Il presidente Usa continua a ribadire che se gli iraniani non raggiungeranno un accordo «passeranno dei brutti momenti». Domenica la telefonata con Netanyahu. Il regime degli ayatollah intanto vuole tassare i cavi sottomarini che attraversano Hormuz
Se finisse oggi, potrebbe passare alla storia come la guerra dei 78 giorni. Ma tutti sanno che nemmeno oggi, mentre incombe la soglia dell’80esimo giorno di conflitto, la guerra contro l’Iran finirà. Le navi nello Stretto bloccato cambiano rotta, Donald Trump no. Lo annuncia poco velatamente, come di consueto, con un post: questa è solo la calm before the storm, la calma prima della tempesta – quella di attacchi che probabilmente scatenerà presto contro Teheran.
Di ritorno dalla Cina, i suoi fanno sapere che ha ottenuto una cosa da Xi Jinping: l’assicurazione che la Cina non fornirà sostegno materiale all’Iran. Intanto, a conferma della piega che prenderà il conflitto anche fonti israeliane: Netanyahu si coordina con gli statunitensi per la ripresa delle operazioni, convoca i suoi vertici della sicurezza dopo una chiamata di 30 minuti con il repubblicano, ribadisce che Israele «ha gli occhi aperti». Funzionari anonimi alla stampa israeliana hanno dichiarato che «Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità, è probabile che Israele verrebbe coinvolto».
Il ping pong diplomatico
Trump continua a rilasciare interviste ribadendo che se gli iraniani non raggiungeranno un accordo, «passeranno dei brutti momenti». L’unica cosa che circola tra Washington e Teheran è un incessante rimbalzo di documenti che viaggiano da una capitale all’altra come palline di ping pong. E la partita non si conclude: domenica i media sciiti diffondevano, con parole diverse, lo stesso messaggio.
Questo: il nemico Usa pretende di ottenere sul tavolo diplomatico ciò che non è riuscito a strappare con i combattimenti militari. Le agenzie dei pasdaran – da Fars a Mehr – certificano uno stallo inscalfibile, da quando sono state diffuse le cinque condizioni recapitate dagli Usa per arrivare all’intesa: nessun risarcimento per i bombardamenti, ritiro dei 400 chili di uranio arricchito dal paese, nessuno scongelamento dei beni iraniani e cessazione delle ostilità solo ad avvio formale dei colloqui. I Guardiani hanno rilanciato con condizioni speculari: sblocco dei fondi congelati, risarcimenti, fine di ogni guerra – e su ogni fronte, soprattutto in Libano –, revoca delle sanzioni e riconoscimento della sovranità iraniana su Hormuz.
Nessuna concessione tra controparti all’orizzonte, dove rimane solo la speranza nella mediazione pachistana: Islamabad sembra ancora convinta di poter evitare una nuova escalation ineludibile. Domenica il ministro degli Interni pachistano Mohsin Naqvi ha incontrato il presidente Pezeshkian a Teheran, dove i toni comunque sono rimasti alti.
«Ripetere qualsiasi sciocchezza da parte degli Stati Uniti per compensare il disonore subìto nella guerra contro l’Iran non avrà altre conseguenze se non quella di subire colpi ancora più devastanti e duri per quel paese» ha detto il portavoce delle forze armate Abolfazl Shekarchi; per lui, Trump è ormai «disperato». Un altro segnale non passa inosservato: la più grande portaerei americana, la Ford, dopo quasi un anno di missione in mare, ha lasciato il Medio Oriente per tornare a casa.
Da Teheran il ministero degli Esteri condanna l’uccisione di Izz al-Din al-Haddad, il capo delle Brigate Qassam, deceduto venerdì. Si continua a morire in Libano, dove continuano anche le evacuazioni: l’ultimo bilancio diffuso dal ministero della Salute informa di altri 18 morti e 124 feriti nelle ultime 24 ore.
Eppure, è ancora in vigore la proroga del cessate il fuoco. Gli Emirati domenica hanno contato altri droni nei loro cieli: due velivoli sono stati intercettati e neutralizzati, ma il terzo è penetrato nel perimetro della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra, dove si è verificato un incendio. Per Abu Dhabi è «un attacco terroristico».
Nello stretto di Hormuz
Domenica il Centcom ha ordinato la deviazione di altre tre imbarcazioni e così salgono a 81 le navi che non hanno attraversato lo Stretto, che è stato anche oggetto di conversazione tra il ministro degli Esteri iraniano Araghchi e l’omologo sudcoreano Cho Hyun. Seul chiede spiegazioni sull’attacco alla sua portacontainer Hmm Namu avvenuto il 4 maggio scorso.
Negli abissi di quella curva sottilissima e imprescindibile della mappa mediorientale si gioca ormai più di un equilibrio geopolitico. In quel crocevia liquido non transitano solo commerci ed energia e la Repubblica Islamica ha imparato a massimizzare ogni leva che ha a disposizione, sopra e adesso anche sotto le onde – dove ci sono labirinti di cavi che consentono il traffico internet tra Europa, Asia e Golfo.
Dopo aver imposto pedaggi alle navi in transito, Teheran guarda ai colossi tecnologici occidentali, che ora vuole tassare con “licenze di passaggio” per i cavi sottomarini che attraversano Hormuz – quelli che consentono traffici da milioni di dati, dunque milioni di dollari.
Oppure, i media iraniani lasciano intendere che non possono essere escluse le interruzioni dei flussi, prima o poi; il tema dei collegamenti negli abissi che connettono il globo nel web è arrivato anche in Parlamento. «Imporremo delle tariffe sui cavi internet» ha detto il portavoce dell’esercito Ebrahim Zolfaghari. In questa guerra americana, nonostante le macerie, Teheran si è accorta di avere un’arma più potente di ogni altra: la sua geografia.
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