In un recente tour della regione di Kharkiv, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ammirato le fortificazioni messe in piedi dalle autorità locali e ha messo all’indice i leader delle altre regioni sulla linea del fronte. «Quando vedo queste potenti difese qui, ma non in altre regioni chiedo ai loro governatori: siete sicuri di aver fatto abbastanza?». 

Zelensky è tornato sul tema delle nuove linee difensive anche nella sua conferenza stampa di fine anno, un segnale che le autorità di Kiev stanno concentrando gli sforzi nel preparare nuove fortificazioni e rendere ancora più difficili nuove avanzate dall’esercito russo. Ma è anche il segnale che il 2023 della guerra in Ucraina finisce con un fronte immobile. Uno stallo da Prima guerra mondiale, come lo ha definito il comandante in capo delle forze armate di Kiev, Valery Zhaluzhny, in cui i contendenti non sognano più grandi manvore in grado di vincere la guerra, ma pensano solo a scavare trincee e bunker sempre più profondi.

Bakhmut

Oggi il punto focale del fronte è la città di Avdiivka, nella regione di Donetsk. Circondata dai russi su tre lati è sotto intensi attacchi ormai dal mese di ottobre, ma gli ucraini continuano a difenderla. Sembra una situazione identica a quella di un anno fa, quando il 2023 è iniziato con l’assedio di Bakhmut, un’altra città del bacino del Donbass, situata a meno di cento chilometri più a nord. Ma le circostanze erano molto differenti.

Il leader mercenario Evgenij Prigožin e la sua Wagner erano al culmine del loro potere e guidavano gli assalti alla città con le loro unità di carcerati liberati dai campi di prigionia. Gli ucraini erano reduci dalla liberazione della regione di Kharkiv e Kherson, nell’autunno del 2022, ed erano abbastanza sicuri delle loro difese da aver ritirato diverse unità dal fronte per organizzare la loro controffensiva di primavera. Alla fine di gennaio, il via libera da parte della Germania e degli altri alleati all’invio di moderni carri armati nel paese aveva prodotto una nuova ondata di entusiasmo e di speranza.

Mentre gli ucraini si preparano, però, a Bakhmut la situazione peggiora. A marzo, gli alleati iniziano a suggerire a Kiev di lasciare la città e concentrarsi sui preparativi per la controffensiva. Ma per molti ucraini, la città che Zelensky ha annunciato di voler difendere ad ogni costo, è diventata un simbolo. A febbraio, il gruppo ucraino Antytila canta a Sanremo il brano “Fortezza Bakhmut”, che celebra la disperata difesa della città.

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L’ammutinamento di Prigožin

Bakhmut alla fine viene occupata negli ultimi giorni di maggio, dopo quasi un anno di combattimenti. Simbolicamente è un’importante vittoria russa, la prima di qualche dimensione dopo i primi giorni dell’invasione.

Ma analisti ed esperti giudicano la campagna invernale condotta dall’esercito russo un fallimento. Il gruppo Wagner ha pagato cara la conquista della città e le difficoltà della battaglia hanno esaperato lo scontro tra il leader mercenario e gli alti comandi dell’esercito, il ministro della Difesa Sergei Shoigu e il capo di stato maggiore Valery Gerasimov.

Il 6 giugno, Prigožin si ribella e marcia con le sue truppe su Mosca, salvo fermarsi a duecento chilometri dalla città dopo un negoziato in extremis. Prigožin morirà due mesi dopo in un misterioso incidente aereo insieme ai capi della sua organizzazione.

La controffensiva

Pochi giorni prima della ribellione di Wagner, gli ucraini lanciano la loro controffensiva. Le truppe addestrate nel corso dell’inverno e armate dei nuovi equipaggiamenti Nato attaccano a sud, nella regione di Zaporzizhia, per tagliare il corridoio di terra che unisce la Crimea alla Russia, e a est, per liberare Bakhmut. Gli obiettivi sono ambiziosi: gli ucraini puntano ad arrivare al mare, 90 chilometri più a sud. Il popolare capo dell’intelligence Kyrilo Budanov dice che la Crimea potrebbe essere liberata nel corso dell’estate.

I primi giorni di combattimenti però sono una doccia fredda. Gli ucraini subiscono pesanti perdite nei loro attacchi e le propaganda russa diffonde immagini dei nuovi carri armati Nato distrutti. Molti veicoli saranno recuperati e riparati nelle settimane successive, ma le prime settimane di combattimento rivelano una preparazione inaspettata da parte della Russia.

I primi problemi sono già evidenti. Le forze armate del Cremlino hanno creato giganteschi campi minati di fronte alle loro posizioni e gli ucraini faticano a oltrepassarli. Tra giugno e luglio, Kiev cambia tattica. Ordina alle sue truppe di smontare dai blindati e di attaccare a piedi. Dopo alcuni piccoli successi sul fronte meridionale, il morale migliora e una vittoria inizia a sembrare possibile.

Lo stallo

Si tratta di un’illusione. I russi spostano nuove risorse sul fronte meridionale e stabilizzano una situazione che sembrava precaria. Dopo aver sfondato la prima linea russa nei pressi del villaggio di Robotyne, gli ucraini hanno ormai terminato le riserve con cui attaccare la seconda e la terza. Alleati, militari e politici ucraini iniziano un dibattito sulle cause del fallimento che non si è ancora esaurito.

Per Kiev, la causa principale è la mancanza di armi adeguate. In particolare, la controffensiva sarebbe stata ostacolata dalla mancanza di munizioni di artiglieria, missili a lungo raggio e jet da combattimento. Gli alleati rimproverano agli ucraini di aver disperso le forze su vari fronti, quello di Bakhmut in particolare, invece che concentrarsi sul fronte meridionale e di aver atteso troppo a lanciare la controffensiva, dando così tempo ai russi di fortificare le loro posizioni.

Gli ucraini rispondono che il ritardo era dovuto alla lentezza del consegne di armi da parte degli alleati e che attaccare in una sola direzione avrebbe significato abbandonare ai russi una parte del paese. Nel frattempo, tutti sono d’accordo sulle nuove condizioni prodotte sul campo di battaglia da tecnologie come droni e dei proiettili di precisione, che hanno reso ancora più complicato lanciare un’offensiva di successo. 

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L’offensiva russa

Che il fallimento della controffensiva non sia solo “colpa” degli ucraini o dei loro alleati viene reso più chiaro quando a ottobre i russi passano all’attacco. Il loro obiettivo sembra ancora una volta quello dello scorso inverno: la completa occupazione delle regioni di Luhansk e Donetsk.

La nuova offensiva invernale russa inizia come quella ucraina a giugno, con grandi attacchi di mezzi corazzati, e va incontro alla stessa sorte. «Sui nostri monitor vedevamo 140 veicoli russi in fiamme, tutti colpiti entro quattro ore da quando erano entrati a portata di tiro della nostra artiglieria», ha detto Zaluzhny parlando dei primi giorni della battaglia di Avdiivka, a inizio ottobre.

La politica

Secondo i calcoli dell’Institute for the study of war, un centro studi americano che utilizza informazioni pubbliche per mappare il conflitto, in un anno di combattimenti in Ucraina è passato di mano un territorio inferiore alla superficie del comune di Roma, poco più di 800 chilometri quadrati – i russi avrebbero  occupato qualche centinaio di chilometri quadrati in più di quanti liberati dagli ucraini. Il prezzo di questo stallo è di circa 200mila tra morti e feriti per Kiev e altri 300mila per Mosca, secondo le stime diffuse dal Pentagono americano.

Politicamente, l’Ucraina sembra aver pagato il prezzo più alto per questo stallo. A Kiev è in corso uno scontro strisciante tra Zelensky e il suo capo di stato maggiore Zaluzhny. Fiutando la debolezza del presidente, l’opposizione interna ha rialzato la testa mentre sono comparse nuove figure politiche, per ora marginali, che chiedono esplicitamente negoziati di pace.

Con lo stop temporaneo agli aiuti destinati a Kiev da parte di Stati Uniti ed Unione europea, il presidente russo Putin sembra soddisfatto dell’attuale stallo. Per cambiare la situazione al fronte avrebbe bisogno, sostengono gli esperti, di una nuova mobilitazione militare, una mossa impopolare e che sarà probabilmente rimandata a dopo le elezioni presidenziali fissate per il prossimo marzo.

Nel frattempo, ostenta sicurezza: nella sua conferenza stampa di fine anno ha ribadito che gli obiettivi dell’invasione restano «denazificazione, demilitarizzazione» e imposizione di uno status «neutrale» all’Ucraina.

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