Per il tredicesimo anno consecutivo il leader della Lega arriva in Romagna per la festa del suo partito. Ma la platea conta pochi fedelissimi e il vicepremier sminuisce: «Ho incontrato tanti ragazzi che mi hanno chiesto un selfie. Ma adesso sono andati a ballare»
Ci sono riti che resistono al tempo più dei sondaggi. Succede alla festa della Lega di Cervia e Milano Marittima, arrivata alla tredicesima edizione, dove ogni anno il copione ha sempre lo stesso protagonista: Matteo Salvini. Arriva in bicicletta, rilascia interviste, si concede ai selfie, attraversa gli stand, stringe mani, scherza con i volontari.
L’anno scorso aveva chiuso la bici con un lucchetto dietro il palco, quest’anno per non ripetere un copione prevedibile l’ha consegnata a uno dei suoi. Accanto al leader della Lega c’è la fidanzata, Francesca Verdini, vent’anni più giovane, che lo ha accompagnato nella tappa romagnola. Prima dell’incontro sul palco, di fatto un comizio perché privo di qualsiasi tipo di contraddittorio, il vicepremier si ferma a cenare con piadina e cappelletti, consumati tra le panche di legno degli stand, mentre i volontari sono intorno a lui.
Dove sono gli elettori?
È l’immagine che gli organizzatori cercano di conservare da anni: una festa popolare, fatta di cucina romagnola, famiglie e militanti. Quest’anno è impossibile non notare la presenza esigua di persone: un centinaio tra militanti seduti e curiosi che passano e si fermano prima di proseguire il giro tra le bancarelle lungo il canaletto.
Nel gazebo del merchandising firmato Lega si possono stampare magliette con il volto di Mario Roggero, il gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi dopo avere ucciso due rapinatori in fuga, accompagnate dalla richiesta di concedergli la grazia. È uno dei simboli scelti per raccontare l’identità della manifestazione. Che l’antico splendore sia in crisi si legge nel programma: assenti i governatori del Nord, per vedere un esponente di governo si dovrà aspettare Giuseppe Valditara domenica sera.
Salvini conosce il suo popolo, non concede spazio alla nostalgia e rilancia: «Mentre venivo qui tanti ragazzi e ragazze mi hanno fermato per un selfie, adesso saranno andati tutti a ballare», dice dal palco, trasformando la poca partecipazione in un dettaglio da liquidare con leggerezza. Dunque inizia con la lista dei cavalli di battaglia. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti torna a chiedere un contributo straordinario a banche e società energetiche per abbassare il costo del carburante e ribadisce: «Niente tassa sulle sigarette», invoca lo scioglimento dei No Tav come «organizzazione terroristica», cavalca quanto accaduto a Ceuta mettendo in fila tutte le fake news girate ovunque nelle ultime ore: dalla regolarizzazione di quasi un milione di «clandestini» da parte della Spagna all’«invasione islamica». E infine scandisce: «Blindiamo le frontiere».
Cavalli di battaglia
Ma è sempre Salvini padre che riscuote i maggiori applausi: «Il pericolo per i nostri figli è l’estremismo islamico che è già in Europa. Io ho paura per i miei figli». Poi dopo avere raccontato di essere cresciuto con la foto di Umberto Bossi accanto a quella di Franco Baresi, a cui dedica un ricordo da tifoso appassionato, Salvini s’improvvisa professore di storia. «Dopo il liceo classico ho studiato Storia all’università», racconta e parte dalla battaglia di Poitiers del 732 per arrivare alle Torri Gemelle del 2001 e mettere in fila la «cavalcata dei musulmani alla conquista dell’Occidente».
«La Lega è al lavoro su un decreto Islam, l’obiettivo è contrastare l’islamizzazione». Cita l’Eurabia coniata da Oriana Fallaci e a intervalli regolari di dieci minuti ripete che bisogna «democraticamente» contrastare l’invasione, ma alza i decibel per profetizzare la guerra islamica che sarà.
Sempre sullo stesso filone a un certo punto tenta un endorsement fittizio alla comunità Lgbtqia+: «È una vergogna che nel 2026 una persona omosessuale venga perseguitata come accade in certi paesi. Io penso che ognuno a casa sua possa amare chi vuole». La platea resta tiepida, spaesata, il tema è complesso per chi da decenni si sente ripetere solo: «L’italia agli italiani». Allora lui li rincuora: «Ma la mamma è una donna e il papà è un uomo e la famiglia è quella tradizionale». E come fosse l’occitano antico, a cui sono stati educati, applaudono spontanei.
Se ci improvvisiamo tutti a professori universitari di storia è doveroso tirar fuori questa lingua parlata e scritta tra l’VIII e il XV secolo, la lingua dei trovatori, il primo grande volgare letterario d’Europa. Ma le mani sbattono più forte quando il vicepremier alza i toni sulla sicurezza e tuona: «Voglio far sparire tutti i maranza».
Poi è la volta dell’opposizione: «Se Enrico Berlinguer vedesse per 15 giorni l'agire di Schlein, Bonelli e Fratoianni penso che si vergognerebbe della sinistra che c'è oggi in Italia, che di tutto si occupa fuorché dei lavoratori e degli operai». E sulla crisi del suo partito smentisce: «Nessuna crisi, siamo al governo con cinque ministri, 500 sindaci e governiamo 14 regioni. Ci vediamo tutti a Pontida».
Dopo un’ora e più, Salvini decide di salutare, fa salire sul palco chi vuole un selfie con lui, chiede una birretta e congeda così la tradizionale tappa romagnola.
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