Trump fa dietrofront su Project Freedom aprendo la via a nuovi negoziati. La priorità è Hormuz, poi 30 giorni di colloqui su nucleare, sanzioni e basi
L’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran sembra possibile. A oltre due mesi dall’inizio dell’operazione Epic Fury, l’intesa sarebbe vicina. Il primo segnale in questa direzione è la sospensione della missione Usa Project Freedom, durata solo due giorni, con la quale l’esercito di Washington è riuscito a far attraversare solo sei navi nello stretto di Hormuz.
L’altro segnale è la reazione di Tel Aviv. Dopo la rivelazione di Axios, secondo cui le delegazioni di Iran e Stati Uniti starebbero per firmare l’accordo, un funzionario israeliano ha detto alla radio dell’Idf che il governo Netanyahu non ne era a conoscenza e che si stava preparando a una nuova campagna militare.
La reazione di Israele
Successivamente un altro funzionario è subito corso ai ripari: «Il primo ministro Benjamin Netanyahu è in contatto continuo con il presidente Donald Trump e si sentono quasi ogni giorno. C'è una comunicazione diretta tra lo staff del primo ministro e il team del presidente», ha detto ai media dello Stato ebraico. Quel che è certo è che Netanyahu mercoledì ha avuto un colloquio telefonico con la Casa Bianca e ha convocato una riunione del gabinetto di sicurezza per prepararsi a ogni scenario possibile nel caso in cui le mediazioni falliscano.
A essere ottimista su un possibile accordo è anche Ayaz Sadiq, speaker del parlamento pakistano, paese mediatore principale, che mercoledì durante un evento a Roma ha detto: «Sono positivo riguardo al fatto che la fine della guerra tra Usa e Iran sia una questione di giorni. Spero che si possa raggiungere un accordo, sulla base di un memorandum, prima della visita del presidente Trump in Cina», ha detto. E poi ha aggiunto: «Non posso rivelare tutto al momento, ma sono in arrivo soltanto buone notizie».
Alla Casa Bianca si mantiene cautela. Troppi gli annunci sulla fine della guerra dispensati negli ultimi due mesi che alla fine non hanno portato ad alcun risultato. Per Trump l’accordo potrebbe avvenire prima della sua partenza per la Cina: «È possibile», ha detto mercoledì. Le due delegazioni dovrebbero ritrovarsi a Islamabad la prossima settimana. Forse per la firma finale. Un altro segnale distensivo è il rientro della portaerei Usa, Gerald Ford, nel suo porto di base in Virginia.
Ma a calmare gli entusiasmi sono stati gli iraniani stessi. L’agenzia stampa Tasnim ha citato fonti informate del regime secondo cui la proposta degli Usa «contiene diverse clausole inaccettabili». Inoltre, secondo Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione per la sicurezza nazionale, la bozza degli Usa è una «lista dei desideri americana» e «non una realtà».
Sulla svolta diplomatica è intervenuto anche il presidente del parlamento iraniano, Mahammed Bagher Ghalibaf, interlocutore principale nelle trattative. «Tutti dobbiamo sapere che siamo coinvolti in una delle più grandi guerre della storia recente dell’Iran. La vittoria finale renderà l’Iran un attore influente nel sistema internazionale e sarà la base per il progresso materiale e spirituale del paese», ha detto Ghalibaf annunciando di fatto una futura vittoria in caso di accordo.
A pesare negli equilibri sarà anche la situazione in Libano, dove mercoledì l’Idf ha compiuto l’ennesimo attacco nonostante la tregua in corso. L’ultimo raid è avvenuto nel sud di Beirut, dove sarebbe stato ucciso un comandante di Hezbollah.
Il piano
La diplomazia sta lavorando a un piano che dà priorità alla fine del conflitto. Di tutto il resto: programma nucleare, le basi statunitensi nel Golfo, il destino dei 440 chili di uranio arricchito e l’eliminazione delle sanzioni iraniane, si discuterà in una fase successiva che durerà un mese. Per quanto riguarda il programma di arricchimento nucleare si pensa a una moratoria che dura oltre dieci anni e il trasferimento delle scorte attuali in uno stato estero. Tra i paesi candidati c’è la Russia, ma non si esclude che un ruolo in questo senso possa averlo anche la Cina di Xi Jinping.
Mercoledì il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si trovava a Pechino per discutere con il suo omologo cinese delle trattative. Al termine del vertice il capo della diplomazia iraniana ha detto che accoglie con favore la proposta di quattro punti «per il mantenimento e la promozione della pace e della stabilità regionale» presentata il mese scorso.
Il piano di Pechino, oltre a prevedere un cessate il fuoco, chiede anche l’apertura immediata dello stretto di Hormuz, dove attualmente sono “intrappolate” circa 1.200 navi e oltre 20mila marittimi. Resta da capire con quali modalità sarà ripresa la navigazione.
Negli ultimi due mesi le autorità iraniane hanno istituzionalizzato il passaggio prevedendo tariffe da pagare, nonostante sia contro il diritto marittimo, essendo quello di Hormuz uno stretto naturale. Intanto la coalizione dei 40 paesi, guidati dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer, è pronta per iniziare nelle prossime settimane la sua missione difensiva Hormuz.
L’obiettivo, anche qui, è assicurare un transito sicuro alle navi mercantili. Non è un caso se mercoledì la portaerei Charles De Gaulle ha attraversato il canale di Suez verso il mar Rosso meridionale. Proprio a Hormuz mercoledì è stata attaccata una nave del gruppo marittimo francese Cma Cgm. Ma non è stata l’unica, gli Usa hanno invece preso di mira una petroliera iraniana.
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