Una commissione usata «come una clava», con alcuni casi di «linciaggio», un attacco al giornalismo di inchiesta, e infine le indagini parallele che sfidano apertamente e temerariamente quelle delle procure. Per le opposizioni è questa la sostanza della relazione di maggioranza dell’Antimafia guidata dalla meloniana Chiara Colosimo e approvata questa settimana. Ora, è vero che nella storia parlamentare le commissioni Antimafia sono sempre state terreno di scontro duro fra forze politiche.

Ma secondo il senatore dem Walter Verini, Capogruppo Pd in Antimafia, il governo delle destre post missine ha fatto un salto nel tentativo di piegare l’organismo «a interessi di partito e di propaganda». Verini è uno degli estensori della relazione di minoranza firmata da Pd, M5s, Avs e Aurora Floridia del gruppo Misto. Colosimo, in un’intervista al Corriere della Sera, insinua che non sia una relazione unitaria. Verini spiega che non è vero, lo è. «Ma poi, accanto ad essa, Cafiero De Raho», l’ex procuratore antimafia oggetto di un vero character assassination, «ha depositato precise controdeduzioni di natura più tecnica e personale».

Verini ricapitola: «La destra ha usato una vicenda ancora in gran parte oscura, il caso “Striano” (gli accessi abusivi alle banche dati della Dna, indagati l’ex finanziere Striano e l’ex pm Laudati, ndr) per colpire le opposizioni e il giornalismo. Per sostituirsi alle procure pretendendo di dettare le ipotesi di reato, le persone da indagare». È, aggiungiamo noi, il metodo Meloni sugli scontri di Torino e sul “fattaccio” di Rogoredo. «E mettendo nel tritacarne figure di istituzioni e vertici delle forze dell’ordine che non sono neppure indagate», si riferisce soprattutto al cannoneggiamento contro De Raho, capo della Dda all’epoca degli accessi nelle banche dati.

Il motivo di questa torsione è duplice, spiega. Il primo è che «non hanno senso delle istituzioni. La tentata lapidazione di un magistrato integerrimo come De Raho è grave e immotivata. Hanno persino provato ad inventarsi una norma per cacciare dalla commissione lui e un altro magistrato antimafia, Roberto Scarpinato». Il secondo motivo è che «se proprio si volesse trovare nella vicenda Striano un qualche filo politico, beh, allora si potrebbe dire che questi personaggi per frequentazioni, affinità anche familiari o appartenenza ad aree della magistratura, sono vicini al mondo berlusconiano, e al sottosegretario Mantovano. Laudati è uno di questi. Ma noi non usiamo lo stesso loro cinismo antistituzionale». Quanto alla vicenda degli atti di impulso che De Raho ha dato sui casi dei finanziamenti alla Lega, secondo Colosimo, mirati a nemici politici, «anche qui c’è speculazione: De Raho ha chiarito che gli accessi abusivi di Striano non c’entrassero niente con questi atti, nati in seguito ad iniziative investigative di direzioni distrettuali Antimafia».

La sfida alle procure

Poi ci sono quelle che Verini definisce «invasioni di campo» nei confronti delle procure: nella relazione «si indicano ipotesi di reato, personalità da indagare. Sembra un antipasto del rapporto politica-magistratura nel caso di vittoria del SÌ al referendum. Addio indipendenza. E questa esondazione viene praticata anche verso procure dirette da magistrati di grande valore, come quella di Perugia il cui capo è Raffaele Cantone». «Detto questo, valutiamo positivamente il lavoro di prevenzione e contrasto intrapreso alla Dna dal procuratore nazionale Giovanni Melillo, per impedire che fatti analoghi possano ripetersi. La commissione avrebbe potuto contribuire, magari in cooperazione con il Copasir, a definire proposte per rafforzare la sicurezza delle banche dati. Invece hanno scelto di usarla come un manganello».

Viceversa, «la maggioranza non si pone alcune domande molto serie. Sui casi Equalize e Paragon, per esempio. Non solo. Aspettiamo ancora risposte: con chi ce l’aveva il ministro Crosetto quando, prima della denuncia sul caso Striano, dichiarò “di essere stato spiato dai servizi” e “che era stata messa a rischio la sicurezza del Paese”? Meloni non ha fiatato. E così l’autorità delegata ai Servizi segreti Mantovano. Perché? Non è da escludere che all’ombra di queste vicende si stiano giocando partite di potere nella destra e dentro la stessa Fdi. E si svolgano indicibili regolamenti di conti».

Il giornalismo d’inchiesta

E poi c’è Domani, nel mirino della relazione di maggioranza. I cui giornalisti che, secondo Colosimo, non si limitano «a raccontare la politica» ma vogliono «farla, influenzarla, orientarla attraverso la manipolazione di informazioni illecitamente acquisite». È, per Verini, «grave e irricevibile, un attacco frontale al giornalismo d’inchiesta. Se ci sarà un giudizio, i vostri giornalisti sapranno dimostrare la loro correttezza. Ma quello che è inaccettabile è che si parli ancora di “dossieraggio”, come se ci fosse stata una compravendita di notizie a scopo di ricatto. Non concepiscono che si possano cercare notizie o riscontri per una cosa che si chiama diritto di informare e di essere informati. Si pretende, nella relazione, perfino di indicare i perimetri dell’informazione, dimostrando di ignorare il ruolo, nelle democrazie liberali, dei contropoteri. Non grido al fascismo, ma in quest’insofferenza trovo tratti illiberali, una variante italiana di quelli praticati da Trump e Orbán».

La conclusione di Verini è amara: «Usano l’Antimafia come una clava. Sul caso Striano, ma anche per riscrivere la storia delle stragi, negando in radice la possibilità di andare avanti nella ricerca dei fili politici anche nazionali dell’estremismo nero negli anni dello stragismo».

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