L’organo di governo del calcio mondiale ha motivato la scelta di non sanzionare Israele per le squadre con sede nei Territori occupati illegalmente in Cisgiordania, definendo lo status giuridico dell’area «una questione irrisolta e altamente complessa nell'ambito del diritto internazionale». In sintesi, quello che pensa Infantino vale più di quello che pensa il massimo organo della giustizia internazionale
Il 19 marzo la Federazione internazionale delle associazioni calcistiche (Fifa) ha respinto la richiesta di sanzioni contro la Federazione calcistica israeliana confermando che non adotterà alcuna misura in merito alla partecipazione ai campionati di calcio di Israele di squadre degli insediamenti illegali in Cisgiordania. L’organo di governo del calcio mondiale ha motivato la scelta definendo lo status giuridico dell’area «una questione irrisolta e altamente complessa nell'ambito del diritto internazionale».
In sintesi, quello che pensa il vertice del calcio mondiale - il cui capo, Gianni Infantino, non manca di omaggiare ripetutamente il presidente statunitense Donald Trump - vale più di quello che pensa il massimo organo della giustizia internazionale.
La Corte internazionale di giustizia ha stabilito infatti nel 2024, in modo inequivocabile, che l’occupazione da parte di Israele del territorio palestinese è illegale, che gli insediamenti nel Territorio palestinese occupato sono illegali e che la presenza di Israele deve cessare rapidamente.
Lo scandalo della partecipazione ai campionati di calcio israeliani di almeno sei squadre degli insediamenti illegali del Territorio palestinese occupato è di antica data, ma era diventato noto in Italia alla vigilia della partita tra Italia e Israele, disputata a Udine lo scorso ottobre.
Anche se la polemica principale aveva riguardato l’opportunità di giocare una partita con la nazionale di uno stato che stava attuando un genocidio nella Striscia di Gaza, era emerso un fatto incontrovertibile: Israele avrebbe dovuto essere stato già sospeso dalle competizioni sportive internazionali per violazione delle norme della stessa Fifa.
Il regolamento
L’articolo 64.2 dello statuto dice chiaramente che squadre di un'associazione affiliata non possono disputare partite nel territorio di un’altra associazione se la prima non è d'accordo. La Federazione calcistica palestinese chiede da tempo l'esclusione delle squadre del Territorio occupato ai campionati israeliani. Dunque, la Fifa non ha rispettato le proprie regole e ha violato apertamente il diritto internazionale.
Nell’ottobre 2025, proprio alla vigilia di Italia-Israele, Amnesty International aveva scritto alla Fifa chiedendo la sospensione della Federazione calcistica israeliana, a meno che le squadre degli insediamenti illegali nel Territorio palestinese occupato non fossero state immediatamente escluse dalla partecipazione ai campionati israeliani.
Un mese dopo sempre Amnesty International si era rivolta allo studio legale Bonnard-Lawson, incaricato dalla Fifa di fornire un parere legale sul reclamo della Federazione calcistica palestinese. Bonnard-Lawson aveva risposto rifiutando di commentare.
Su una cosa grave ma che costituisce solo una parte del problema e che suona del tutto beffarda e ipocrita, la Fifa ha dato ragione alla Federazione calcistica palestinese, che aveva denunciato casi di razzismo a danni di suoi tesserati.
Il Comitato disciplinare della Fifa ha rilevato violazioni degli articoli 13 ("Condotta offensiva e violazione dei principi del fair play") e 15 ("Discriminazione e aggressioni razziste") del Codice disciplinare sanzionando la Federazione calcistica israeliana con un’ammenda di 150.000 franchi svizzeri (circa 164.000 euro) e obbligandola a esporre uno striscione ben visibile con lo slogan “Il calcio unisce il mondo - No alla discriminazione” accanto al proprio emblema nelle prossime tre partite casalinghe della propria nazionale maggiore in una competizione della Fifa.
Anche di queste vicende, altamente significative di quanto lo sport possa fare bene o male ai diritti umani, si è parlato lunedì 23 marzo in occasione del conferimento del premio Sport e diritti umani 2026 di Amnesty International Italia e Sport4Society a Julio Velasco, commissario tecnico della nazionale femminile di pallavolo. Una menzione speciale è andata alla Palestra Popolare Quarticciolo di Roma.
© Riproduzione riservata


