Giorgia Meloni mantiene una salda relazione con l’Italia industriale. Per abilità e furbizia sue; per attitudine filogovernativa delle rappresentanze datoriali: sicuramente anche per questo. Ma anche – sostengo – per limiti della sinistra, in parte del Pd e molto dei suoi attuali alleati
Il seminario sulla Competitività dell’industria italiana ed europea, svoltosi lunedì a Roma nell’ambito dell’iniziativa L’Europa che vogliamo, promossa dalla delegazione Pd al Parlamento europeo, ha offerto l’occasione di discutere sui temi di maggiore rilievo per la nostra manifattura.
Ce n’era (e ce n’è) a mio avviso bisogno. Da mesi il Pd ha avviato un lavoro molto strutturato sulle politiche industriali per le diverse filiere – coordinato da Andrea Orlando – ed Elly Schlein dialoga regolarmente con le principali rappresentanze del mondo industriale. Eppure è tangibile la diffidenza con cui il produttivo guarda alla sinistra, come sa chi frequenta le varie assise di Confindustria. E lo stesso – con poche eccezioni – vale per artigiani, commercianti e mondo agricolo.
Aiutare chi produce
Non è sempre stato così – non lo era al tempo del Viaggio nell’economia italiana di Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta, e così al tempo dei governi Renzi e Gentiloni. Molti di noi mantengono un dialogo costruttivo, e ci viene in genere riconosciuto, ma senza scalfire l’opinione che si è fatta strada tra gli imprenditori: che la sinistra non rappresenti per loro – in Europa come in Italia – un interlocutore credibile. Ci vedono attenti all’ambiente e alla dimensione sociale, alla redistribuzione, ma non ad aiutare chi produce, più inclini a regolamentare che ad incentivare l’investimento produttivo.
Del resto a Bruxelles la parola «competitività», al centro delle riflessioni di Mario Draghi, non compare tra le priorità del gruppo S&D. Regalata a Ppe e Conservatori, che ne hanno fatto la loro bandiera e che si presentano alle imprese come quelli che si battono per semplificare, per ridurre gli oneri, per la neutralità tecnologica e per una mitigazione delle pretese del Green deal.
Mentre noi appariamo gli strenui difensori non di quella strategia – che nessuno contesta nei suoi obiettivi e che appare, anzi, sempre più necessaria – ma di un metodo di implementazione, fatto di regole e sanzioni, di target super-ambiziosi nonostante gli scarsi strumenti di accompagnamento – che la maggior parte delle imprese legge come causa del proprio svantaggio competitivo.
Non è in discussione la decarbonizzazione, ma i tempi e le soluzioni scelte, e le loro compatibilità con un quadro competitivo di per sé difficile. Dal dicembre 2024 l’Europa ha perso 250mila occupati nella manifattura, un milione nell'indotto. E la proiezione da qui al 2029 è che ne perda altrettanti. La quota della manifattura sul Pil, che la Commissione si ripromette di riportare al 20 per cento, è scesa al 13 per cento.
Tuttavia, noi socialisti continuiamo difendere a spada tratta quell’impianto, Verdi e The Left non ne parliamo. I Popolari, che pure l’hanno approvato nella passata legislatura, si sono invece sfilati da un pezzo, facendosi paladini della competitività e della semplificazione. E non esitano, là dove le nostre posizioni sono più rigide, a costruire maggioranze alternative con le destre.
La strada della transizione
Alle obiezioni delle imprese rispondiamo con un argomento ineccepibile: che la transizione europea necessita di ingenti investimenti, pubblici e privati. È ciò che Mario Draghi ripete in ogni occasione. 600 miliardi di euro all’anno da qui al 2030, secondo la Commissione europea, un quarto dei quali pubblici. Rimarchiamo la necessità di attivare una potente leva di debito comune – com’è stato col Next generation Eu e anzi in una dimensione superiore. E le imprese, va detto, convengono.
Senonché, se gli «ingenti investimenti» non ci sono, che si fa? Se il gruppo dei Paesi frugali – e tra questi la Germania – si oppone ostinatamente non solo al debito comune, ma persino a una minima crescita della dimensione del bilancio europeo, rendendoli impraticabili, che si fa? Si procede come se nulla fosse?
Il Green deal senza investimenti adeguati è un motore in cui ci si è dimenticati di mettere l’olio. Senza investimenti rimangono solo i target super-ambiziosi, le regole e le sanzioni per chi non le rispetta – non incentivi perché gli incentivi costano, a differenza delle multe – ma così non funziona: le imprese soffrono e se la prendono con chi fa finta di non capire che il motore, senza lubrificante, rischia di grippare.
La semplificazione
Si punta sui pacchetti Omnibus, e la Commissione ne ha sfornati a ripetizione. È vero che dell’agenda Draghi la semplificazione rappresenta il frutto più basso, il meno ambizioso, ma è quello che si può cogliere se si hanno le tasche vuote; e dunque – per le imprese – è auspicabile che almeno quello sia colto, mentre noi – che ripetiamo, spesso con buone ragioni, d’essere «favorevoli alla semplificazione, purché non diventi deregolamentazione» – siamo anche qui visti come quelli che frenano.
L’industria è consapevole che la transizione, se accompagnata dai necessari investimenti, rappresenta la giusta direzione, ma chiede realismo, non sogni. E noi, che siamo forti sul “piano A” – l’Europa federale, il superamento dell’unanimità, gli investimenti sostenuti dal debito condiviso – siamo invece in difficoltà nel gestire il “piano B”, che oggi è però l’unico praticabile. Insistere solo sull’orizzonte più ambizioso rischia così di apparire, per imprese che ogni giorno affrontano i costi dei processi imposti da Bruxelles, l’equivalente del tirare la palla in tribuna.
Del resto – per come le vedo – le cose sono abbastanza semplici: se non ci sono i soldi, allora serve flessibilità, che comprende una maggiore neutralità rispetto alle tecnologie; serve pragmatismo rispetto ai target e ai tempi per raggiungerli; se non c’è il debito comune, la regolamentazione va alleggerita e semplificata.
Giorgia Meloni l’ha capito e ha fatto sue le istanze delle imprese. La polemica contro le regole eccessive dà voce a un sentire diffuso. Criticare un Green deal ridotto a sole norme e sanzioni significa parlare a un pezzo largamente maggioritario del sistema produttivo che nell’immediato vive la transizione ecologica – priva di investimenti a supporto – come un vincolo anziché come un’opportunità.
La differenza con Meloni
A Meloni viene così perdonato persino il fatto di opporsi al superamento del diritto di veto, che impedisce la riforma della governance europea e contribuisce a rendere l’Unione debole e poco incisiva, a danno anche della produzione. E le è consentito criticare l’Ue senza apparire anti-sistema, perché il mondo produttivo vede in lei un punto di riferimento.
Si badi: senza che abbia fatto nulla per la crescita del Paese, che infatti non c’è; senza proporre nulla che somigli a una politica industriale; avendo anzi definanziato l’industria sottraendole le risorse dell’Ace, del fondo automotive e avendo pasticciato come non mai tra Transizione 5.0, crediti d’imposta e iper-ammortamento. Senza essersi minimamente opposta ai dazi di Trump, anzi – avendo frenato la reazione dell’Unione europea. Senza capacità di gestire situazioni complesse come quelle di Stellantis o dell’Ilva; assistendo passivamente alla crisi di interi comparti.
Eppure, grazie alla stabilità di governo e dei conti pubblici, promettendo un rapporto meno ostile col fisco e, soprattutto, proponendosi come argine all’eccesso di regolazione europea, Meloni mantiene una salda relazione con l’Italia industriale.
Per abilità e furbizia sue; per attitudine filogovernativa delle rappresentanze datoriali: sicuramente anche per questo. Ma anche – sostengo – per limiti della sinistra, in parte del Pd e molto dei suoi attuali alleati. Per un nostro sovrappiù di idealismo, dirigismo, statalismo, ma soprattutto per un nostro difetto di realismo.
E ancora, se posso: per una nostra irrisolta diffidenza nei confronti dell’iniziativa privata, del rischio d’impresa e della ricchezza che se ne può generare – come se non avessimo ancora metabolizzato il fatto che da lì, e non da altre magiche fonti, nascono il lavoro, la prosperità e la sicurezza di una comunità –, diffidenza che gli imprenditori percepiscono e sono portati a ricambiare.
Se vogliamo riconquistare la fiducia del mondo dell’impresa, cosa che considero necessaria per una forza politica che ambisca al governo del Paese, c’è molto lavoro da fare.
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