Nelle stesse settimane del documentario Naza, i cinema italiani hanno ospitato un’altra proiezione che non ha avuto la stessa fortuna di pubblico perché, apparentemente, non racconta una storia altrettanto potente. Si tratta del documentario The Bibi Files di Alexis Bloom prodotto negli Stati Uniti nel 2024. Eppure, è una storia che soprattutto un pubblico italiano, reduce dal ventennio berlusconiano, può intendere molto bene.

Perché il documentario ricostruisce il sistema di potere di Benjamin Netanyahu attraverso filmati inediti degli interrogatori condotti dalla polizia israeliana nell'ambito delle indagini per corruzione che hanno coinvolto il primo ministro, i suoi familiari e alcuni stretti collaboratori già dieci anni fa.

Le accuse di corruzione

Come per Naza, la vera forza del film sta nel materiale su cui è costruito: oltre mille ore di registrazioni-ottenute attraverso una fuga di notizie- degli interrogatori condotti dalla polizia israeliana tra il 2016 e il 2018 alternate a interviste con giornalisti, ex funzionari e persone vicine al primo ministro. Si vedono Netanyahu, la moglie Sara, il figlio Yair- decisamente più estremista del padre- reagire rabbiosamente agli interrogatori tesi ad accertare responsabilità e connivenze di un sistema di corruzione radicato che ha accompagnato Bibi nell’arco di tutta la sua vita politica.

A prima vista, è già interessante il contrasto stridente tra il Netanyahu delle apparizioni pubbliche, abile comunicatore, e quello degli interrogatori, che contesta le domande, respinge le accuse e in diversi passaggi dichiara di non ricordare. Ma soprattutto, è importante la tesi formulata dal documentario che, appunto, al pubblico italiano potrebbe suonare familiare: le vicende giudiziarie e la necessità di preservare la propria leadership hanno progressivamente condizionato le scelte politiche di Netanyahu, rendendo la sua permanenza al governo una questione anche personale.

Le scelte di Bibi sarebbero, in sostanza, da collegare a tre processi distinti ma paralleli: l’alleanza con i partiti della destra radicale e religiosa, il progetto di riforma del sistema giudiziario israeliano e le scelte del governo dopo il 7 ottobre 2023.

Ed è qui che questo documentario ci richiede di fare uno sforzo in più per avere chiaro in cosa consiste anche in questo caso la potenza della denuncia che, ovviamente, va ben oltre il sistema di potere pur condannabile che emerge dall’inchiesta trafugata. Il punto, infatti, il vero punto, si collega implicitamente a Naza e riguarda gli esiti di un lungo processo di costruzione del nemico che ben consolidato, oggi, è utile a supportare più discorsi.

La lotta al terrorismo

E dunque, se è vero che un processo storico di tarda età contemporanea dura pochi decenni, circa 40/50 anni, è possibile comprendere le ragioni dell’oggi andando indietro nel tempo e ritrovare, nel 1986, un Netanyahu ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite che parla di terrorismo, sicurezza, identità nazionale e legittimità dello Stato di Israele. Questa sorta di magica evocazione è possibile guardando, magari con la fresca visione di The Bibi Files, la puntata di Faccia a Faccia di Mixer di quell’anno nella quale Gianni Minoli intervista il giovane Bibi all’indomani dell’uscita del suo libro Terrorismo. Come l’Occidente può sconfiggerlo, edito all’epoca in Italia da Mondadori.

Quella che Netanyahu proponeva già nel 1986, in un faccia a faccia dominato però dai toni moderati e da salotto dei talk anni’80, era una vera e propria dottrina politica tesa a presentare la lotta al terrorismo come una battaglia dell'intero Occidente e l’azione terroristica come una minaccia generale alla civiltà democratica occidentale.

Concetti questi ai quali l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 ci avrebbe definitivamente abituato. Ma per comprendere la portata e le ricadute dell’operazione culturale di costruzione del nemico intrapresa da Netanyahu già 40 anni fa può essere utile contestualizzare rapidamente l'intervista. Siamo in una fase di transizione del conflitto israelo-palestinese, tra l'invasione israeliana del Libano e l’operazione pace in Galilea del 1982 e lo scoppio della prima Intifada nel dicembre 1987, un passaggio storico decisivo. La questione palestinese aveva ormai acquisito una dimensione internazionale, ma la popolazione dei territori occupati non era ancora diventata protagonista di quella mobilitazione di massa che, con la prima Intifada, avrebbe cambiato profondamente, soprattutto in Europa, la percezione del conflitto. E non solo.

L'intervista di Netanyahu si colloca anche in una fase di forte attenzione internazionale verso il terrorismo. Nel 1985 si erano verificati il dirottamento del volo TWA 847 e quello, per noi molto noto, della nave italiana Achille Lauro. Nel dicembre dello stesso anno gli attentati agli aeroporti di Roma e Vienna avevano provocato numerose vittime. Nel 1986, inoltre, gli Stati Uniti bombardarono la Libia dopo aver attribuito al regime di Gheddafi la responsabilità dell'attentato alla discoteca La Belle di Berlino Ovest. 

L’immagine del nemico

Questa catena di eventi contribuì già allora a rendere la lotta al terrorismo una priorità dell'agenda politica occidentale e a fornire a Netanyahu un contesto particolarmente favorevole alla diffusione della propria interpretazione. Temi come pace, sicurezza e minaccia terroristica potevano essere generalizzati ben oltre il contesto mediorientale dove, tuttavia, a Israele occorreva costruire una solida immagine del “nemico”.

Corsi e ricorsi della storia hanno fatto sì che questa teorizzazione trovasse più volte inveramento nella politica israeliana fino ad oggi quando, come si ipotizza in The Bibi Files, ha costituito non solo l’asse portante del progetto espansionistico israeliano ma anche un fondamento della necessaria tenuta del potere di Bibi. Ma l’esito più preoccupante di questo processo culturale è la sua capacità di offuscare il resto - ossia una gestione del potere personalistica e spregiudicata capace, per difendersi, di macchiarsi addirittura di crimini contro l’umanità- tanto agli occhi degli israeliani quanto a quelli degli osservatori esterni.

Ma se nel 2025 Il Giornale evocava quell’intervista addirittura come una “profezia” che si autoavverava (con ovvio riferimento ad Hamas), un esterrefatto Minoli, nel salotto buono di Mixer, non aveva potuto esimersi dal domandare: «Ma cos'è allora un terrorista? Qual è la differenza fondamentale, secondo lei, tra un combattente per la libertà e un terrorista?».

Benjamin Netanyahu, già allora, non aveva esitato: «La differenza è chiarissima, non c'è alcuna confusione possibile. I combattenti per la libertà scelgono di attaccare i soldati, gli eserciti e le strutture militari del nemico. Il terrorista è chiunque scelga deliberatamente di colpire, sparare o uccidere i civili innocenti. Se un soldato spara a un altro soldato in battaglia, questa è guerra. Ma se qualcuno punta un'arma, spara o lancia una bomba contro civili innocenti — che siano uomini, donne o bambini — per raggiungere un obiettivo politico, quello è un terrorista. Non importa quale sia la sua causa, non importa quanto lui la ritenga giusta: chiunque spara sui civili è un terrorista».

Dalla prospettiva capovolta dei tempi che corrono e che tanto preoccupano Bibi, e a distanza di quarant’anni, queste stesse parole potrebbero rappresentare non solo la pietra tombale dell’esperienza politica di Bibi ma anche la fine di un processo storico di quasi mezzo secolo di cui noi a malapena ci siamo accorti.

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