È la settima volta dall’insediamento del presidente Usa che i due leader si incontrano. Al centro il dossier iraniano ma incombe sui colloqui anche la questione Gaza. Il premier israeliano richiede una svolta definitiva: la cessazione del supporto iraniano ad Hamas sul fronte palestinese, e a Hezbollah, su quello libanese
Proprio alla vigilia delle celebrazioni per l’anniversario della “vittoria della Rivoluzione islamica”, il premier israeliano si imbarca per Washington: incontrerà Trump per la settima volta dal suo insediamento alla guida della Casa Bianca. L’incontro avverrà mercoledì 11 alle undici. Anche se il dossier Iran occupa il centro della scena diplomatica tra i due leader, incombe sui colloqui anche la questione Gaza, altro detonatore irrisolto di instabilità regionale.
«Presenterò al presidente Donald Trump le nostre opinioni sui principi negoziali. Questi sono importanti non solo per Israele, ma per chiunque desideri pace e sicurezza», ha affermato Netanyahu, con l’intento chiaro di includere nel perimetro dell’intesa non solo il programma nucleare, ma anche l’architettura delle alleanze e sostegni regionali di Teheran.
Il premier israeliano richiede una svolta negoziale definitiva: la cessazione del supporto iraniano ad Hamas sul fronte palestinese, e a Hezbollah, su quello libanese. «Netanyahu, che sarà a Washington fino a mercoledì, ha trascorso la sua decennale carriera politica spingendo per un’azione più incisiva degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran. Questi sforzi», ricorda il Washington Post, «hanno avuto successo l’anno scorso, quando gli Stati Uniti si sono uniti a Israele in 12 giorni di attacchi contro i siti militari e nucleari».
Colloqui incrociati
Passaggi cruciali, colloqui, formali e informali, proseguono in modo incrociato. In seguito ai negoziati che si sono tenuti la settimana scorsa a Muscat, in Oman, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, in una serie di colloqui telefonici con gli omologhi di Turchia, Egitto e Arabia Saudita, ha posto l’accento martedì su una condizione preliminare imprescindibile: «Eliminare la sfiducia sulle intenzioni e obiettivi di Washington» per raggiungere una soluzione diplomatica e prevenire un’escalation.
Nel quadro di una diplomazia regionale che si fa sempre più fitta, Ali Larijani, presidente del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, si prepara al pari a tenere una serie di colloqui ancora in Oman, con il sultano Haitham bin Tariq e con il ministro degli Esteri Badr bin Hamad al-Busaidi. A ribadire l’urgenza del percorso negoziale – «Prima è, meglio è» – è intervenuto anche il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, precisando che Teheran ha avviato il confronto «con una prospettiva orientata ai risultati» e c’è un fattore più importante degli altri: il tempo.
La finestra negoziale – nelle parole e nei toni che arrivano da Teheran, piene di prudenza e incertezze, e consapevolezza di un contesto instabile – appare fragile e tutt’altro che destinata a restare aperta a lungo. «Al momento non possiamo esprimere giudizi sulla tempistica dei negoziati».
A sottolinearlo è stato Baghaei, che ha invitato alla cautela su tempi e scadenze, evitando di fornire previsioni: «Abbiamo dimostrato la nostra serietà nei negoziati molte volte. Basta guardare la storia dei negoziati per vedere cosa è successo»; con termini netti ha ribadito la postura negoziale di Teheran: «Vi ho ripetuto più volte che la revoca delle sanzioni oppressive è una questione vitale per noi e ogni giorno che ciò avviene prima è una vittoria per noi».
Irrigidimento della sicurezza
Questa, votata apparentemente al dialogo, è la postura ufficiale degli ayatollah, ma il contrappunto è l’irrigidimento della sicurezza: immagini satellitari mostrano le altre scelte delle autorità sciite, che hanno ordinato di blindare tutti gli ingressi dei tunnel del sito nucleare iraniano di Isfahan – possibile segnale della crescente preoccupazione di Teheran di eventuali attacchi mirati; preparativi di questo tipo sono stati avviati alla vigilia dell’operazione Midnight Hammer, che colpì gli impianti di Fordow, Natanz e Isfahan.
Oltre alle preoccupazioni militari, viene intensificato anche il fronte della difesa civile: 82 stazioni della metropolitana della capitale sono state adibite a rifugi di emergenza, come avvenuto prima dell’Operazione Rising Lion. È iniziato anche lo stoccaggio di carburante. Intanto, martedì 10 la Guida suprema ha concesso la grazia a 919 prigionieri detenuti dalle proteste di gennaio, mentre oltre mille riceveranno una riduzione della pena.
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