Mentre 1,7 milioni di persone vivono ancora in campi profughi privi di servizi igienici e dove gli allagamenti sono frequenti, la fine delle ostilità non c’è stata: raid aerei, bombardamenti di artiglieria e attacchi con droni israeliani hanno continuato a colpire edifici e rifugi uccidendo almeno 700 palestinesi e ferendone circa 1.600. Migliaia di persone lasciate senza cibo e accesso alle cure mediche
Il piano di cessate il fuoco a Gaza, promosso dall’amministrazione Trump e approvato dalla Risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, finora è fallito. Sei mesi dopo l’annuncio delle tregua, cinque organizzazioni umanitarie dichiarano che gli attacchi militari da parte del governo israeliano non si sono fermati, uccidendo centinaia di civili. Il piano che avrebbe dovuto essere applicato per affrontare la crisi umanitaria in corso è «gravemente carente», con migliaia di persone sfollate lasciate senza cure e accesso al cibo.
Oxfam, Refugees International, Save the Children, Consiglio danese per i rifugiati e Consiglio norvegese per i rifugiati hanno svolto un monitoraggio sul campo valutando i progressi compiuti rispetto agli impegni dichiarati nel piano di intervento. Per la protezione dei civili, l’accesso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, la sua ricostruzione e la libertà di movimento, quanto promesso sarebbe stato attuato solo in minima parte o non sarebbe stato attuato affatto.
Mentre 1,7 milioni di persone vivono ancora in campi profughi privi di servizi igienici e dove gli allagamenti sono frequenti, la fine delle ostilità a Gaza non c’è stata: raid aerei, bombardamenti di artiglieria e attacchi con droni israeliani hanno continuato a colpire edifici e rifugi uccidendo almeno 700 palestinesi e ferendone circa 1.600. Save the Children riporta che nei sei mesi del cosiddetto cessate il fuoco sono stati uccisi o feriti due bambini al giorno.
Secondo il monitoraggio, sebbene l’accordo abbia garantito il rilascio di ostaggi israeliani e di alcuni detenuti palestinesi riducendo parzialmente gli attacchi, il loro prolungarsi continua a provocare vittime, violando la risoluzione Onu e le promesse del Board of Peace, di cui il governo italiano è osservatore esterno.
«Non è possibile affermare che Israele stia rispettando gli impegni presi e che gli Stati Uniti si siano impegnati per far rispettare questo piano. Anche se l’intensità della violenza si è ridotta, non è possibile parlare di cessate il fuoco a Gaza» ha detto da Washington Jeremy Konykndyk, presidente di Refugees International, durante la conferenza stampa di giovedì 8 aprile in cui sono stati resi pubblici i risultati dell’analisi congiunta con le altre organizzazioni umanitarie.
Allo stesso tempo, spiega Konykndyk, uno degli obiettivi non rispettati è quello della ricostruzione di Gaza. «Sistemi essenziali come quello sanitario, idrico ed energetico sono stati distrutti in modo apparentemente intenzionale durante la guerra e non vengono ricostruiti». Oltre l’80 per cento delle infrastrutture per l’erogazione dell’acqua e dei servizi igienico-sanitari sono danneggiate e fuori uso, così come gran parte degli ospedali. Il numero di quelli funzionanti almeno in parte è salito a 19 a marzo, erano 14 a ottobre 2025. La carenza di materiale medico rimane tuttavia grave, con circa la metà dei dispositivi medici essenziali esauriti.
Alla crisi sanitaria si aggiunge quella scolastica: oltre 637 mila bambini e bambine in età scolare attualmente non vanno a scuola. Succede per il terzo anno consecutivo dall’inizio della guerra a Gaza, mentre il 90 per cento degli edifici scolastici rimane distrutto o inutilizzabile.
Negli ultimi sei mesi nemmeno la libertà di movimento della popolazione palestinese è migliorata. Anzi, a marzo le autorità israeliane hanno esteso la zona cuscinetto militarizzata che taglia da nord a sud la Striscia di Gaza. In questa zona vivono circa 14mila famiglie e sono stati uccisi almeno 200 palestinesi. Molti rifugi collettivi delle Nazioni unite si trovano ora all’interno dell’area controllata da Israele e sono di fatto inaccessibili. L’espansione ha anche impedito all’Unrwa (l’agenzia Onu per il soccorso dei rifugiati palestinesi) di aprire una struttura medica nel nord di Gaza, dove secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità non sono presenti ospedali.
L’estensione di questo confine ha colpito anche le operazioni umanitarie, unica fonte di sostentamento per la maggioranza della popolazione, spiega Ghada Al Haddad, referente di Oxfam a Gaza: «Molte persone hanno perso le loro fonti di reddito e dipendono dagli aiuti umanitari. Le famiglie non hanno abbastanza cibo, razionano quel poco che hanno, l’acqua potabile scarseggia. Interi quartieri hanno ancora sistemi idrici mal funzionanti perché le attrezzature necessarie per ripararli non possono entrare a Gaza. Alcuni dei camion che superano il confine trasportano aiuti umanitari, ma la maggior parte è carica di merci accessibili solo a quella minoranza di persone che ha ancora denaro da spendere».
A marzo, il numero di camion in entrata a Gaza è diminuito dell’80 per cento e il prezzo dei beni di prima necessità è aumentato in modo drastico. Nelle ultime settimane, raccontano le organizzazioni, le condizioni sono ulteriormente peggiorate a causa della guerra guidata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con valichi di ingresso ripetutamente chiusi ed evacuazioni mediche bloccate.
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