore. Oggi invece prosegue nella difesa di Chiorino, invece di dissociarsi immediatamente.

Se la vicepresidente Chiorino e il consigliere Zappalà dovessero rimanere al proprio posto che messaggio darebbero ai piemontesi e alle opposizioni in Consiglio regionale?

Un pessimo messaggio. Non per questioni giuridiche, che per ora non sono in discussione, ma per una questione politica precisa. Mentre il sottosegretario si dimette, loro pensano di rimanere sulle loro poltrone, prendendo in giro i cittadini e le cittadine, soprattutto quelli che hanno scelto di votarli. L’opposizione, sia nella dimensione regionale sia nazionale, sta facendo quello che va fatto in questo caso: pretendere le dimissioni. Per dignità delle istituzioni che rappresentano, del paese che dicono di amare, Chiorino, Zappalà e Franceschini devono dimettersi dalle loro cariche e chiarire questa vicenda inquietante in ogni dettaglio.

Quali saranno le prossime, eventuali, mosse del Pd nazionale e piemontese?

Continueremo a chiedere spiegazioni perché queste non sono solo le conseguenze della sconfitta per Meloni al referendum, non possono essere liquidate così. Spiegazioni che però la presidente del Consiglio non vuole darci: non si è presentata in Parlamento e probabilmente continuerà a non prestarsi come ormai da prassi. Al suo posto manda avanti il ministro Nordio che però, come dimostrato, sa solo ripetere come un disco rotto che ha la piena fiducia del governo e che quindi non deve dimettersi. Quello che non hanno capito, ma il messaggio sta iniziando finalmente a passare, è che non hanno più la stima e l’appoggio del paese.

Cosa si aspetta il Pd e l’opposizione tutta dalla prossima seduta del Consiglio regionale, martedì 31 marzo, quando il presidente Alberto Cirio e l’ex vicepresidente di regione Elena Chiorino dovrebbero finalmente riferire in aula in merito alla vicenda?

Il Pd piemontese, insieme alle altre forze di opposizione, ha presentato una mozione per le dimissioni di Elena Chiorino. Attendiamo che almeno ci metta la faccia, cosa non avvenuta questa settimana, insieme al presidente della regione. Anche in questo caso, però, non lo devono al Pd o agli altri partiti, bensì a chi li ha votati e alla cittadinanza in generale.

In Piemonte il No ha vinto con il 53,5 per cento contro il 46,5 per cento dei Si. Pensa che la vicenda di Chiorino e di Zappalà possa aver influito sull’esito del referendum sulla giustizia?

Penso che lo abbia fatto a livello nazionale: Meloni, secondo me, ha sbagliato a chiedere le dimissioni dopo il referendum non solo per un motivo etico ma anche strategico. Se si fosse dissociata prima, sicuramente avrebbe fatto una figura migliore. Penso però che sia sbagliato ricondurre la vittoria del No a questioni esterne al referendum: quella riforma era sbagliata ed è principalmente per questo che è stata bocciata da 15 milioni di persone. Ci sono state indubbiamente anche motivazioni politiche, ma è soprattutto nel merito che andava fermata una proposta che è stata blindata dal ministro Nordio e che non risolveva i reali problemi della giustizia.

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